MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Leftism

Madri nella Crisi: Lotta Emblematica della Lombardia Precaria

| martedì 26 agosto 2014

madritute723_n

by USB Express

La vicenda delle Madri nella Crisi è emblematica dell’attuale contesto di precarizzazione dei rapporti di lavoro. Lo scenario della sanità (per di più pubblica ) nel quale si è consumata, rappresenta un aggravante e un ulteriore allarme per la gestione della salute pubblica.

Si tratta di un gruppo di 117 lavoratrici (ne parleremo sempre al femminile perché la presenza maschile è molto esigua e limitata a soli tre lavoratori) che hanno lavorato al Policlinico di Milano per periodi mediamente molto lunghi (circa dieci anni) e comunque variabili da due a ventuno anni. Ciò che le accomuna è il non essere mai state alle dirette dipendenze del Policlinico, avendo sempre prestato la loro opera professionale attraverso aziende terze, prima Cooperative e infine Agenzie di Lavoro Interinale. Un autentico salto mortale all’indietro in fatto di diritti e garanzie. In questo processo a ritroso sono state accompagnate dalla mano “sapiente” dei Sindacati Confederali, di fatto veri complici delle politiche occupazionali scellerate del Policlinico.

madricrisi206184404645_2024815281493124597_n

Sul piano del ruolo professionale, le più anziane erano state assunte attraverso una Cooperativa Multiservizi per occuparsi di igiene ambientale (o pulizie, se gradite); col tempo, vista la carenza di personale ausiliario, sono state invitate a riqualificarsi professionalmente (a loro spese) per ricoprire il ruolo di OSS (Operatore Socio Sanitario) che svolgono ufficialmente da circa otto anni, assieme a un numero sempre crescente di precarie che si sono aggiunte via via, fino al numero di centodiciassette di cui si è detto.

Il ruolo dei sindacati è stato molto importante nel far acquisire a queste lavoratrici la convinzione che la loro situazione di precarie avrebbe trovato soluzione e che i rischi per loro erano di fatto molto limitati. All’interno di questa errata convinzione, le donne si sono di fatto cullate nell’illusione di avere una occupazione solida.

Questa illusione inizia a scricchiolare e a trasformarsi rapidamente nell’attuale incubo a partire dal momento nel quale il Policlinico decide di bandire un concorso pubblico per 29 posizioni del loro profilo professionale. Le ragioni alla base dell’incubo stanno bel fatto che la Sanità Formigoniana che ha deciso di demandare ai privati tutto il possibile, scopre di non avere alcuno strumento per garantire l’occupazione dei lavoratori precari (e quindi la loro reinternalizzazione) nel momento in cui decide di reinternalizzare servizi e competenze, facendo ricorso ai concorsi pubblici. Questo significa che l’esperienza anche ultradecennale di queste lavoratrici all’interno del Policlinico non ha avuto quasi nessun valore al momento in cui quasi tutte si sono presentate al concorso. L’effetto dirompente di questa anomalia si è concretizzato nel fatto che solo diciassette lavoratrici su centodiciassette sono risultate vincitrici di concorso. Per tutte le altre, si è aperto il baratro della precarietà perenne. Un baratro destinato però a diventare inferno, nel momento in cui il Policlinico ha deciso di allargare il numero delle assunzioni dalla graduatoria del concorso dalle iniziali 29 a 94. Questo ha significato che ben 65 lavoratrici si sono ritrovate senza lavoro da un giorno all’altro.

Purtroppo, questa circostanza rende sempre più stringente la necessità che sta alla base dello slogan del sindacato di base in merito ai servizi pubblici: Reinternalizzare i servizi, Riassumere le lavoratrici e i lavoratori!

Quanto accaduto penalizza ingiustamente non solo le operatrici che hanno perso il lavoro, ma infligge un danno a tutta la collettività, perché facendo così la sanità pubblica sta perdendoo un enorme patrimonio di professionalità ed esperienza e vale la pena rimarcare quanto nella sanità questi due elementi siano il vero valore aggiunto del quale beneficiano i cittadini che si recano in ospedale per curarsi. Se si considera che lo stesso Policlinico ha investito tempo e denaro per formare adeguatamente questi operatori a lavorare in settori altamente specializzati, quali e sale parto, il pronto soccorso geriatrico e simili, si capisce quale sia il danno, anche dal punto di vista economico, che la sanità pubblica e l’ospedale si non autoninflitti.

