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Lotta di Classe in Banca

| giovedì 3 aprile 2014

Rosario 31 ottobre

Intervista a un attivista sindacale dei bancari a cura di Luciano Muhlbauer

Quando si parla di problemi di reddito o di licenziamenti l’ultima cosa a cui si pensa sono i bancari. Anzi, prevale la convinzione che lavorare in banca sia un privilegio che mette al riparo dalla crisi, considerati anche i grandi profitti che si continuano a realizzare sui mercati finanziari e le ingenti risorse pubbliche dirottate verso le banche. Ma è davvero così? Come si sta oggi lavorando in banca? Abbiamo girato la domanda a Rosario Salzano, dipendente della Deutsche Bank di Milano e delegato sindacale della Fisac-Cgil.

E allora, Rosario, siete dei privilegiati?

Il bancario non è un banchiere. È da qui che vorrei partire, perché penso sia molto importante spiegare che anche la mia categoria, ormai già da qualche anno, sta vivendo una situazione molto delicata.
Vorrei che il lavoratore bancario di oggi non fosse più etichettato come un privilegiato dal posto fisso con un sacco di mensilità e senza problemi. Vorrei che si sapesse invece che il settore, come tutti gli altri, in questo momento sta affrontando continue ristrutturazioni, cessioni di ramo d’azienda, delocalizzazioni ed esuberi di personale, che non sempre possono essere gestiti attingendo al famoso “fondo di solidarietà” e che spesso viene anche ventilato l’utilizzo della legge 223, cioè i licenziamenti collettivi.
A proposito, il “fondo di solidarietà” è un ammortizzatore sociale che non grava sui conti pubblici dello stato, ma è pagato dalla stessa categoria, cioè dai lavoratori, perché è bene ricordare che per il nostro settore non esiste la cassa integrazione.

E la contrattazione? Di questi tempi sembra andare di moda non rinnovare i contratti nazionali o derogarli. E quando finalmente si rinnovano, spesso sono una mezza calamità per i lavoratori. Da voi com’è la situazione?

L’ultimo contratto firmato risale al gennaio del 2012 e aveva portato una serie di penalizzazioni in cambio del nulla. Cioè una promessa di assunzioni attraverso un apposito “fondo occupazione” e delle internalizzazioni, poi mai avvenute. E mi ricordo molto bene quando durante le assemblee dei lavoratori si raccontava che ci sarebbe stata una nuova e buona occupazione.
Insomma, si sarebbe costituito il FOC (il fondo nazionale per l’occupazione nel settore del credito, ndr), che ancora una volta veniva pagato dai soli lavoratori con la decurtazione di una giornata di lavoro, con scatti di anzianità posticipati di 19 mesi e la modifica della base di calcolo del TFR (trattamento di fine rapporto, ndr). Va inoltre sottolineato che questo fondo avrebbe corrisposto alle banche 2500 euro annui per 3 annualità a fronte di ogni assunzione.
A questo proposito, allora veniva distribuito nelle assemblee un comunicato, firmato da alcuni delegati della Fisac/Cgil, compreso me, dove dicevamo che il contratto era sbagliato e andava bocciato, elencando tutte le nostre perplessità, dal salario d’ingresso ridotto del 18% per 4 anni fino alle internalizzazioni che non ci sarebbero mai state, perché già allora erano in corso 16.000 esuberi.
Alla fine della consultazione dei lavoratori, quel contratto venne approvato, ma soltanto di stretta misura. Quasi metà dei lavoratori fece sentire già allora il proprio dissenso, votando NO.

E dopo, cos’è successo? Mi pare di ricordare che l’anno scorso ci sono stati degli scioperi molto partecipati.

Arriviamo a pochi mesi fa, per l’esattezza al settembre 2013, quando l’Abi (l’Associazione bancaria italiana, cioè la Confindustria della banche, ndr) decide di disdire unilateralmente il contratto nazionale e il fondo di solidarietà, dichiarando che il settore non poteva più reggere, che c’erano “troppe sofferenze” e che gli stessi lavoratori erano “inadeguati e obsoleti”.
In altre parole, quando avevamo detto che quel contratto non andava firmato, perché non difendeva né il lavoro, né gli interessi del paese, forse ci avevamo visto giusto. I banchieri, da parte loro, ci stavano prendendo gusto -perché l’appetito vien mangiando- e ci attaccavano ancora, ora volevano tutto per poter continuare a mantenere inalterati i loro compensi milionari.
A questo punto non si poteva più attendere e finalmente è arrivata la reazione dei sindacati tutti.
Il 31 ottobre è arrivata una risposta fortissima da parte dei lavoratori e delle lavoratrici alla scellerata decisione dell’Abi, con un’adesione allo sciopero del 90% e con manifestazioni e cortei in molte città italiane, come da diversi anni non si vedevano. Nella sola Milano eravamo in 5.000 davanti alla sede Abi di Via Olona.
Lo sciopero è stato un successo e le banche hanno ritirato la disdetta. Infine, è stato raggiunto un accordo sul fondo di solidarietà, anche per far fronte alle urgenti necessità poste dai prepensionamenti.

