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L'Asia Simiana del Duka (in cerca dell'Elefante Bianco – Parte II)

| lunedì 3 ottobre 2011

Inizio dicendovi che il posto piu’ underground dell’isola di Bunaken e’ l’internet point. Il punto e’ popolato da bambini dai 13 anni in giu’ capitanati da un pischellissimo che indossa una t-shirt rossa con scritto “Punk no rock”, I monelli hanno trasformato quel luogo nel loro covo, giocano alla play station, navigano in rete e ascoltano la cassa dritta. Qui nel Sulawesi, la gente monta davanti casa degli impianti ad alta potenza che annienterebbero senza problemi i nostri Kernel Panic e One Love Hi Pawa. La compilation migliore di techno che abbiamo sentito, la sparava da casa con il suo potente sound system il prete di Batuputih. Nonostante tutto cio’, i party non ci sono mai!!! Tutto questo rumore e’ prodotto solo in funzione di un ascolto casalingo, da soli o con gli amici, bevendo una fanta seduti in giardino. Bastardi senza Gloria, perdonatemi ma questa mail non sara’ lucidissima. Da quando ho lasciato Roma’ non ho piu’ toccato alcol, sigarette, caffe’ e non si trova uno spacciatore nemmeno a pagarlo oro. Qui x chi si droga c’e’ la pena di morte. Due personaggi del mondo del diving, degni di nota, conosciuti nel resort a Bunaken sono: Valallah Rising e Papaia Power. Il primo ha naso, pancia e baffi uguali a Obelix, un’occhio guercio come Odino, la muscolatura di Conan il barbaro e il capello biondo e lungo come Thor. Stava sempre x conto suo, andava da solo a fare diving, a pranzo non sedeva a tavola con gli altri e parlava solo x chiedere, imbruttito ai camerieri, la salsa piccante. Prima di entrare in acqua Valallah Rising metteva dell’acqua bollente dentro un contenitore e diluiva cosi’ una polvere marrone che una volta sciolta ingurgitava. Il secondo tutte le mattine a colazione, prima di partire x l’immersione, metteva le mani con i palmi rivolti sopra il piatto contenente delle fette di papaia. Facendo cio’, permette all’energia del frutto di trasmigrare dentro di lui. Papaia Power crede ciecamente nella forza che emana il miracoloso frutto arancione, e’ convinto che l’energia della papaia allontana gli squali rendendolo immune ai loro attacchi. Andati via da Bunaken siamo arrivati, con una carretta del mare carica di persone fino all’inverosimile, a Manado dove abbiamo preso un bus x la riserva naturale di Tangkoko-Batuputih Dua Saudara. Prima di arrivare al terminal degli autobus e’ successo il fattaccio, Stefanino non mi ha parlato x 24 ore. Sbarcati a Manado abbiamo attraversato un mercato, dove in un angolo si stava tenendo un combattimento illegale di galli, non commettendo da giorni nessun reato e infrazzione, la tentazione e’ stata grossa. Forse non ci crederete, ma ho perso 750 mila rupie della cassa comune scommettendo sul gallo perdente. Arrivati alla riserva nel paese di Batuputih, dopo avere preso una stanza siamo andati, senza parlarci, al mare. La spiaggia, tutta di sassolini minuscoli neri, si trova sotto il vulcano di Tangkoko e, contrariamente alle frottole new age, non si sente nessuna energia. Come ha fatto buio ci siamo preparati x la spedizione nella giungla. Stefanino sfoggiava x l’occasione un tropical look impeccabile, sembrava uscito da un vecchio film, in bianco e nero, di Tarzan. Indossava una stupenda sahariana color sabbia e un paio di pantaloni verde chiaro della Columbia, mentre io facevo ridere con i miei jeans, rigorosamente GStar, infilati dentro i calzettoni (in funzione anti gonones, pericolosa specie di moscerini) la maglietta di Torazine e un paio di scarpe, che si sono rotte, che avevo calzato solo nel mio viaggio in Palestina e il 3/7/11 in Val di Susa. Nell’uscita notturna siamo riusciti a vedere i tarsi, il buffissimo animale capace di girare la testa di 360 gradi. Alle 5 del mattino del giorno dopo partiamo, con Stefanino che ancora rosicava x i soldi persi con i galli, alla ricerca dei macachi dalla cresta nera. Trovate le scimmie la situazione che si e’ creata era la seguente, la guida seduta da una parte che aspetava che finisse il suo turno di lavoro, i macachi costretti a sopportare i visitatori, che sono l’unica garanzia x la loro sopravvivenza, quando mancheranno la foresta sara’ abbattuta. Stefanino l’unico che si divertiva, tutto preso nel suo safari fotografico, e io che dopo un’ora, iniziavo ha stare in ansia, xche’ in mezzo alla gingla mi sento tranquillo solo se porto al braccio un M16. I Macachi un effetto positivo l’avevano scaturito: Stefanino. non era piu’ incazzato per i soldi persi, riniziava a parlarmi. Oggi prima di tornare a Manado, abbiamo visitato dei waruga (tombe di epoca pre cristiana), siamo saliti sul vulcano Gunung Mahawu e siamo stati al lago di zolfo di Danau Linow. Questa mattina, prima di montare in macchina x andare via dalla riserva, indovinate chi e’ arrivata? La francese. Come mi ha visto, mi e’ venuta sotto x chiedermi se facevo il trekking con lei x vedere i Macachi. Io, con mio grande dispiacere, gli ho detto che stavo aspettando stefanino x andare via. C’e’ rimasta malissimo. Stacco qui, sono stanco, torno in albergo, Stefanino sta dormendo da ore, solo io faccio il pipistrello in giro x Manado.
Baci