Queste sono le ragioni per le quali bisogna cambiare le regole del gioco per l’accesso dei lavoratori nella sanità pubblica: nei concorsi va riconosciuta l’esperienza professionale acquisita, indipendentemente dal tipo di contratto di lavoro col quale gli operatori hanno prestato servizio negli ospedali.

Dal momento della fuoriuscita in massa, avvenuta in maggior parte il 30 giugno scorso, le lavoratrici si sono rivolte a USB e assieme abbiamo deciso un percorso di lotta che è iniziato con l’occupazione del tetto del Padiglione Alfieri del Policlinico ed è proseguito con una serie serrata di iniziative che ci hanno portato a occupare il Pirellone, il Gate di EXPO 2015, il nuovo palazzo sede della Regione Lombardia, la sede della Tempor l’Agenzia interinale della quale sono dipendenti e infine la Prefettura. Tutto ciò per sollecitare la politica a individuare adeguate soluzioni ad una situazione che ha contribuito a creare negli anni attraverso scelte profondamente sbagliate e che –cosa allarmante- rischia di ripetersi in tutte le strutture ospedaliere pubbliche dove sono presenti lavoratori interinali o –come va di moda chiamarli adesso- somministrati.

madren

Ad oggi, le risposte della politica non sono arrivate e anzi la Regione Lombardia, che è il soggetto istituzionale con maggiori responsabilità essendo il gestore della sanità pubblica, al di la di alcune dichiarazioni di facciata, ha accuratamente evitato di prendere una posizione netta per evitare che questa situazione si ripeta. Anzi… ha di fatto confermato l’attuale assetto, limitandosi a ribadire che il concorso del Policlinico è conforme al dettato normativo. In merito alle possibili soluzioni, è attivo un osservatorio sul lavoro interinale in sanità –tra la Regione e i sindacati confederali- che dovrebbe scandagliare eventuali carenze di personale OSS interinale negli ospedali lombardi, per provare a ricollocare le lavoratrici espulse; ma si tratterebbe comunque di un prolungamento dell’agonia, perché permarrebbe lo status di precarie e passando semplicemente da un anfratto di disperazione all’altro. Ovviamente, la partecipazione delle lavoratrici a questo tavolo è preclusa dalla loro scelta di affidare la difesa dei propri diritti all’Unione Sindacale di Base. Una scelta assurda che non riconosce la volontà di rappresentanza delle lavoratrici né il ruolo che la nostra organizzazione sindacale ha avuto in questa vicenda, sul piano politico, sindacale e (verrebbe voglia di dire “soprattutto”) umano, avendo di fatto condiviso istante per istante questa lunga occupazione, mangiando e dormendo con le operatrici, facendosi carico del complesso mondo delle difficoltà, personali, familiari, economiche, sindacali che questa esperienza ha inevitabilmente comportato.

Passato agosto, mese nel quale tutto in questo paese si ferma fuor che la disperazione, è nostra intenzione riprendere le iniziative di protesta, clamorose il più possibile per dare ulteriore visibilità a questa lotta che altrimenti non potrebbe sopravvivere limitandosi all’occupazione di un tetto.
Riprenderemo, al contempo, il pressing sui soggetti politici ed istituzionali. A tal fine, stiamo preparando un’interrogazione parlamentare sul lavoro somministrato in sanità.

Si tratta, insomma di un’esperienza di lotta molto interessante perché affronta -per al prima volta in modo strutturale- un nodo non più rimandabile, ovvero quello dei danni che l’introduzione massiccia di personale precario ha prodotto alla sanità pubblica. La faccia nascosta e più nera di un processo di trasformazione della sanità, sbandierato come un viatico verso l’eccellenza dai grandi manovratori dell’era Formigoniana, che adesso mostra tutte le sue debolezze sia riguardo all’attacco ai diritti e al reddito degli operatori della sanità che alla reale qualità dei servizi pubblici che pagano la volontà cieca e stolta di travasare un numero sempre maggiore di risorse verso soggetti privati operanti a vario titolo in sanità, a partire da dai gestori delle nuove ed edulcorate forme di schiavitù.