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La Strategia del Manganello

| mercoledì 19 novembre 2014
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Di Luciano Muhlbauer
A Milano tira brutta aria, volano le manganellate. Anzi, stando ai titoli di stampa e tv sembra quasi di trovarsi guerra. È un crescendo mediatico impressionante, che non si ferma neanche di fronte all’ennesima alluvione, fatto di notizie di scontri e  violenze, di dichiarazioni allarmistiche e di preoccupati editoriali, come quello del Corriere di sabato scorso che ha ammonito “niente tuffi nel passato”, buttando nel calderone un po’ di tutto: gli scioperi, la Fiom, gli studenti, i No Tav, le occupazioni e l’assalto a un circolo Pd.
Il manganello non produce soltanto teste rotte, ma anche senso, narrazione. Nel nostro caso una narrazione che fa sparire i problemi, il confronto, la politica e le persone, tenendo in piedi soltanto due protagonisti, le forze dell’ordine e le forze del caos. Insomma, un modo efficace e collaudato per non dover parlare di quello che succede, delle responsabilità e delle possibili alternative e soluzioni.
Guardiamo a quello che è avvenuto il 14 novembre. C’è stato lo sciopero sociale e quello della Fiom. È stata una riuscitissima giornata di mobilitazione popolare contro le politiche del governo Renzi, con i 60mila lavoratori al corteo della Fiom e gli oltre 5mila studenti a quello della sciopero sociale. Cortei diversi, ma che hanno dialogato, anche con un intervento dal palco dei metalmeccanici. Tanta gente, tanta rabbia e determinazione, ma nessun problema, almeno finché non è arrivata la sconcertante e improvvisa decisione della Questura di Milano di impedire con la forza al corteo studentesco di proseguire sul percorso autorizzato. Le conseguenti manganellate avrebbero poi scritto la storia mediatica della giornata, ridotta a scontri, “antagonisti infiltrati” e agenti feriti.
Ben più pesante è però la martellante campagna che accompagna l’annuncio prefettizio di procedere a 200 sgomberi di appartamenti occupati nelle case popolari. Tutto quello che non va nelle case popolari milanesi è stato condensato in un’unica e indistinta figura di nemico: l’occupante abusivo. Non si distingue più, tutto uguale, dall’occupante che paga una “indennità di occupazione” al delinquente di turno, dalle famiglie in stato di necessità ai furbetti, dai movimenti per la casa al racket.
Se le cose stanno così, ovviamente non rimane che il manganello. Lunedì è toccato al quartiere Giambellino, martedì al Corvetto e avanti così. E ogni sgombero è un nuovo allarme mediatico. Un gioco pericoloso che non risolverà nemmeno mezzo problema, ma che in cambio consentirà ai responsabili della situazione di assolversi e fare facile campagna elettorale (Salvini e Lupidocet).
Già, in questo clima emergenziale chi parlerà ancora dell’enorme buco di bilancio dell’Aler Milano provocato dalla cattiva gestione del centrodestra regionale, di cui l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa dell’allora assessore alla casa della giunta Formigoni-Lega è rimasto triste simbolo? E quanti si ricordano dei tanti appartamenti tenuti sfitti per lunghi anni, delle manutenzioni mai fatte o dell’abbandono di interi quartieri popolari? E, ovviamente, nessuno si ricorderà dei molti accordi presi con i sindacati inquilini e mai rispettati.
Oggi si agita il manganello non per schiacciare un’opposizione forte, che non c’è, ma per impedire che un’opposizione sociale possa diventare forte, allargarsi e organizzarsi. O semplicemente perché non si noti troppo il vuoto della politica che c’è. Comunque sia, sarebbe il caso che si levassero finalmente delle voci per fermare i manganelli. Libera l’ha già fatto e non si capisce proprio perché altri non lo facciano.