MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Sub/Culture

Lo scambio – un racconto di Pablito el drito

| martedì 25 settembre 2012

Il neon, con le sue impercettibili vibrazioni, spaccava l’aria, densa di fumi e di nebbiolina umida e fosforescente.
Era un effetto del cambiamento climatico, che aveva reso Milano una succursale lisergica dei tropici.
Roy, giacca di pelle nera sdrucita, stava appoggiato al muro di un bar, lo sguardo incazzato come al solito.
C’erano dei momenti in cui si sentiva simpatico come un calcio dritto nei coglioni e questo era uno di quelli.
Guardava i giovinastri che passavano, cuffie nelle orecchie, sneakers alla moda e passo lesto.
Che fretta avevano? Dove si dirigevano così convinti, i loro sguardi inebetiti?
Lo infastidiva vederli vestiti tutti più o meno uguali, come fossero usciti dalla stessa catena di montaggio.
La monotonia lo aveva sempre buttato giù.
Era un qualcosa di inaccettabile per uno che per tutta la vita aveva cercato la sua via, il suo stile, il suo modo di vedere le cose.
Ora il marketing aveva vinto, decise.
Il mondo era banale e insipido, come quei cibi sintetici o liofilizzati che servivano nelle grandi catene come Mc D.
Di questi tempi di spacciatori di junk food ce n’era uno ad ogni angolo.
Infestavano ogni latitudine e longitudine del globo.
Cambiavano giusto le facce dei camerieri e dei bodyguard, la lingua che si parlava al loro interno, ma il menù che ti propinavano era sempre lo stesso: merda artificiale.
Nel Mc D che aveva di fronte gli inservienti erano in maggioranza sudamericani e neri.
Una buona mossa per attrarre avventori di ogni nazionalità e razza, pensò, grattandosi il mento.
Notò che pure il buttafuori, mascellone rifatto per sembrare più cattivo, era africano.
Aveva un microfono mastoidale spiaccicato sulla parte sinistra del viso, e un collo taurino, cresciuto a dismisura grazie a proteine sintetiche, aminoacidi e chissà quale altra diavoleria hi tech.
L’unico autoctono della baracca sembrava essere il manager, che era vestito con un abito di plastica dal taglio finto classico. Sfoggiava una pacchiana abbronzatura, naturale quanto i panini che si preoccupava di far vendere ai suoi alienatissimi sottoposti. Sorrideva a tutti indistintamente, soprattutto ai clienti. Pareva avesse una paralisi al volto o che fosse sotto botta di un qualche psicofarmaco di ultima generazione.
Quando aspettava il suo uomo, Roy era sempre nervoso.
Cercava di rilassarsi scrutando i volti delle persone per indovinarne i pensieri.
Qualche volta gli sembrava di riuscirci, ma il più delle volte gli parevano impenetrabili come dei muri di piombo. O forse, semplicemente, alcuni non pensavano. Punto e basta.

Lui e il suo uomo si ritrovavano ogni martedì alla stessa ora, cambiava giusto il luogo di incontro.
Ogni volta il suo contatto lo voleva vedere di fronte a un Mc D diverso.
Per scoprire il luogo di incontro del martedì successivo, Roy doveva fare una cosa molto semplice: seguire l’indice sulla pagina web di Mc D e il gioco era fatto, uno dopo l’altro se li erano girati tutti quanti quelli di Milano e hinterland, ben 66.
La trovata era di una banalità sconcertante, ma fatto sta che andavano avanti così da una decina d’anni.
Fece un calcolo rapido che lo condusse sull’orlo della vertigine: lui e il suo uomo si erano visti più di 500 volte in un decennio.
Avevano un rapporto di complicità più che consolidato alle spalle.
Oramai si conoscevano come due amanti clandestini.
Si rammentò che si erano conosciuti a un concerto, uno di quelli veri, con le persone in carne ed ossa e la musica sputata fuori da grossi altoparlanti, il puzzo di birra e di sudore nell’aria.
Non uno di quegli show trasmessi sul web o su third life, l’ultima simulazione smazzata della SNY corporation.
Da qualche anno i concerti erano stati proibiti. Le autorità, preoccupate dei disordini che potevano scatenarsi, avevano deciso di metterli al bando.
D’un tratto Roy rifletté sul fatto che era raro arrivare alla sua età ed essere ancora alla ricerca del piacere proibito.
Non erano molti quelli che continuavano imperterriti, dritti come dei treni, a testa alta.
La maggioranza di quelli come lui prima o poi venivano pizzicati dalla Polizia Mondiale e costretti a un Trattamento Sanitario Obbligatorio.
Era solo questione di tempo. O di culo, decise.
Al solo pensiero un brivido lo percorse.