PS la guida mi ha detto: l’elefante bianco non esiste e’ solo una leggenda. Io non gli credo e’ continuo la ricerca
PS Sapevate che Friedrich Engels ha scritto un libro dal titolo “Il ruolo del lavoro nel passaggio dalla scimmia all’uomo”

Non vi ho raccontato della visita al macabro mercato diThomohon. In questo puzzolente e orripilante market si trovano macellati e in vendita: serpenti, cani, ratti della foresta, ovini, bovini, maiali e pipistrelli, mancano le scimmie xche’ e’ illegale il commercio. Miei drughi/e i minahasa mangiano qualsiasi animale, questo vi deve far capire xche’ nel Sulawesi gli islamici sono una minoranza. Nessuno puo’ togliere dalle tavola di un toraja o di un minahasa la carne di porco. Quando arrivarono i gesuiti portoghesi, anni dopo gli arabi, alle popolazioni del Sulawesi non gli sembrava vero che potevano riniziare a mangiare il cotechino cambiando religione. Nel 1998 nel Sulawesi scoppio una guerra tra cristiani e mussulmani, il conflitto ando’ avanti fino al 2006. Si sono scontrati, armati di machete, artiglieria leggera, archi e frecce e artiglieria pesante, i gruppi paramilitari dei Red Force (cristiani) e i Laskar Jihad (mussulmani). Manado di guerrre e bombardamenti ne ha subiti molti nella sua storia, il piu’ famoso bomardamento fu quello alleato nel 1945, dopo tre anni di occupazione giapponese, la citta’ fu distrutta dai nord/americani su ordine del generale MacArthur, passato alla storia x la frase “quando sento puzza di muso giallo, armo il cane della mia colt.”

