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Generazione (A)

L’eccezione napoletana. Un’intervista sugli spazi occupati 3.0

Paolo Mossetti | martedì 25 ottobre 2016

L’eccezione napoletana. Un’intervista sugli spazi occupati 3.0.

Visti da vicino, gli spazi autogestiti napoletani, con i loro protagonisti in movimento come tante termiti senza re né regina, suscitano ammirazione. Specialmente quelli dell’ultima “generazione” – i 3.0, mi verrebbe da chiamarli. Sorti negli ultimi quattro anni sulla scia dell’Onda studentesca, sono spazi capaci di aggregare persone solitamente non politicizzate; abili nel farsi quasi mainstream; seriamente impegnati nell’avviare un dialogo con i loro quartieri. Altrove, in Italia, si sgombera. A Napoli la cultura del centro sociale sembra più florida che mai.

C’è da discutere e s’è discusso, certo, di che tipo di centro sociale si tratti: iniziative come il “controllo popolare”, l’ubiquità di parole come “liberato” e “popolo”, la campagna per la rielezione del sindaco e adesso per il referendum sono oggetto di confronto anche aspro, all’interno del movimento. Nel corso di quest’anno mi è capitato di incontrare più volte, in questi spazi occupati, uno studioso napoletano molto brillante, Andrea, dottorando in urbanistica e assistente di geografia in Germania. Con lui ho cercato di raccogliere qualche spunto per capire dove stanno andando gli scugnizzi liberati, che futuro si prospetterà loro, e che rapporto ha lo zapatismo vesuviano con gli spazi che occupa.

Cosa ti ha spinto a studiare l’Ex-Opg Occupato, lo Scugnizzo, e altre realtà simili? Qual era il tuo progetto di ricerca?

Ho cominciato nel lontano dicembre 2012, con poche e vaghe idee sugli effetti spaziali di fenomeni sociali come la cooperazione, la complicità, e le regole informali. Per quanto riguarda gli spazi napoletani ho cominciato dall’Asilo Filangieri, di cui ho avuto modo di conoscere lo sviluppo del regolamento per gli usi civici (quello poi recepito in delibera a fine 2015) e il funzionamento quotidiano dello spazio. La mia domanda è tuttora: che cosa permette una gestione degli spazi che sia inclusiva? Da una parte, ho visto l’entusiasmo degli abitanti di questi spazi, la loro preparazione, e la generosità che dedicano agli spazi, in un’ottica di inclusione.

Ecco, fermiamoci un attimo su questo. Sul principio di inclusione. Possiamo descriverlo meglio?

Beh quello di inclusione è un concetto sempre parziale, di parte. Tendiamo a definire “inclusive”, ad esempio, le iniziative che coinvolgono gruppi sociali che sono come noi, o che crediamo ingiustamente esclusi. Per cui è sempre interessante vedere fino a che punto questo principio, questo scopo, venga effettivamente perseguito. Questo porta anche a vedere i limiti di questo concetto. Alla fine, lo slancio “pluralista” verso l’inclusione e la diversità è limitato sempre da criteri “costituzionali” che invece definiscono cosa non è ammissibile. Ad esempio, questi spazi hanno dei principi “costituzionali”, quali l’anti-razzismo e l’anti-sessismo, che limitano la varietà di attività possibili. 

Ed è anche comprensibile che sia così. Studiando questi spazi hai avuto la sensazione che ci fosse una reale opportunità di riqualificazione? O che ci fosse piuttosto il rischio di rovinare un bene di pubblica utilità, alla lunga, affidandolo agli attivisti?

Io credo che il rischio di rovinare questi spazi c’era prima, quando giacevano pressoché abbandonati o dimenticati. Ora c’è una grande cura. E parlo proprio di cura fisica fatta di attenzione, tempo, e sudore dedicati agli spazi autogestiti. Senza contare la serie impressonante di competenze tecniche che vengono messe a disposizione sia dagli attivisti che da persone del quartiere.

Io penso ai molti architetti, designer, tecnici radio, persone pratiche di montaggio video che ho incontrato all’Asilo o all’ex Opg. Per limitarci all’aspetto tecnico della manutenzione.

