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Sub/Culture

Scena che non sei altro

| giovedì 28 aprile 2011


di Eustazio di Tessalonica
Negli ultimi anni, la cultura a Milano ha vissuto tempi duri. La cosa pare lampante a chiunque si occupi di musica, come nel caso che andremo ad esaminare, ma anche allargando il discorso ad altre sfere, le differenze sono di lieve entità.
Per carità, l’offerta non manca, e non mancano di far notare la cosa tutti coloro che si muovono nella “fetta di mercato” della cultura milanese. Si parla di mercato perchè sono quelli gli ambiti in cui “la città delle porte chiuse” si riapre… ed ecco fiorire intorno alle fiere del mobile, alle settimane della moda, ai festival più o meno grandi, più o meno istituzionali, un’offerta culturale che riesce a far assomigliare Milano ad una metropoli europea. Ma è fumo negli occhi, oltre che nei polmoni. Perchè è tutto concentrato all’interno della grande maledizione padana, quella dell’evento. A Milano la cultura, o qualcosa che gli si avvicina, sono gli Eventi. Quelli che durano un weekend (perchè si consuma di più), se va bene una settimana. E il resto? E chi agisce sul movimento culturale nella città negli altri 362 giorni dell’anno, che spazio si ritrova? Nessuno. Soltanto porte chiuse in faccia, vampirismo burocratico e quella strana “imposizione del silenzio” che vuole la città come un grande ospizio a cielo aperto, dormiente e taciturna.
Eppure questi ambiti di resistenza continuano ad esistere e ad agire, questi rimestatori culturali non sono pochi e a cercarli in città li si trova. Forse sono un po’ scollegati, spesso addirittura impegnati in piccole guerre fratricide, sicuramente hanno il grosso limite dell’accontentarsi a difendere piccoli spazi resistenziali anzichè ambire ad allargarsi all’intero tessuto sociale… però continuano ad esistere. E’ una lieta notizia e vuole essere una speranza: troppe volte si è data tutta la colpa alla repressione di governi e (vice)sindaci di turno, e la cosa non è certo lontana dal vero, ma raramente si è provato a ragionare su una scena che fosse in grado di opporsi a questi scenari. Qualcuno forse ci sta provando.
Circolano in rete già da qualche settimana il manifesto e il programma di MI LAND, un festival nato proprio sullo spirito di mettere in rete chi questa agitazione culturale la promuove per tutto l’anno. Non un evento fine a se stesso ma un tentativo di rilanciare una risposta comune, di costruire quella “scena” che da queste parti non si vede più da diversi lustri. Un tentativo di prendere parola da parte di chi tanto fa e poco si vede.
Luoghi diversi di quella che potrebbe essere considerata come la “scena controculturale” di Milano, perlomeno in ambito musicale (ma non solo). Sarà un festival diffuso, che porterà sui palchi di centri sociali, circoli e gallerie, un gruppo di artisti estremamente diversificato. Da chi ha calcato i palchi più mainstream (come Manuel Agnelli) a vecchie glorie del rock (Damo Suzuki, Steve Piccolo) o del jazz (Peter Brotzmann) europeo… dai fenomeni più vitali dell’underground milanese e non solo (Zeus!, Mariposa, Otolab, Fuzz Orchestra, ?alos) a chi ha iniziato a scuotere questa città più di 20 anni fa, reduce da esperienze ormai storiche come Ritmo Tribale o Afterhours (NoGuRu, Edda, Xabier Iriondo). Ci saranno incontri, presentazioni e laboratori… e saranno forse questi, più che il festival in sè, i momenti che dovranno seminare il futuro di questa proposta: le idee per costruire strumenti utili per aprire brecce nei muri di una città che chiude tutte le porte.