Il TSO era stato riformato qualche anno prima.
Non ci voleva più il permesso della famiglia e del medico curante per ridurre all’impotenza un povero cristo. Bastava solo che le forze dell’ordine lo sorprendessero a fare qualcosa di illegale.
Il trattamento in 15 giorni riformattava le persone, che si risvegliavano in una camera d’ospedale e manco si ricordavano del loro nome.
Un psicologo in abito bianco spiegava al paziente chi era e cosa faceva nella vita prima del trattamento.
Poi un assistente sociale lo riportava a casa sua e lo ripresentava ai vicini di casa.
Poi il paziente rimaneva sotto video osservazione per qualche giorno.
In caso di necessità poteva videochiamare l’assistente sociale.

La lista delle proibizioni cresceva di giorno in giorno.
C’era un’apposita rubrica in ogni telegiornale del globo per informare la popolazione sui nuovi divieti.
Un’affabile signorina dalla voce squillante recitava l’elenco di ciò che non si poteva più fare, dire o possedere.
Alla fine sollevando l’indice della mano destra avvisava grandi e piccini sui rischi che si correvano in caso di trasgressione.
Scritte in sovraimpressione scorrevano citando gli articoli di legge del codice penale mondiale.
Dopo un breve e immancabile stacco pubblicitario a cura del ministro della difesa, seguiva un servizio di cronaca in cui solerti agenti della Polizia arrestavano qualcuno.
Nell’ultimo telegiornale che Roy si ricordava di avere visto il servizio riguardava un adolescente arrestato per aver disegnato un cuore con lo spray in un vicolo buio dietro la stazione centrale. Il giovane voleva dichiarare il suo amore ad una coetanea, ma era stato sorpreso dagli zelanti agenti di via Melchiorre Gioia (il famoso inventore della partita doppia, santificato da tutti i capitalisti del mondo) e immobilizzato.
La trasmissione si era chiusa con una confessione del malcapitato che si dichiarava pentito e ringraziava le autorità per averlo riportato sulla retta via.
Al graffitaro il telegiudice affibbiò 15 giorni di lavoro coatto al CIE di via Corelli.
Armato di walkie talkie avrebbe dovuto sorvegliare gli Extra, pericolosi immigrati clandestini provenienti dal Nordafrica, che per pagare le spese della propria detenzione erano costretti ad asfaltare le strade della periferia est della città.

Roy sapeva che i divieti erano storia antica.
I governi mondiali avevano iniziato con la droga negli anni Settanta del secolo scorso, poi circa vent’anni dopo era iniziata la crociata internazionale contro il terrorismo, cui seguì la faccenda della pirateria audiovideo. Poi da lì era partita l’escalation di divieti e censure.
Dopo che fu bandito il partito “Free Assange” la rete era passata sotto il controllo della Ben Gates Foundation, che la teneva in pugno da un decennio e l’aveva addomesticata negli anni, rendendola innocua quanto la televisione.
La BGF era riuscita pure a costringere le Nazioni Unite a bombardare Puntland, città Somala in mano ai pirati, perché non riconoscevano le leggi internazionali sul copyright, rifiutavano a Mc D l’apertura di nuovi ristoranti e alla Chiesa Catodica di praticare il proprio videoculto.