Sì, esatto. Però è chiaro: senza un numero sufficiente di persone con queste competenze, alcuni tipi di intervento restano off-limits. Penso alla messa in sicurezza degli edifici, alla rimozione di alberi, costruzione di bagni. Il che mette in risalto un altro “limite” dell’autogestione. Ma questo, detto sinceramente, non credo sia un male. Ci si può forse aspettare che degli attivisti, per quanto preparati, rimettano a posto un edificio secolare, lasciato per decenni all’incuria e danneggiato da infiltrazioni d’acqua?

L’ex Opg sono circa 9.000 metri quadri. Lo Scugnizzo credo 16.000.

Ecco, appunto. Ma qui il discorso diventa delicato. Perché le autogestioni, nella mia interpretazione, sono un modo di sfidare la normale attribuzione di competenze delle istituzioni. Sono un modo per dire: no grazie, facciamo da noi, aiutiamo noi chi ha bisogno. Ma è ovvio che la relazione con le istituzioni non scompare, ma cambia. Garantire la sicurezza degli edifici è un compito di Comune e Soprintendenza, se non altro per una questione di competenza tecnica e di responsabilità. Per altre attività – ad esempio gli sportelli sul lavoro e immigrazione , i presìdi sanitari l’Asilo condiviso all’ex Opg – gli spazi autogestiti sopperiscono provocatoriamente e praticamente alle mancanze dello Stato.

Si bypassano i fallimenti delle istituzioni.

In alcuni casi, ma non sempre. Lo scopo di questi spazi non è certo quello di sobbarcarsi tutto il lavoro. Da un lato perché sarebbe uno scopo irrealistico, dall’altro perché questi spazi nascono da un “surplus” di energie, competenze, e impegno degli attivisti, un surplus che poi si riversa e si trasforma in uno spazio nuovo. Le attività che vengono ospitate o create in questi spazi, come lo sport, attività ludiche, teatrali, musicali, eccetera, sono belle perché belle e basta, non perché abbiano chissà quale scopo pratico. Sarebbe un limite all’immaginazione.

Una cosa che mi è sempre piaciuta di questi spazi autogestiti è che mi sembrano meno isolati, meno marginali di quelli di prima generazione, come Officina oppure il Leoncavallo a Milano, che pure hanno fatto cose memorabili. Parlo proprio del loro rapporto con il territorio circostanze. Però il rapporto tra gli spazi napoletani e i quartieri in cui operano non è uniforme, mi pare. L’Asilo non è Santa Fede e Santa Fede non è l’Opg.

Credo dipenda da vari fattori: dall’impostazione che si è data il collettivo, dalla posizione della struttura autogestita, dal tipo e dal numero delle attività proposte dallo spazio, dal contesto sociale del quartiere. Credo che gli spazi autogestiti, specie quelli più aperti ai quartieri, in un certo senso contribuiscano alla riqualificazione del territorio. Anche qui, però, è importante non illudersi che uno spazio autogestito sia una sorta di deus ex machina che risolva i problemi di un intero quartiere. Sarebbe, oltre che ingenuo, ingiusto verso chi in questi spazi ci lavora. Ma il tratto comune mi sembra quello di una grande apertura verso l’esterno: lo si vede anche dalle attività che questi spazi ospitano, che parlano ad una platea non necessariamente politicizzata. Questo si riflette molto chiaramente dal tipo di attività che questi spazi ospitano, e all’attenzione posta ad accogliere gli input degli abitanti del posto.

Parlando in questi mesi con i collettivi occupanti ho notato una certa ritrosia, da parte di alcuni, ad ammettere che Palazzo San Giacomo, in soldoni, paga le bollette dell’Enel. Da un lato c’è un illegalismo che viene rivendicato, anche con coerenza, dall’altro c’è una certa pudicizia, una certa timidezza a riconoscere una forma di, come lo vogliamo chiamare, padrinaggio politico? E in fondo il Comune il suo aiuto mi sembra lo abbia fornito più politicamente che materialmente o logisticamente.

Sull’aiuto del comune ho avuto un’impressione diversa. Credo che il Comune aiuti gli spazi autogestiti su più livelli: simbolicamente, politicamente, economicamente, e con servizi essenziali. Ma certo, queste spese sono una goccia nel mare rispetto al bilancio del Comune. Io credo che, in generale, le rivendicazioni illegaliste dei movimenti sociali servano ad evidenziare la distanza tra quello che è legale e quello che è giusto. Ingiustizie come l’apartheid sono state legali per lungo tempo! A me sembra che lo scopo delle azioni illegali sia più quello di pungolare le istituzioni che di delegittimarle.

