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Madchester Sound

by Duka | martedì 3 maggio 2016

L’antefatto

Prima della Thatcher

C’era qualcosa di elettrico nell’aria che si respirava nella città operaia di Manchester, ma non sapevano cosa fosse questa energia le trentacinque persone che assistettero al concerto dei Sex Pistols il 4 giugno 1976 alla Lasser Trade Hall. Quella notte la città venne contagiata da un virus, il più potente che la controcultura abbia mai creato: il punk, che si diffuse in sala grazie a un mantra urlato al microfono – “I am an anti-Christ / I am an anarchist / Don’t know what I want / but I know how to get it” – e la vita dei presenti al concerto cambiò. I pochi spettatori di quella sera entrarono in contatto col virus e usciti dal locale diffusero il contagio formando band e etichette discografiche che resteranno nella storia, sia per il contenuto dei dischi che per la grafica delle copertine che li contenevano, come la Factory. Poco dopo apriva la Hacienda, dentro un capannone industriale, locale seminale fondato con i soldi dei New Order, nati dalle ceneri dei Joy Division dopo il suicidio di Ian Curtis, e di Anthony Wilson, boss della Factory.

La storia

I figli bastardi della Thatcher

Prima d’iniziare a scrivere del Madchester sound, ossia della musica proveniente dalla città di Manchester a cavallo tra la fine del decennio ’80 e la prima decade dei ’90 del secolo scorso, bisogna che vi dica della profonda spaccatura all’interno della musica pop di quegli anni. In quei giorni il mondo falsamente alternative, etichette indie, riviste e fanzine, era illusoriamente convinto che il suo fosse il vero pop, mentre la musica che finiva in classifica era da bocciare come commerciale. Chiunque, senza il bisogno di ricorrere a lenti d’ingrandimento, può vedere come l’indie-pop di quegli anni rappresentasse la cosa più diametralmente opposta al concetto di musica pop. Mentre la musica mainstream si basava sui ritmi dance ed era una cultura corporea, l’indie-pop in quegli anni aveva eliminato qualsiasi elemento ballabile e R&B diventando una cultura cerebrale. Morrissey il cantante degli Smiths, saccente personaggio, la cui unica fortuna era fare il vocalist per la band di Johnny Marr, cantava in Panic “Bruciamo le discoteche / impicchiamo gli idolatrati dj”.In quei giorni, però qualcosa stava cambiando nella scena musicale indie e la rivoluzione partiva da una città nel nord dell’Inghilterra: Manchester.

Qui si stava affermando un nuovo genere di suono, lontano anni luce dalla claustrofobica angoscia di leggende manchesteriane come Joy Division, Fall e Smiths. Un nuovo genere musicale che al piacere per la dance acid house in voga in quei giorni, univa la riscoperta della psichedelia degli anni sessanta, tipo i Pink Floyd di Syd Barrett per intenderci, e il consumo di droghe come MDMA e LSD, si sposava all’abbigliamento casual o scally (contrazione di scallywag, teppista) di moda nelle gradinate degli stadi di calcio inglesi. Alcuni negozi di Manchester, come Joe Bloggs, iniziarono a vendere jeans a zampa d’elefante, pantaloni di velluto a coste larghe, scarpe da ginnastica color pastello, giubbetti con cappuccio, t-shirt con sgargianti disegni psicotropi e cappelli da cricket. I capi d’abbigliamento erano rigorosamente larghi, perché comodi per ballare, e dai colori vivaci, perché piacevoli quando ti calavi.

Le band artefici di questa rivoluzione musicale erano Happy Mondays, Stone Roses, Inspiral Carpets, Charlatans, Northside e Paris Angels. Per merito di locali come Hacienda, Thunderdome e Konspiracy, la scena trovò i luoghi dove sbocciare e Manchester si trasformò in Madchester l’eldorado per i 24 Hour Party People, il popolo dei festaioli a oltranza e per le numerose schiere di raver provenienti dal nord dell’Inghilterra e dalle Midlands. Nel 1989 questa città grigia e cupa rifulgeva di una nuova luce, alimentata dal consumo di ecstasy, gioiosa ed estroversa. La presenza in città di una cospicua comunità gay, gli acieed casuals, provenienti dagli stadi, la locale Piccadilly Radio, l’elevato numero di studenti universitari e degli istituti d’arte, il quartiere di Moss Side, maggiore punto di smercio di droghe del nord del paese, e un’area metropolitana di quindici milioni di persone, che in massimo due ore potevano raggiungere il centro città, formarono la miscela esplosiva per la nascita di uno dei più importanti fenomeni sociali del secolo scorso legati a una scena musicale.

I giovani che animarono e parteciparono al fenomeno erano i figli illegittimi della Thatcher, il frutto bastardo partorito dalle politiche economiche liberiste contro il sistema assistenziale, la chiusura delle grandi fabbriche, delle miniere, dei cantieri navali e dei docks nei porti. I giovani della working class si ritrovarono senza opportunità di prima occupazione, con i genitori licenziati, a formare una massa di disoccupati esclusi dal sogno thatcheriano. Questi ragazzi ricorsero a espedienti di ogni sorta per sopravvivere, spaccio di droga, rapine, truffe, organizzazione di rave illegali. Da questo lumpen proletariato provenivano le band, i dj e il popolo del party continuo. Dopo le prime feste nel luglio 1988 all’Hacienda (la più famosa era Hot, il mercoledì notte, festa in stile Balearic con piscina e lampade abbronzanti dove si ballava in costume) aprirono club come il Thunderdome e il Konspiracy, che attirarono un pubblico più tosto proveniente dai quartieri operai della zona nord di Manchester.