La storia di Assange era ovviamente una delle cose vietate.
Il suo nome era diventato tabù, un po’ come il diavolo nel medioevo o la parola “Tibet” in Cina qualche decennio prima.
Roy sapeva che dopo la messa al bando del Partito tutti preferivano tacere.
Di questo e di altro ancora.
Lui queste cose le sapeva solo perché suo nonno gliele aveva raccontate, raccomandandogli di tenerle per sé, di non farne menzione a nessuno.
Gli diceva: “Io ti racconto la verità, ma tu mi dai la parola di lupetto che non vai in giro a spifferare tutto quanto”.
Lui era sempre più avido di dettagli, voleva capire e conoscere tutto.
Suo nonno ogni tanto mentre parlava si fermava, il suo sguardo si faceva triste, i suoi occhi più grigi.
Il vecchio sembrava impaurito … Oppure stava semplicemente trattenendo le sue emozioni, distillando gocce di verità a poco a poco, gocce che faticava a far uscire.

Roy si perdeva spesso nei ricordi, ipnotizzato dal flusso cittadino, gli occhi attratti da dettagli delle vite altrui che gli scorrevano davanti.
D’un tratto si ricordò il motivo per cui era lì in piedi, all’uscita della metro.
Il suo uomo in quel preciso istante saliva la scalinata.
Arrivato in cima si guardò circospetto, gli gettò un’occhiata rapida e gli passò accanto, facendo finta di non notarlo. Era vestito con un lungo impermeabile grigio, aveva in mano una borsa sportiva di una marca molto comune, esattamente come la sua.
Aveva circa la sua età, anche se i suoi anni sembravano essere fatti di giornate più lunghe e dure.
Roy attese qualche secondo, poi ostentando disinvoltura, prese a seguirlo a distanza di una trentina di metri.
A quell’ora corso Riccardo De Corato era piena di gente, quindi era facile mescolarsi alla folla senza essere visti. Era però altrettanto semplice perdere il contatto visivo con qualcuno.
Bisognava stare vicino all’obiettivo ma non troppo, per sfuggire agli sguardi delle autorità e soprattutto delle telecamere, che riconoscevano i volti e li mettevano in relazione confrontandoli tramite il database della polizia.
Mentre Roy fingeva di guardare le vetrine traboccanti di vestiti, accessori e gadget all’ultima moda vide che l’uomo entrava con passo lento dentro il megastore M & M.
Allora si fermò e attese un minuto buono a venti metri dall’entrata.
Vide che il flusso dei clienti in entrata e uscita era sostenuto.
Era un buon periodo per gli affari.
Il ministro del commercio globale infatti si era inventato la festa del vicino.
La popolazione era condizionata a condividere qualcosa con i propri vicini di casa.
Ufficialmente la cosa era stata introdotta per ridurre le liti condominiali e le sparatorie sui pianerottoli tra dirimpettai.
Però la decisione aveva delle evidenti ragioni economiche.
Il battage pubblicitario aveva prodotto i suoi frutti, e il ministro dell’economia prevedeva un incremento del PIL dello 0,2 %. Così aveva detto il telegiornale della notte.

Alla fine Roy varcò la soglia del megastore.
Una zaffata di aroma di finto prato sintetico gli invase le narici, coprendo il puzzo di metano delle auto.
Una musica delicata lo distrasse per un attimo dai rumori del traffico di corso Riccardo De Corato.
La merce era esposta al centro del negozio su lunghe scaffalature di polimeri multicolore che creavano una specie di labirinto frattale.
Sulle pareti venivano proiettati dei video stroboscopici che illustravano le offerte della settimana.
La gente rimaneva come ipnotizzata a guardarli in piccoli gruppi.
C’era un’atmosfera quasi religiosa in tutto ciò.
Quando con la coda dell’occhio vide il suo contatto che prendeva un paio di calzoni da uno scaffale, si affrettò ad agguantare una felpa in neoteflon e a seguirlo nella zona degli spogliatoi.
Il suo uomo si infilò nell’ultimo camerino a destra, lui in quello adiacente.
Chiuse la porta, espirò a fondo e si sedette sullo sgabello.
Dopo qualche secondo afferrò la sua borsa e delicatamente la passò nella cabina a fianco.
La fece passare al pelo, quasi strusciandola per terra, dalla fessura di 20 cm da cui poteva vedere il profilo delle scarpe del suo uomo. Fece attenzione a non fare rumore.
Sentì che l’altro la agguantava e la apriva con delicatezza.
Dopo una decina di secondi l’uomo gli passò una borsa identica alla sua.