De Magistris aveva ed ha un vocabolario politico molto vicino a quello dei collettivi, di cui ha sposato tante cause. Ricordo quel “potere al popolo” gridato più volte, la maglietta con “controllo popolare scritto sopra, lo zapatismo, eccetera.

Questo può far venire il dubbio che ci sia una nuova forma di cooptazione in corso, in un mercato politico dove l’illegalismo tira. Non dico che sia finzione, ma che sicuramente ha una sua rilevanza politica ed elettorale. Io credo che entrambe le parti beneficino da questa relazione. Se questo permette agli spazi di continuare a fare quello che fanno, preferisco di gran lunga questo dialogo.

Si può parlare allora di “eccezione” napoletana in materia di spazi autogestiti, visti i recenti sgomberi del Baobab e del Corto Circuito a Roma, giusto per citare due tra i casi più eclatanti dalla Capitale in su?

Certo, la particolarità napoletana è l’appoggio esplicito del sindaco. Ricordo quando, alla prima assemblea pubblica dell’Opg, lui venne e disse chiaramente: “riconosco la legittimità di questo spazio”. Rimasi colpito da tanta chiarezza, non è una posizione tipica di un sindaco schierarsi così apertamente. A Berlino, per esempio, la politica cittadina di solito “tollera” questi spazi autogestiti in modo implicito ma il livello di conflittualità è sicuramente più alto. In ogni caso, rimane da vedere se la “eccezione napoletana” riguardi più il sindaco o gli spazi. 

Da osservatore di questi spazi, pur non neutrale ma anzi partecipante e simpatizzante, trovo difficile limitarmi alla retorica della “potere al popolo” e del “da qua non ce ne andiamo”. Sono anche questi principi, per carità. Ma finisco sempre col farmi qualche domanda sulla sostenibilità di questi progetti nel medio-lungo periodo. Posto che è anche difficile dire cosa sia il medio-lungo periodo. Il punto è che dalle passeggiate all’ex Opg torno al lavoro pieno di idee e di energia – quel tipo particolare di energia – ma poi sento quasi subito il bisogno di incanalarla in un pensiero razionale. Forse un po’ vigliacco. Il rischio, per come l’ho sempre vista io, è quello di gettare l’anima su iniziative molto belle, molto importanti, molto urgenti, e poi di vederle sfiorire: perché qui il lavoro non c’è, o perché qualcuno trova posto al consiglio comunale, o magari in un’agenzia creativa del Nord. Sono io che la faccio troppo pesante?

Guarda, questi sono sicuramente spazi di sperimentazione, con tutti i loro pregi e difetti. Ognuno di questi spazi decide come è meglio organizzarsi al suo interno, e ognuno ha una sua storia diversa. Sicuramente l’indeterminatezza degli inizi, e il continuo esporsi a nuove esperienze e collaborazioni li hanno stimolati e li stimoleranno a rinnovarsi. Sono ottimista circa la loro capacità di adattarsi. Poi certo, ad un certo punto alcuni si troveranno a dover decidere se conta di più l’esperienza anticonformista della contestazione, da cani sciolti, oppure l’interazione intensa e continua con il territorio.

Ma forse la mia è solo paura. Che potrebbe essere un altro modo per chiamare la razionalizzazione delle cose, no? Il denaro, il bisogno di professionalizzare ogni rapporto umano, la cultura del lavoro rischiano sempre di distruggere tutto, e non solo in uno spazio specifico.

Ma pure io tendo a essere realista. Però guarda, la mia impressione è che, per ora, e per l’Asilo sono già quattro anni, la novità di questi spazi è ancora una forte motivazione a discutere, a sforzarsi di tenere in vita spazi che siano sia aperti, creativi, e socialmente impegnati, per usare una formula un po’ fuori moda. L’idea che questi spazi possano andare avanti solo se mossi dall’euforia degli inizi e della contestazione mi sembra un po’ limitante. Il Damm esiste da vent’anni.