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Ecotopia

LA SCIENZA È NOSTRA

Mariella Bussolati | lunedì 5 giugno 2017

Quest’anno è stato rilasciato un software per aiutare gli astronomi a trovare nuovi mondi fuori dal nostro sistema solare. Si chiama Backyard worlds, ovvero i mondi nel cortile di casa. E infatti è stato ideato per fare in modo che quelli che vengono definiti citizen scientist, ovvero persone normali, collaborino a una ricerca astronomica. Lanciato in febbraio 2017, ha già portato a un risultato importante: una nuova nana bruna, un oggetto celeste, che ha una massa più grande di un pianeta, ma più piccola del 7,5-8% del nostro Sole (http://www.amnh.org/about-the- museum/press-center/citizen-scientists- uncover-new- world-near- sun).

In pratica chiunque abbia un computer e una connessione internet può collaborare, in qualsiasi parte del mondo si trovi. In questo caso il compito era quello di osservare le immagini del NASA’s Wide Field Infrared Survey Explorer (WISE) spacecraft e individuare gli oggetti che si muovono. Una volta trovata un’area interessante, le immagini vengono inviate al Nasa Infrared Telescope nelle Hawaii, che indaga con maggiore precisione.

I progetti di citizen science sono ormai molti. Un altro in campo astronomico è per esempio Galaxi zoo, per la classificazione delle galassie, ma il più famoso è Seti@home, per la ricerca di intelligenze extraterrestri. Ci sono poi indagini ambientali come Safe cast, per la rilevazione delle radiazioni introno a Fukushima, che però prevedeva anche l’uso di un rilevatore, o il monitoraggio degli uccelli del Cornell Lab of Ornytology. In Italia abbiamo il Csmon-Life (Citizen Science Monitoring) dedicato alla biodiversità e al monitoraggio delle specie aliene (non nel senso che provengono da altri mondi, ma da altre regioni del mondo).

Un modo per utilizzare volontari al posto di personale pagato? Non esattamente. Alcune ricerche prevedono la raccolta di milioni di dati, che nessun team neppure coperto d’oro potrebbe trovare.

Basti pensare alla complessità delle indagini ambientali e di altri fenomeni naturali complessi (cioè quasi tutti). I cittadini selezionano e segnalano, poi agli scienziati spetta di analizzare e interpretare.

In fondo la citizen science non fa altro che ribadire che la scienza in teoria è un patrimonio comune, che appartiene a tutti, e ciò che ne viene fuori sarà disponibile per tutti e servirà a tutti. Indubbiamente negli ultimi anni ce lo siamo dimenticato: la maggior parte delle ricerche sono sponsorizzate dalle grandi corporation e i risultati non diventano mai pubblici, ma servono solo a chi li ha pagati. È un fenomeno troppo comune, lo stesso che sta dietro alla logica del trasferimento di città studi in area Expo, dove gli studenti vivranno isolati dai quartieri della vera città perché come vicini di casa devono avere, per capire dove devono stare e a cosa servono, solo i giganti che muovono il mondo.

Ci vorrebbero dunque più progetti di citizen science e meno sponsorizzazioni per riportare l’Università ai fasti con cui è iniziata mille anni fa e per ricordare che la scienza è nostra, non loro.

La ricerca potrebbe allora riguardare ancora di più i cittadini e le loro vite, come Soil to sky dell’Università di Dundee, che sta chiedendo a chiunque lavori in un orto, di collaborare fornendo i dati sulla terra in cui coltiva. In questo caso ci guadagnano subito tutti: i cittadini, grazie anche alle lezioni messe a disposizione per partecipare al progetto, conosceranno meglio il suolo in cui fanno crescere gli ortaggi, mentre’Università userà i dati per interpretare meglio la mappatura dei suoli tramite satellite. Anche io sto collaborando, con la parcella dell’orto sinergico dell’Orto comune Niguarda. Se passate, vi spiego come si fa.