MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Milano XXX

La Storia delle Pèrete

by Rosario Gallardo | venerdì 6 giugno 2014

L’idraulico è arrivato alle otto col suo furgone, mi ha controllato tutti i tubi, ho pulito dietro la lavatrice carponi in minigonna e lui mi ha fatto lo sconto. Del resto per me è un piacere. Ieri dalla dermatologa non c’era nulla da pulire in terra e la minigonna non è servita. Cento euro per dirmi che la diagnosi non conta, tanto qualunque cosa appaia sulla pelle c’è il cortisone, così come mi sono già sentita dire da altri esimi suoi colleghi. Cento euro spesi bene, del resto è il loro lavoro, hanno studiato. Non come me che mi mancano quattro esami, ma alla fine non ho tempo.
Ho fatto due lavatrici, le ho stese, ho tirato dentro i panni asciutti. Un figlio ha la varicella, un altro ha l’adolescenza, mio marito ha l’influenza, c’è chi vomita a letto e chi ci rovescia sopra le lenticchie senza masticarle. Ma del resto sono discorsi noiosi, questi. Vivo a Milano e qui mi hanno insegnato che ci si presenta con il nome e, al posto del cognome, la professione. Oramai non vale più nemmeno la suggestione del reddito ma solo quella del prestigio. Io sono casalinga. Adesso, guardandomi indietro, mi pento solo di due cose: di non aver fatto la porno attrice vera, quella col reddito, e di non aver dilapidato il patrimonio dei miei genitori; non era tantissimo ma di certo a dilapidarlo qualcosa di buono ne veniva fuori. No. Io ho imparato ad aspettare. E aspettare non è stata una buona idea, se non che mi ha dato tanto tempo per pensare. Pensi mentre vai a fare la spesa sempre allo stesso posto, pensi mentre guardi i pavimenti da lavare e aspetti che Nicola torni; anche oggi è venerdì, due giorni per riprendersi e ricominciare. Da una decade e mezza aspetto di riprendermi il mio uomo. Espropriato in cambio di buoni pasto quanto basta ad allevare figli. Era forse una scelta: o te o loro. Pensavo davvero che avrei trovato una scappatoia. E invece sono qui che, mentre si cuoce il riso, cerco di mettere assieme un articolo sulla prostituzione. Come se servisse far sborrare un uomo per essere tale. Sembra che la caratteristica della prostituzione sia il suo connotato sessuale. In una società sessuofobica, e quindi sessuocentrica, di sicuro salta all’occhio se un lavoro si fa con dei cazzi in mano oppure no. Sentiamo Michele Capozzi, pornologo, come definisce il lavoro delle puttane; lui se ne intende, io non ci sono mai stata. Dice che “la puttana e’ una santa” e che “le puttane non godono”. “Come non godono?” Dico io. “Perchè loro stanno lavorando, per questioni di numero, di efficienza, non si può godere cinque o dieci volte al giorno, il piacere che mostrano, se lo mostrano, è tutto una finzione. L’obbiettivo è far godere l’altro”. Come qualunque lavoro, l’obiettivo è prestarsi alle altrui necessità. Detta così sembra una cosa nobile. Non so se per me stendere i panni risulterebbe più nobile se venissi pagata, ma forse mi spenderei tutto per dimenticare che domani ne devo stendere ancora. Ma il lavoro non retribuito fa sempre una figuraccia. Interpello Nicola che lavora retribuito dalla stessa decade e mezza nella quale io stendo i panni a gratis ma sempre perché devo. “Fa cagare. Lo faccio perché devo. Non mi sento nobilitato. Sono costretto”. A questo punto volevo dire che ho letto da qualche parte che esistono uomini che hanno scelto di vivere in maniera primitiva, immagino che loro non stendano i panni.
