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L’evasione di San Valentino: la grande fuga dal Sant’Anna di Marcello Riva – Parte 2

| martedì 2 giugno 2015

fuga2

 

foto @zivas66

Pubblichiamo qui di seguito, la seconda parte del racconto della fuga di Marcello – la prima parte a questo link

 

L’EVASIONE DI SAN VALENTINO:
LA GRANDE FUGA DAL SANT’ANNA DI MARCELLO RIVA

 

La veridica storia dell’evasione di Marcello RIVA dal reparto psichiatrico dell’Ospedale Sant’Anna di Como, avvenuta il 14 febbraio del 2002 quando si trovava nel regime di carcerazione psichiatrica del Trattamento Sanitario Obbligatorio.

 

Prologo
Atto Primo – L’incarceramento psichiatrico
Atto Secondo – L’evasione
Atto Terzo – Il finale dell’evasione
Atto Quarto – L’evasione di Marcello RIVA come è stata raccontata dalla psichiatria del Sant’Anna
Epilogo
Novembre 2014

 

ATTO SECONDO
L’EVASIONE

Il giorno dopo è il 14 febbraio 2002, giovedì, festa di San Valentino, protettore degli innamorati e degli epilettici.
La giornata è fredda e piovosa.

Bollettino meteorologico di Como del 14 febbraio 2002 Un intenso peggioramento interessa il comasco tra il 14 ed il 16 febbraio 2002. Le piogge, insistenti e di intensità a tratti moderata, apportano già il giorno 14 ben 20,0 mm. di pioggia. Le precipitazioni proseguono a dirotto anche il giorno 15, in
giornata si toccano i +6,1°C.