Erano dieci anni che se le scambiavano: soldi in cambio di merce.
Quando strinse la borsa i suoi nervi schizzarono a fior di pelle.
Gli succedeva ogni volta, nonostante la scena si ripetesse da dieci anni, ogni settimana, esattamente allo stesso modo. La sola cosa che cambiava era il luogo.
In quel momento sentì un boato fragoroso.
La rudimentale serratura si sbriciolò e la porta picchiò violentemente contro le pareti divisorie delle cabine.
Uno sbirro munumentale lo agguantò per il collo, lo girò con estrema violenza e lo ammanettò prima che potesse rendersi conto di quel che stava accadendo.
Prima di perdere i sensi vide un altro agente più alto e magro armato di telecamera.

La sera seguente era ammanettato ad un letto con una flebo infilata nel braccio.
Il miniloculo era bianco candido e odorava di disinfettante industriale.
Poteva muovere gli occhi e deglutire ma il suo corpo era come paralizzato da invisibili lacci.
Un mal di testa lo torturava e gli pareva che uno schiacciasassi gli fosse passato sopra.
All’improvviso entrarono due uomini e una donna vestiti di bianco.
L’uomo più giovane sghignazzando esclamò: “Ecco qui il Vip di oggi” indicandolo senza toccarlo, come fosse una belva in gabbia.
Soddisfatto pigiò il pulsante di un minitelecomando e in un angolo della stanza apparve un’immagine tridimensionale.
Andava in onda il telegiornale.
Quel giorno mandavano in diretta la confessione del suo spaccino di fiducia.
Era ammanettato e indossava una divisa grigia tipo sacco di patate.
Il suo volto era emaciato, il labbro superiore gonfio e incrostato di sangue.
Con aria afflitta confessò che spacciava dischi di rock and roll da dieci anni.
Che lo faceva per necessità, perché il suo lavoro di sbirro a cottimo non gli garantiva un reddito sufficiente.
Si scusò con il dipartimento di polizia e coi colleghi che lo avevano arrestato, aggiunse di pentirsi delle sue cattive azioni. Infine, lacrime agli occhi, invocò la pietà dei giudici.
I giornalisti mostrarono i cinque long playing dei Rolling Stones sequestrati durante l’azione di polizia. Le copertine erano in parte censurate.
A un certo punto comparve anche il viso di Roy, in una foto segnaletica di qualche anno prima, quando fu arrestato per avere bigiato il lavoro.
La presentatrice disse che Roy era un tossico di rock and roll, una droga per fortuna estinta negli anni Dieci. Aggiunse che era un antisociale, un caso irrecuperabile.

Lo sbirro-spaccino fu condannato ai lavori forzati all’Ilva di Taranto, il luogo più inquinato di Italia.
Roy fu internato a Cologno, negli ex scantinati di MediaSERT set ora riconvertiti a casa protetta, dove per guarirlo gli propinarono massicce dosi di pop dei New Kids on the Block, elettroshock a go-go e lo ingozzarono di Koka Kola e psicofarmaci.
Dopo sei mesi lo liberarono e lo costrinsero a lavorare nel Mc D sorvegliato a vista.

Nonostante questo la sua malattia non guarì.
Mentre friggeva hamburger continuava a sentire i riff di chitarra degli Stones nel cervello.
Sentiva pure i nervosi giri di basso dei Ramones.
Di notte continuava a sognare concerti. Il puzzo di birra, di sudore, di fumo.

Editing: Marta Allegri