Il sound divenne più duro, come racconta, nel libro Energy Flash di Simon Reynolds, Martin Price, del gruppo mancuniano house 808 State: «Come il punk, quasi… vera roba acida da truppe d’assalto». Ma per i più estremi per ballare c’era anche il Kitchen a Hulme, un edificio fatiscente occupato illegalmente, ricettacolo di tutte le devianze e miserie metropolitane, un luogo pieno di ogni tipo di droghe, coltelli e pistole. Ma i locali non bastarono a contenere il desiderio di vivere dentro una festa continua. Il popolo del party 24 su 24 iniziò, come già successo a Londra, a invadere le campagne, le zone industriali dismesse e i parcheggi delle stazioni di servizio delle autostrade. La scena di Madchester, come tutte quelle che si rispettano, divenne un problema di ordine pubblico e con il suo stile e la sua cultura di strada influenzò i cori dei tifosi delle squadre cittadine nella stagione calcistica 1989-90, che cantavano “Oh! Siamo tutti felici e vinceremo la coppa” e raccontò le due passioni, la musica e il calcio, attraverso le fanzine.

Torniamo a parlare di musica, premettendo che i gruppi e i dj del Madchester Sound prendevano le distanze dalle band di altre città, come Primal Scream e Shamen, per il sottoscritto in ogni caso due grandi gruppi, che proponevano un crossover tra indie rock e rave, argomentando che la musica dance aveva preso in contropiede gli intellettuali e gli alternative, deridendoli e definendoli gente che finge di appartenere alla scena solo per cercare il successo e rimorchiare ragazzine. Arrivato a questo punto dell’articolo, costretto a scrivere di musica, per rispetto di voi lettori, sono obbligato a copiare da Simon Reynolds che è sempre meglio per voi, che siete delle zappe, di pagare un ticket all’Auditorium per sentire le lezioni di storia del rock narrate dal partito di Repubblica, con Gino Castaldo & Ernesto Assante.

Se come per i mod nei ’60 si era passati da una sudditanza musicale nei confronti delle band afroamericane al culto per gruppi come Who e Small Faces, anche a Madchester la scena house sentì il bisogno di smettere di guardare a Chicago e Detroit e di creare le proprie band. Gli Stone Roses grazie all’uso di ecstasy si convinsero, insieme a milioni di giovani del pianeta, che “le cose stavano per cambiare”. E lo cantavano nei loro testi, come in Bye Bye Badman, “Sto per prenderti a sassate, amico” riferito a un poliziotto occupato a sedare una rivolta e lo dichiaravano sulla stampa nelle interviste: «Questo è il 1989. Vedi undicimila persone ballare in un capannone e in sostanza sono persone consapevoli del fatto che il mondo è crudele e devi cercare persone con interessi simili, con cui ci si possa guardare le spalle reciprocamente». Parole sputate su un pesante ritmo strascicato e ripetitivo della batteria e del basso, un groove ipnotico tipico da club, e sul suono della chitarre distorto dal wah wah. L’impatto che il Madchester Sound ebbe sul circo del rock obbligò il New Musical Express a scrivere, una cazzata minore delle solite, che il loro primo album, The Stone Roses del 1989, era il miglior disco di sempre. Dopo che due componenti del gruppo, Brown e Squire si accusarono a vicenda di abusare droghe che impedivano di realizzare prodotti all’altezza delle aspettative, la band si sciolse alla fine del concerto al festival di Reading del 1996 finito tra i fischi e il lancio di oggetti sul palco da parte del pubblico.

Gli Happy Mondays con il loro scombinato funk da teppaglia condizionato dall’uso di droghe, registreranno Bummed sotto ecstasy nonostante il loro produttore Martin Hannett fosse contrario, su cui il cantante Shaun Ryder sputava una sorta di cut-up alla Burroughs realizzato con la mentalità di uno scugnizzo napoletano. Gli Happy Mondays sono la band che interpreta meglio e che rappresenta la scena del Madchester Sound. L’unico gruppo musicale che ha avuto il coraggio e l’intelligenza, portandolo sul palco, di farsi rappresentare dal proprio spacciatore: Bez. Mark Berry, detto Bez, stava a Ryder come Vicious stava a Johnny Rotten. La funzione di Bez, il cui contributo musicale al gruppo era insignificante, era quella di una cavia che verificava, dentro un esperimento sociale, fino a che punto poteva spingersi l’edonismo. Tra i crediti del terzo album degli Happy Mondays si legge “Bez: Bez”. Ballava e scuoteva le maracas, perché era uno sbandato che incarnava non una band, ma lo spirito di un’epoca. Durante i concerti Bez scendeva dal palco in mezzo al pubblico per vendere ecstasy, praticando nella realtà quello che gli Who e Ken Russell avevano immaginato nell’opera rock Tommy.