Ieri notte non prendevo sonno, non xche’ pensassi alla francese, ma xche’ riflettevo sulla mia breve esperienza tra i macachi. mi sono alzato dal letto e ho tirato fuori dallo zaino il libro “Il ruolo del lavoro nel passaggio dalla scimmia all’uomo” di Engels. L’autore pur andando oltre il darwinismo, afferma erroneamente che il lavoro e’ la pietra miliare dell’evoluzione. Le poche ore vissute con i macachi mi permettono di affermare: i primati sono superiori all’uomo, e non l’anello inferiore della catena, proprio xche’ non conoscendo il lavoro non esercitano lo sfruttamento della scimmia sulla scimmia. Causa lo sforzo di elaborazione, di teoria marxiana, mi sono addormentato x poi svegliarmi dopo il ricorrente sogno dell’elefante bianco. La visione onirica e’ iniziata con io che camminavo dentro il corridoio di un tempio hindu’, decorato con danzatrici, musicisti, navi, sovrani, elefanti e guerrieri. Poi salivo al terzo livello, sembrava di essere dentro un gioco della playstation, qui trovavo una serie di pannelli raffiguranti un sogno della regina Maya, comprendenti una visione di elefanti bianchi a sei zanne. Mentre guardavo i pannelli e apparso l’elefante bianco, che mi ha detto “Mi cercavi?” Poi mi ha caricato, io mi sono messo a correre, scappavo x i corridoi del tempio inseguito dal pachiderma albino, poi davanti a me un muro. La fine della corsa. Mi sono svegliato!!! Ho preso la guida e ho letto tutto sui tempii in Indonesia. Il luogo del sogno si trova a Java e’ il tempio di Borobudur, qui vedro’ l’elefante bianco, Lui mi ha voluto far sapere, tramite la mia visione, dove ci incontreremo. Domani partiamo x Java, la prima tappa sull’isola e’ la scalata del Bromo, durante la luna piena, ci arrampicheremo fino al cratere del vulcano e aspetteremo il sorgere del sole prima di discendere. Oggi a Manado sono andato all’appuntamento con l’avvocato Kharisma Karyadijaya, ho fotocopiato gli atti del processo di Singapore nei confronti delle due Tigri. Il modo di porsi delle tigri della Malesia nei confronti della corte mi ha ricordato il modo impeccabile, ma hai fini processuali perdente, dei compagni del movimento negli anni ‘ 70. Ecco x voi alcuni stralci, Yanez: “Mi rifiuto di riconoscervi come giudici. Vedo di fronte a me tre cittadini britannici, in una citta’ dove la maggioranza della popolazione e’ cinese o malese, giavese o indiana. Voi non rappresentate Singapore e gli Stretti, ma soltanto quella vecchia decrepita che chiamate inopportunamente Vittoria.” Sandokan: “Veniamo accusati di un centinaio di atti di pirateria, in una citta’ fondata da un pirata britannico. Dovreste essere piu’ rispettosi nei confronti delle vostre tradizioni. E fareste meglio a impiccarci in fretta xche’ altrimenti piu’ di una nave inglese finira’ in fondo all’oceano con tutto l’equipaggio, E assicuratevi di averci ammazzati, xche’ le tigri della Malesia hanno la cattiva abitudine di tornare dall’inferno.” Il processo ando’ malissimo furono condannati alla pena di morte, ma avendo sul loro libro paga il capo delle guardie, un nativo, di Singapore simularono l’impiccagione.