Non sono abile nella maggioranza delle cose che un individuo ha necessità di affinare in questo secolo, tra cui vendermi, in generale, sesso e non sesso. Una volta ho accompagnato una mia amica da un cliente, uno che diceva di essere un docente universitario in cerca di compagnia. Lei, figlia di un noto e danaroso dentista milanese, aveva deciso di lasciare la scuola e guadagnarsi del denaro pur di mandare a cagare i suoi. Avevamo appena diciotto anni, dei bei visini e dei modi tanto signorili. Non si trovava male nel privè dove faceva conversazioni con ospiti che pagavano una bottiglia di spumante 150.000 lire, giusto per iniziare a sedersi. Una sera uno la invita fuori altrove, lei accetta ma mi porta a seguito. Cena a base di pesce: hai visto mai le linguine all’astice 100.000 lire a coppia, e altre 60.000 solo per il vino? Prezzi pompati e cameriere che faceva sorrisetti e battute, per cenare con due diciottenni dicendogli dall’antipasto al dolce che avrebbe voluto scoreggiassero. Io e la mia amica a casa ci eravamo poste la questione su che tipo di conversazione proporre, ma sulle scoregge non eravamo preparate. Ricordo che ci aveva comprato le sigarette al tavolo, due pacchetti, uno a testa, e con questo gli avevo perdonato la banalità del tentativo di metterci in imbarazzo con la storia delle pèrete. Dopo meno di due ore ci piantava in asso al night, pagando il conto e andandosene al volo, senza parole di congedo. Lui non era un vero docente universitario e noi non eravamo vere puttane. Ma chi è la vera puttana? La prostituta è colei o colui che mette da parte se stessa/o per le necessità altrui e lo fa per danaro, il danaro che serve per vivere.  Lo siamo tutti.
Ad Amsterdam ho visto donne annoiate e stanche che passavano interminabili ore in vetrina, non meno umiliate di operatrici di call centre costrette ad alzare la mano per andare al bagno. L’umiliazione del mestiere della prostituta è l’umiliazione che ci è imposta da ciò che è o che è diventata la necessità economica e dai legami di reciproca necessità gestiti attraverso titoli di credito. Tolto ciò, la prostituzione è quel che resta delle vestigia della più antica casta sacerdotale e religiosa che l’umanità abbia avuto. Con tutto il sospetto e la curiosità che è giusto conservare, si tratta sicuramente di un totem della cultura umana che si può guardare dritto negli occhi. Legata in maniera profonda agli albori del commercio e alle sue evoluzioni, ne conserva tutte le brutali evidenze. Sono anni che mi confronto con questo fantoccio ideologico, con il suo bagaglio pregiudiziale così tendenzioso. I catenacci che legano i vari volti del termine puttana hanno le stesse chiavi che aprono quelli che celano il senso del nostro accettare compromessi inaccettabili sul piano umano in senso lato, come l’induzione dei bisogni, la sveglia alle sette, le chiavate perse, la vendita della fatica o del tempo, i grossi agglomerati umani, la regolamentazione dei legami o la divisione del corpo in zone più o meno presentabili. Tutto rientra nella politica dello sfruttamento. Dichiararsi puttana a priori se non altro scongiura la possibilità d’ogni uso di questo appellativo come minaccia. Poi scopri che non succede nulla e guardi alle tue paure con occhi diversi. In Italia, ma non solo, c’è il mito della reputazione frivola: la gente non ha vergogna di truffare, danneggiare, comportarsi meschinamente su tutti i piani, basta che nessuno possa dire che si è andati a puttane. Del resto se vendere armi è più onorevole che fare pompini sarà pur indicativo del tipo di morale che abbiamo e dei suoi evidenti utilizzi sociali. E visto che odio essere posseduta dai concetti almeno quanto sbandierarne di altri per sentito dire, abbiamo pensato che ci voleva anche una compravendita classica nel nostro repertorio esplorativo. Cazzo, si. Basta con le parole al vento. Sto provando a organizzare la documentazione video della mia prima compravendita sessuale. Ho messo in offerta una sega a pagamento. Non cambierò certo il mondo, ma mi tolgo gli sfizi e stasera, mentre lavo i piatti, ridacchierò tra me e me a pensarci su. Se una visita inutile dalla dermatologa che non fa alcuna diagnosi e prescrive solo cortisone costa cento euro e l’uscita dell’idraulico, solo uscita e mano d’opera, fa altri cento, una sega con telecamera quanto costa?

Vi aspettiamo sabato 7 giugno alle 22.45 per una piccola presentazione e domenica 8 giugno dalle 15 per il workshop “videoputas”. Entrambi gli appuntamenti all’interno di Ladyfest presso Zam, via Santa Croce 19, Milano.