Avete dunque retto lo scontro sul contratto e ottenuto un risultato, ma la situazione occupazionale nel settore bancario com’è attualmente? All’inizio avevi parlato di esuberi di personale e sui giornali si continua a citare il caso dell’Unicredit che vuole licenziare.

Come dicevo, i problemi da affrontare sono diversi e uno su tutti è la cessione di ramo d’azienda, cioè quel meccanismo che permette di cedere a società esterne interi settori di attività insieme ai relativi lavoratori. E spesso queste operazioni non sono altro che dei licenziamenti mascherati.
Un’altra piaga sono le delocalizzioni. Cioè, si creano delle branch all’estero, dove vengono fatte migrare diverse attività di back office.
Proprio in questi giorni nell’azienda dove lavoro, cioè la Deutsche Bank, si sta discutendo di una riorganizzazione che prevede 217 esuberi, dovuti all’introduzione di nuovi strumenti tecnologici, come i cosiddetti bancomat intelligenti, e di nuovi modelli di sportelli Cashless. E, per non farci mancare nulla, c’è pure la costituzione di una nuova branch di D.B Consorzio a Varsavia.
Sono diversi gli istituti di credito che in questo momento stanno ristrutturando, dichiarando tensioni occupazionali e quindi esuberi, in alcuni casi anche solo per svecchiamento e dunque attingendo al fondo di solidarietà e riassumendo (sempre di meno) con le nuove forme contrattuali o, come accade sempre di più spesso, attraverso le agenzie interinali.
Sono i grandi gruppi a preoccupare di più dal punto di vista occupazione. Ci sono gli 8500 esuberi dichiarati da Unicredit entro il 2018, di cui 5700 solo in Italia, oppure c’è il ridimensionamento degli sportelli da parte di Intesa-Sanpaolo, con tutti i suoi effetti occupazionali. Non da meno sono però la BPM o il Banco Popolare oppure lo stesso MPS, che vivono situazioni analoghe già da qualche anno.
Il periodo non è dei migliori e ci sono alcuni che si sbilanciano e fanno delle stime: si parla di 30.000/40.000 esuberi entro il 2020, ma potrebbero essere anche molti di più.
E tutto questo alla vigilia di un rinnovo contrattuale che non sarà di facile gestione vista la direzione presa dai banchieri. Quindi, da qui parte il mio invito, quello di rimanere uniti ed essere pronti alla lotta come nello sciopero del 31 ottobre 2013.
C’è bisogno di tornare a fare banca anche al servizio del paese, c’è bisogno di ridurre gli emolumenti e bonus al top management e di bloccare urgentemente l’erogazione dei loro incentivi, ma soprattutto c’è bisogno di unire tutte le categorie dei lavoratori per contrastare questo sistema, avviatosi qualche anno fa e che oggi investe proprio tutti!

Un’ultima domanda, anche alla luce del tuo richiamo alla lotta e all’unità dei lavoratori e delle lavoratrici di tutte le categorie. Sei un lavoratore e delegato iscritto alla Cgil, che sta tenendo in questo periodo il suo congresso e dove si stanno scontrando anche due diverse idee di sindacato, quella dei metalmeccanici della Fiom e quella della segretaria generale, per semplificare. Tu, attivista e delegato dei bancari, in poche parole, come la vedi?

Speravo mi facessi questa domanda. Il 15 febbraio ero uno dei 1.500 delegati della Cgil presenti al Palanord di Bologna all’assemblea autoconvocata per dire NO all’accordo sul testo unico sulla rappresentanza firmato il 10 gennaio tra Confindustria/Cgil/Cisl/Uil.
Ci tengo a precisare e far sapere che in quell’occasione non c’era soltanto la Fiom a manifestare il proprio dissenso, ma c’erano anche lavoratori di diverse categorie della Cgil e tra queste una folta rappresentanza della Fisac (bancari).
Voglio anche che si sappia che durante il congresso Fisac Milano, che si è svolto il 25/26 febbraio, siamo riusciti a presentare e far approvare il cosiddetto 5° emendamento di cui è primo firmatario Maurizio Landini, dove si chiede il ritiro della firma sul testo unico ed una consultazione vera dei lavoratori.
Questo è un accordo che va modificato, perché oltre a limitare i diritti dei lavoratori e sanzionare i delegati, non porta nessun valore aggiunto. Ed è per questo che dobbiamo impegnarci con assemblee nei territori, coordinando delegati di diverse categorie, per organizzare una giusta informazione e dare un seguito come ci siamo promessi a Bologna. Quindi penso che per fare tutto questo, dobbiamo fiommizzarci un po’ tutti quanti.

Grazie Rosario per la tua disponibilità e in bocca al lupo.