Marcello si sveglia ancora intontito. Vorrebbe parlare con il primario, ma gli viene comunicato che il primario non verrà e, forse, dovrà aspettare fino a lunedì per poterlo incontrare.
Marcello si sente perso: altri quattro giorni in quell’assurda situazione gli sembrano un’eternità: sente che non ce la farà a rimanere in quel reparto fino a lunedì. Lì dentro ha già subito un TSO un anno prima e sa bene quale insopportabile stato di sedazione chimica da neurolettico lo aspetta. Sono da poco passate le 9:00 e dovrebbe iniziare il giro dei farmaci e delle iniezioni. Marcello, però, sente un persistente chiacchiericcio provenire dalla sala degli infermieri. Avvicinatosi con circospezione si accorge che gli stessi sono intenti a discutere e commentare alcuni articoli della Gazzetta dello Sport. Marcello comprende al volo che il giro questa mattina ritarderà. Decide all’istante di approfittare di questa insperata occasione: “Devo scappare ora dal reparto.”
E’ in pigiama, pantaloni blu, maglietta azzurra, ai piedi calzini chiari e un paio di vecchie pantofole marroni. Si reca nel soggiorno dove sa che il grande finestrone verso il giardino esterno, le cui ante sono chiuse ermeticamente, hanno nella parte superiore un’unica anta orizzontale con apertura a vasistas, alta una cinquantina di centimetri. Quell’anta però si trova ad oltre 3 metri e mezzo d’altezza: troppo in alto per poterla raggiungere. Allora senza esitazioni si dirige verso i servizi igienici e si chiude dentro un gabinetto. Una piccola finestra si trova in alto ed è anch’essa con apertura a vasistas. Marcello sale con i piedi sulla tazza del WC si aggrappa alla finestra aperta e comincia a tirarla verso il basso cercando di spezzare la catenella con cui è assicurata al telaio. La catena però è forte e resiste ai suoi sforzi. Dopo un po’ è costretto a desistere. Uscendo dai gabinetti si accorge che la porta del locale docce è aperta. Vi si chiude dentro: anche lì, però, non riesce a strappare la catenella della finestra. Marcello è spossato. Si reca nel soggiorno e si sdraia sul divano. Osserva l’anta orizzontale del finestrone in alto. Il chiacchiericcio in sala infermieri prosegue imperturbabile. Improvvisamente si alza, avvicina un tavolo al finestrone, sale sul tavolo, ma non raggiunge l’anta orizzontale. Allora ritorna in bagno per cercare di nuovo di spezzare la catenella della finestra, ma ancora una volta non ci riesce. Ritorna in soggiorno, questa volta prende una poltrona e a fatica la mette sul tavolo accanto al finestrone, sale con i piedi su spalliera e braccioli ma rimane ancora troppo in basso per riuscire ad aprire l’anta orizzontale. Ridiscende, prende una sedia e la mette sulla poltrona. Salendo sulla sedia e barcollando un po’ questa volta riesce ad arrivare all’anta orizzontale, ad aprirla e ad afferrarne il bordo con entrambe le mani. Marcello si concentra, raccoglie un po’ delle forze rimaste, respira profondamente e poi si tira su con le braccia cercando contemporaneamente di agganciare l’anta aperta con una gamba. Ci riesce, faticosamente si tira su fino a scavalcare con l’intero corpo l’anta aperta. Rimane così sdraiato per qualche secondo. Si accorge che sulla strada si sta avvicinando un infermiera con l’ombrello aperto. Rompe ogni indugio e scivola con le gambe verso l’esterno tenendosi aggrappato con le mani al telaio inferiore dell’anta. Rimane un attimo allungato e appeso fuori dal finestrone con la faccia rivolta verso il vetro. Le pantofole si sfilano e cadono per terra sull’asfalto del marciapiede che circonda il padiglione. Poi si lascia cadere, facendo però una semi rotazione con il corpo per evitare di sbattere con la faccia sul davanzale. Atterra con i due piedi sull’asfalto. Si alza in piedi. Davanti a lui, a non più di due metri, l’infermiera paralizzata lo sta fissando con l’ombrello aperto e con un’espressione di meraviglia in faccia, forse di spavento. Il grande freddo che lo assale e una potente sferzata di adrenalina gli danno l’energia per reagire prontamente: si infila le ciabatte e si mette a correre nella direzione opposta a quella in cui si trova l’infermiera paralizzata. Gira attorno allo spigolo del padiglione psichiatrico e continua a correre, ma capisce che le pantofole lo rallentano. Allora se le toglie le prende in mano e ricomincia a correre a tutta velocità lungo il muro dell’edificio, svolta di nuovo attorno ad un secondo spigolo e corre lungo tutto il lato posteriore del padiglione. Ora viene la parte più difficile: dopo un terzo spigolo dell’edificio deve passare davanti all’ingresso dell’SPDC. Lo fa in un lampo, sempre con le pantofole in mano. E’ fortunato: non vede nessuno. Prende a correre verso destra lungo la strada interna dell’ospedale e subito si infila in una specie di vicolo che si trova tra il padiglione della scuola degli infermieri e il muro di cinta dell’ospedale. Il muro è alto almeno 2 metri e mezzo, ma è di nuovo fortunato: vi sono delle macchine parcheggiate di fianco. Sale sul cofano e poi sul tetto di un’auto, butta le pantofole dall’altra parte, si issa sul muro, lo scavalca e si lasca cadere dall’altra parte. Ora si trova in un grande piazzale vuoto di fronte ad una chiesa (N.d.r. è la chiesa dei Santi Carpoforo e Brigida). Sul piazzale non c’è nessuna persona. Marcello si rimette le pantofole e si mette a camminare velocemente. Per non perdere le pantofole sta attento a