Non ci crederete ma siamo finiti alunni a un corso di batik, nella speranza di rimorchiarci 2 freakettone lituane, ma andiamo x ordine. Riprendiamo la narrazione da dove l’avevamo lasciata, dalla nostra partenza dal Sulawesi destinazione Java. Arrivati in aereo a Surabaya (Java) decidiamo di fermarci mezza giornata in citta, questa metropoli (l’area metropolitana fa 4 milioni di abitanti) al contrario di quello che dice la guida L.P. ha solo una cosa interessante da vedere la House of Sampoerna (gli Agnelli del luogo), la vecchia fabbrica delle sigarette kretek (ai chiodi di garofano) che e’ diventata un museo come quello della Guinnes a Dublino. Il quartiere di Chinatown che doveva essere un’esperienza da non perdere, puzza solo di pesce affumicato. La mattina dopo viaggio in treno con destinazione Probolinggo, sembrava di viaggiare sul locale Torino-Milano, dal finestrino vedevamo solo pianura e risaie. Poi proseguiamo, su un minibus, x il parco nazionale del Bromo destinazione Cafe Lava Hotel a Cemoro Lanang. Arrivati in questo villaggio, che la guida dice abitato dall’etnia Tengger di religione induista, scopriamo che invece la zona e’ abitata da una popolazione ligure (antichi genovesi), che lungo la migrazione, che nei secoli li ha portati a Java, sono passati x Gerusalemme dove abbracciarono l’ebraismo. La fede x David sposatasi al calvinismo, dei colonizzatori olandesi, ha formato una classe media di bottegai capace di spillare soldi a chiunque voglia vedere il vulcano Bromo. Vedere tramontare la luna piena e sorgere il sole, con la nebbia che avvolgeva le pendici del vulcano e’ stato pazzesco, una botta!!! Una pezza come quando ho visto la Monument Valley e il Grand Canyon in Arizona. Il Bromo (2392m), il vulcano Batok (2440) e il monte Semeru (3676) e la piana desertica, con tanto di dune, che si apre davanti al viaggiatore, che ha appena attraversato un paesaggio alpino, sono una mazzata che ti manda in orbita verso il sublime. Si miei cari/e, si vola verso il sublime come davanti a un paesaggio del Perugino o di Leonardo. Mentre ammiravamo il Bromo (vulcano scavato, secondo la leggenda, con una noce di cocco da un orco innamorato di una principessa) un’apparizione divina: davanti i nostri occhi 2 ragazze che sembravano uscite da uno spot della North Face. Trafitti all’istante da tanta bellezza, ci lanciamo subito nel tampinamento pesante. Stefanino, grazie alle sue conoscienze di inglese, francese, spagnolo e vietnamita le aggancia, io sculo xche’ una delle due ragazze mastica un po’ di italiano. Parlando veniamo a sapere che sono Lituane e decidiamo di continuare insieme il viaggio, destinazione Yogyakarta. Durante il viaggio in minibus le 2 lituane hanno una trasformazione, del genere da Peter Parker all’Uomo Ragno, da modelle della North Face a freakettone. Ora siamo incastrati a Yogyacarta, capitale culturale dell’ Indonesia, con le 2 bellissime lituane, che ancora non ci sono cascate, che ci hanno fatto diventare 2 turisti: visita al Kraton, il palazzo del sultano, una casa colonica trasformata in una reggia da un’arredatore di ristoranti cinesi. Visita al museo Affandi, il Mario Schifano del Sud/Est Asiatico, il piu’ grande pittore indonesiano del XX secolo. A teatro x vedere il balletto del Ramayana, in versione integrale di 8 ore, e iscritti ad un corso di Batik. Cosa non si fa x una scopata!!! Oggi sono raggiante, passa in secondo piano pure la freak, xche’durante le visite ai templi di Prambanan e al tempio di Borobudur ho visto l’elefante bianco. Riuscivo a vederlo solo io il pachiderma. Sembrava una scena dell”Odio, quella in cui Vincent Cassel vede la mucca che i suoi amici non vedono. L’importante non e’ quello che esiste ma quello che si vede. Ora non so se questo autunno il tiranno cadra’, ma sono sicuro che le strade si incendieranno come la benzina con un cerino acceso. Questo e’ il cambiamento che mi ha predetto l’elefante bianco.

Cacciamo Brooke da Sarawak
Che cento fiori sboccino, che cento Mompracem nascano

Non avreste mai pensato che i vostri amati drughi finissero sotto botta x 2 freakettone lituane. Eppure andiamo in giro x Yogyacarta, sicuramente con le 2 piu’ belle ragazze in circolazione (tra gli occidentali va di moda l’accoppiata ragazzo bello e ragazza cozza), ma i campanellini alle caviglie e i corsi di batiksono duri da sopportare. Ieri, come vi scrivevo prima, ci hanno costretto alla visione del Ramayama un harmony epico, che non poteva non piacere a un borgataro come me. In poche parole la storia: il re, del regno dei Mantili, Ilamando Janaka non sa a chi dare in sposa la figlia, la bellissima principessa Sita. Il re organizza una competizione tra cavalieri, la spunta Rama che si mette insieme a Sinta e se ne vanno, felici e contenti, peregrinando x il bosco di Dandaka. Ma il re Ravana, del regno di Alenka, che e’ uno stronzo e pure rosicone, non ci vuole stare. Che fa? Sto indegno di Ravana? La cosa piu’ scontata rapisce Sinta. Da questo punto in poi, la storia perde la sua circonferenza di zucchero caramellato e resta solo una sfera di sangue e merda, ammazzamenti, cattiverie, infamita’ e guerre. Non vi aspettate che vi racconti il finale, x conoscerlo dovete soffrire come noi, andate a vedere lo spettacolo. State capendo il culo che ci stiamo facendo? X amore, siamo diventati esperti del teatro danza balinese e forse diventiamo maestri del batik. Prima di lasciarci, x qualche giorno, volevo girarvi un’appello partito dai mari del sud/est asiatico x questo autunno antimperiale. “Mettere all’erta una rete creata nell’arco di quarant’anni, ma che era rimasta in sonno, non era facile: telegrammi, voci, messaggeri notturni, parole mormorate all’orecchio tra amici, amici degli amici, protetti, vecchi complici, guerrieri invecchiati che erano nel frattempo diventati nonni paciosi…Malgrato tutto questo, dal ponte della Mentirosa il richiamo, l’appello, prese a circolare come cerchi concentrici: le tigri erano vive, le tigri volevano sapere, le tigri sarebbero entrate in azione, le tigri non perdonavano. Stavano tornando le tigri della Malesia.

