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La Sinistra e la Democrazia Online

| mercoledì 17 aprile 2013

edemocracy

By Fabrizio Mele

“Siamo disposti a continuare a subire decisioni che vengono prese senza coinvolgerci, a rinunciare a costruire un futuro per noi e per i nostri figli?”

Con questa domanda inizia il libro Cosa fare Come fare di Iolanda Romano, architetto, dottore di ricerca in politiche pubbliche del territorio e fondatrice di Avventura Urbana, una società che unisce un gruppo di esperti di diverse discipline al fine di costruire una progettazione partecipata per le politiche pubbliche.

Il testo della Romano, oltre a presentare lo stato dell’arte della democrazia partecipativa in Italia, funziona da sprone per la politica italiana, dimidiata e disorientata tra centrismi finanziari e giustizieri estremi con o senza patria. La Romano reputa in particolare che sia la Sinistra, insieme ai comitati di cittadini e ai media, a poter rappresentare l’anello di congiunzione tra politica e società civile, mostrando così quanto si possa fare per aumentare il livello della democrazia italiana. Se i valori su cui essa fonda le proprie radici sono la partecipazione seria, informata ed efficace dei cittadini alla politica pubblica, allora la scelta dei metodi sperimentati dalla democrazia deliberativa potrebbe effettivamente esprime la nuova strada da battere tanto a livello locale quanto a livello nazionale. Potrebbe essere questo il modo in cui presentare finalmente un programma politico davvero di Sinistra? Potrebbe essere questo un modo per mostrare autentiche differenze di visione tra progressisti e conservatori in Italia?

Tuttavia potremmo porre, rispetto all’idea della Romano, una questione ancor più radicale: dovrebbe essere questo un campo di divisione tra fazioni o potrebbe rappresentare un luogo di condivisione e un programma istituzionale comune?

La paura e la resistenza principale che i partiti devono superare è quella di sentirsi sopraffatti e superati dalla partecipazione dei cittadini. Le pratiche partecipative, tuttavia, non sono un sostituto della democrazia che oggi conosciamo, rappresentano piuttosto, come scrive Marianella Sclavi in Confronto Creativo, un upgrade di questa democrazia. Esse non devono essere né un metodo per creare consenso né una conta delle preferenze, piuttosto esprimono un modo per sperimentare, discutere o inventare nuove opzioni e soluzioni in vista dell’interesse pubblico e del Bene Comune. Può la nuova Sinistra farsi portatrice di questi valori? E la Destra?

Per farci noi portatori di queste istanze, dobbiamo lasciarci coinvolgere in quanto cittadini e affiancarci come nuova forza a enti, imprese e istituzione nell’agone pubblico. In molti nel nostro Paese (e oltre…) non si sentono più rappresentati da queste istituzioni e non vogliono più delegare le proprie scelte: per questo un nuovo e inaspettato protagonista si affaccia e chiede spazio, la Comunità Pubblica. Non tutti i cittadini, in realtà, sono disposti a mettersi in gioco avendo il timore (non del tutto infondato!) di essere manipolati, usati o peggio avendo il sospetto di perdere solo gran tempo. La disillusione verso le istituzioni pubbliche e la politica in Italia sono una seria causa di questo atteggiamento; tuttavia tale posizione non può essere accettata passivamente poiché indugia intorno a visioni disfattiste che finiscono per conservare il sistema vigente. Dobbiamo piuttosto agire come la goccia d’acqua che con calma, costanza e gentilezza dà forma al marmo, dobbiamo essere consapevoli che se vorremo fare i mugnai, gioco-forza, ci riempiremo di farina.

Altro tema posto da Iolanda Romano è l’esigenza di portare le istanze della partecipazione a livello istituzionale. Scrive l’autrice:

Molti paesi si sono dotati di strumenti anche normativi per favorire una cultura dell’ascolto, del dialogo e del confronto pubblico sulle scelte strategiche.

In effetti in Francia è già vigente una legge (la legge Barnier del 2 Febbraio 1995) che favorisce il confronto pubblico (débat public) quando si tratta della costruzione di grandi opere di interesse nazionale. Questa stessa legge, dopo la ratifica del 2002, permettere di incidere sia sui modi di realizzare le opere, sia nella scelta di realizzare o no l’opera in questione. Negli Stati Uniti è in uso il Public Consensus Building attraverso cui dei facilitatori aiutano a creare soluzioni condivise per esempio su temi ambientali e leggi federali; a Boston ha poi sede il Public Conversation Project che aiuta a mediare e costruire un discorso condiviso intorno a temi difficili del dibattito pubblico. Questo progetto rappresenta uno strumento fondamentale della democrazia americana se è vero che negli ultimi anni la stessa amministrazione Obama ha tenuto conto dei risultati di questi dibattiti per costruire la propria campagna elettorale e le linee programmatiche della propria azione politica e amministrativa. In Danimarca il governo utilizza la conferenza di consenso come strumento di aiuto alla decisione pubblica. In Italia invece non esistono ancora leggi o direttive nazionali a riguardo; in Toscana abbiamo la legge 69 del 2007 che promuove la partecipazione per le scelte del governo regionale e che sta avendo ultimamente molti bastoni tra le ruote.

Per finire voglio esprimere un punto trattato di passaggio dalla Romano su cui non concordo a pieno, il punto in cui esprime la propria posizione nei confronti della rete. Dice la Romano in dialogo con Zagrebelsky:

Alcune forze politiche puntano sempre più sulla semplificazione, ad esempio: “Ci troviamo sulla rete e decidiamo tutti insieme”. Il linguaggio della rete è semplice, veloce, approssimativo e soprattutto sintetico, il contrario della complessità. Se c’è la presunzione che sia tutto semplice, “basta che lo dicano i cittadini”, i problemi complessi restano insoluti.

Se è vero il principio che la complessità non ricerca vie facili e “populiste”, bisogna anche riconoscere come sia necessario dimostrare che la rete è molto più di una semplificazione della complessità, piuttosto è il luogo dove la complessità si mostra (e in questo senso si può anche nascondere), luogo in cui è necessario armarsi di conoscenza e competenza in vista di un allargamento della partecipazione anche a chi per motivi di luogo o tempo non può agire.

Dovremo lavorare molto in questa direzione, per dimostrare praticamente che la democrazia online è un processo assai più orizzontale e partecipato del modello (elettoralmente vincente, ma democraticamente?) di di Casaleggio e Grillo.