strisciare con i piedi senza alzarli troppo da terra. Attraversa il piazzale, entra nella via Michelangelo Colonna ed arriva nella vicina Piazza Camerlata. Entra nel sottopassaggio della piazza, esce dall’altra parte della piazza e imbocca la via Canturina: è sua intenzione raggiungere in autostop Canzo dove abita Leo, un suo amico di Foggia. Nella via Canturina si mette a camminare all’indietro facendo con la mano destra il segno dell’autostop verso le auto che escono da Como. I rari pedoni che incontra lo fissano sbalorditi, mentre con il suo pantalone di pigiama blu, la maglietta azzurra e le pantofole marroni, completamente bagnato cerca di fare l’autostop. Il traffico è sostenuto ma nessuna auto si ferma. Giunto all’incrocio con la via Turati la imbocca e la percorre. Nessuna delle poche macchine che passano si ferma. Gira in via Donatori di Sangue, passa sul ponte che scavalca la linea ferroviaria delle Ferrovie Nord Milano ed arriva al semaforo dell’incrocio con la via Oltrecolle. Al semaforo si ferma un ragazzo con un Fiorino bianco che lo guarda e gli fa cenno di salire a bordo. Marcello gli chiede se può portarlo fino a Canzo. Il ragazzo gli risponde che non può andare fino a Canzo perchè è in giro per lavoro, ma può portarlo fino ad Albavilla. Il ragazzo alza al massimo il riscaldamento per asciugarlo e riscaldarlo e gli chiede da dove viene. Marcello gli risponde che è scappato da un programma di disintossicazione in ospedale. Il ragazzo gli esprime tutta la sua solidarietà perchè alcuni suoi amici sono nella stessa situazione e sa bene come ci si sente. Si rammarica poi che non abbia con sé un po’ di erba, perchè volentieri fumerebbe una canna insieme a lui. Marcello scende ad Albavilla, sulla provinciale e ringrazia il ragazzo per il passaggio. Constatando che le auto non si fermano al suo segnale di autostop, entra nel paesino sperando di trovare la fermata di qualche autobus per Canzo. Lo sguardo esterrefatto di alcune anziane signore, però, lo mette sul chi va là e ritorna velocemente sulla provinciale. Ricomincia a fare l’autostop. Dopo 15 minuti, che gli sembrano interminabili per il freddo e per la pioggia che continua a bagnarlo, si ferma una Uno grigio topo. Un signore anziano alla guida accetta di prenderlo a bordo. Alla sua richiesta se va fino a Canzo risponde che può portarlo solo fino a Erba. Marcello allora gli dice che ora non ha nulla con sé, ma che, se lo porterà fino a Canzo a casa di un suo amico, potrà dargli 10.000 Lire per la benzina. Il signore anziano gli risponde che non può arrivare fino a Canzo, perchè deve andare di fretta a casa sua a Erba per prendere le pastiglie contro l’alta pressione, essendo stato operato al cuore di recente. Poi però, venuto a conoscenza della vicenda di Marcello si impietosisce e, giunti ad Erba, decide di proseguire per Canzo fino alla casa di Leo. Qui il signore anziano non aspetta che Marcello vada da Leo a chiederli i soldi per la benzina: dice che gli ha fatto piacere aiutarlo, quindi saluta e se ne va via di corsa. Marcello suona il citofono di Leo, ma questi non risponde. Per un attimo viene assalito dalla paura che Leo non sia in casa. Suona di nuovo e solo dopo qualche tempo sente la voce di Leo: avendo fatto il turno di notte stava ancora dormendo. Entrato in casa Marcello spiega a Leo cosa è successo. Leo lo invita a fare una doccia calda, gli fa indossare alcuni suoi vestiti di taglia un po’ più grande della sua, e un paio di scarpe e gli prepara una colazione. Marcello però non ha fame, beve sono una tazza di caffè caldo. Finalmente un po’ rilassato Marcello capisce che è pericoloso per lui rimanere lì, perchè sua madre sa che Leo è suo amico e potrebbe avvertire la psichiatria del Sant’Anna che egli potrebbe trovarsi qui a Canzo. Decide quindi di recarsi a Milano in via Giambellino dove abita Massimo, un ragazzo sardo che ha conosciuto da poco. Non ha però il suo numero di telefono: è dentro il suo cellulare, che è rimasto in reparto. Allora Leo lo accompagna in macchina a Milano. Arrivati verso le 15:00 alla casa di Massimo suonano più volte al citofono, ma nessuno risponde. A questo punto Leo lascia 20/30.000 Lire a Marcello, lo saluta e va via. Marcello rimane ad aspettare Massimo sul marciapiede di via Giambellino. Dopo un po’ entra in un bar a prendere un caffè. Poi esce a va a suonare di nuovo il citofono ma nessuno risponde. Fa freddo. L’unico posto caldo aperto lì intorno, oltre al bar, è il cinema Pussicat che ha una programmazione di film porno. Entra paga il biglietto di 10.000 Lire e rimane per un paio d’ore al caldo a vedere il film, di cui non ricorda più il titolo. Alle 18:00 esce e torna a suonare il citofono, di nuovo invano. Il tempo passa. Rimane a camminare avanti e indietro e ogni tanto suona il campanello. Finalmente alle 22:30 Massimo arriva: ha lavorato fino ad allora alla Doxa sondaggi. In casa apprende quanto è successo a Marcello. Gli prepara un ottimo risotto con la zucca. Massimo si dice disponibile a tenerlo in casa fino a quando la sua situazione non si chiarisce un po’. Marcello dorme sul divano in soggiorno. Il giorno dopo Marcello rimane solo in casa con le chiavi, ma decide di non uscire. Quando a sera Massimo ritorna a casa gli racconta che al lavoro una sua amica gli ha parlato del Telefono Viola di Milano, che è un’associazione che lotta contro gli abusi della psichiatria e che lo potrebbe aiutare.