Ieri muovevo a fatica le mani, non ne potevo piu’ di punteggiare la seta con il canting e ripassare i disegni con la cera bollente. Tutto questo x colpa di 2 freakettone, che ci hanno imposto il loro tenore di vita e le loro fisse: mangiare solo tofu, rigorosamente fritto, dormire tutti e 4 nella stessa camera, io a letto con quella che parla italiano e Stefanino con quella con i dread. Ma quando ci hanno presentato il programma del giorno dopo, andare a vedere la versione integrale (12 ore) del Mahabharata, ho creduto di morire. Da quel preciso momento ho iniziato a progettare la fuga. Ieri notte, mentre le 2 lituane dormivano, siamo scappati dal losmen, lasciando in stanza, x paura di svegliarle, parecchi nostri oggetti personali tra cui le buste con i vostri regali. Abbiamo preso al volo un taxi, che ci e’ costato un patrimonio, e dopo 6 ore di viaggio siamo arrivati a Pangandaran. Questa citta’ sul mare (Pangandaran), conosciuta come la Tortoreto Lido dell’Oceano Indiano, tutta lungomare e bancarelle, e’ la patria del surfista giavese. Io finalmente mi sono concesso una mattinata di mare con il sole, i bagni, il bigliardino e il cornetto Algida. Stefanino invece prendeva lezioni di surf. Nel pomeriggio siamo andati a fare un giro dentro la giungla, che inizia alla fine del lungo mare, dove ci siamo ritrovati in compagnia di gibboni, macachi grigi e cervi. A Pangandaran stiamo in pensione al Mini Tiga Homestay, albergo gestito da una perfida nana, dove abbiamo conosciuto 2 bionde tedesche che Stefanino tratta malissimo. Domani notte, iniziamo il viaggio verso Jakarta x fermarci nella piantagione di caffe’ della famiglia Batol. Sì. miei cari, andiamo a trovare i discendenti di uno dei piu’ famosi tigrotti di Mompracem, Giro-Batol.
Il pirata giavese, quando Sandokan sciolse la banda, con i soldi delle razzie compro’ un grosso appezzamento di terra dove inizio’ a produrre il Kopi Luwak o caffe’ zibetto. Questo caffe’, il piu’ caro al mondo (300 dollari la libbra), raggiunge un gusto intenso dopo una particolare lavorazione. I chicchi di caffe’ vengono fatti mangiare allo zibetto delle palme, un mammifero simile a un gatto, che li espelle intatti dal culo. Gli enzimi presenti, nello stomaco dell’animale, donano al Kopi Luwak un sapore unico e inconfondibile. L’ultimo giorno di viaggio saremo a Jakarta, dove cercheremo sangue umano, e non verra’ mai raccontato. Il diario finisce con questa citazione: “Non mi hai capito, Tigre. Non voglio ricostruire una piccola fortezza sull’isolotto che si chiamava Mompracem, voglio ricostruire l’idea di Mompracem, il mito di Mompracem, la leggenda di Mompracem: l’isola degli uomini liberi in un oceano di padroni e schiavi. L’isola a cui anelano gli uomini migliori di questi mari.”

(FINE – leggi la prima parte di In cerca dell’Elefante Bianco del Duka)