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La Ragione e l’Odio: NoExpo MayDay 2015

| lunedì 4 maggio 2015

noexpomayday

di Cock Sparrer

Expo è iniziato, e le tanto attese cinque giornate, le prime a cancelli aperti, No Expo sono finite.

La complessità di quel che accaduto va molto oltre la cronaca spiccia di qualche ora del corteo NoExpo MayDay. Il segno resta e rimane, l’impressionante dispositivo mediatico che ha cancellato qualsiasi altra cosa che non siano stati gli “scontri” ha fornito a speculatori della politica l’assist perfetto per organizzare una triste e grottesca parata benpensate di “ripulitura” dei danni e delle scritte lungo il percorso del corteo del primo maggio. Triste e grottesca, ma allo stesso tempo reale.

Reale quanto la presenza di una modalità di concepire la manifestazione politica che giornalisticamente parlando ha preso il nome di “black bloc”. Che piaccia o non piaccia la componente “nera” non è solo reale ma è anche in crescita. Bisogna farne i conti. E’ una modalità di stare in piazza. Chi prova a derubricarla in “infiltrati” non ha capito nulla. Esiste, e si esprime in molte delle grandi occasioni di piazza in Italia e in Europa. Certo quello che è accaduto a Milano non è riot, non è rabbia spontanea. E’ però una nuova esplicitazione di una presenza anche importante, che comunque ha anche a che fare con un senso di rabbia generalizzato e rifiuto generalizzato. Non solo dei simboli del capitalismo, ma anche delle strutture e degli spazi politici. Non rispetta niente e nessuno. Modalità di stare in piazza e di espressione politica che diventa immediatamente mediatico e soprattutto immediatamente egemonico. Istanbul, Baltimore, Atene o le banliues francesi non c’entrano assolutamente nulla con quello che è accaduto il primo maggio a Milano. Quel che è successo nelle vie di Milano è accaduto lungo il percorso autorizzato dalla questura, cioè negli spazi “concessi” al corteo. Nessuno spazio guadagnato con le azioni. Alcune centinaia di persone hanno monopolizzato l’attenzione mediatica, tolto spazio a decine di migliaia di persone e spostato l’asse del discorso costruito in tanti anni di lavoro dalla rete Attitudine No Expo. Insomma una sorta di complessa rappresentazione del conflitto, non conflitto reale. Come scrive la stessa rete “i sette anni che hanno caratterizzato la storia della Rete non possono essere ridotti alla strumentalizzazione mediatica e politica di alcuni momenti del corteo, che ne hanno sovra determinato l’impostazione collettiva e che poco hanno a che vedere sia con un’espressione di rabbia spontanea, sia con lo stesso percorso No Expo” come invece si è cercato di fare. Non solo il primo maggio ma anche il giorno seguente quando lo stile, le scelte, e le modalità dell’agire politico della rete No Expo sono scese nuovamente in piazza con una critical mass che ha raggiunto i cancelli del sito espositivo e con un pranzo sociale davanti a Eataly per raccontare come cibo e food siano concetti diversi, conflittuali e nemici. E’ difficile parlare di contenuti. Mostrare macchine in fiamme da una parte fa vendere i giornali dall’altra rende meno legittima la voce oppositiva al grande evento a cui il premier Renzi s’appoggia per lanciare e rilanciare la sua idea d’Italia. Le regole dei media le conosciamo tutti, anche chi ha deciso di avere un estetica e un colore diverso da un corteo ampio, moltitudinario, creativo e radicale.

Il primo maggio alla NoExpo MayDay c’erano oltre 50.000 persone, un numero importante di uomini e donne che hanno deciso di dire no ad Expo in tante maniere differenti. Reti di cittadini, comitati, centri sociali, collettivi studenteschi, cittadine e cittadini, lavoratori, precarie, migranti, sound-system, hanno portato in piazza lotte e resistenze, alternative e conflitti. Questo è il dato reale della manifestazione. Attorno al grido “No Expo!” si sono riconosciuti una molteplicità di soggetti che ogni giorno lottano per un mondo diverso.A quello spazio politico costruito per sette lunghi anni hanno partecipato tanti soggetti, anche quelli che non solo non si sono confrontati con la rete Attitudine No Expo, ma anche non erano interessati alla storia e al futuro di quel percorso ma solo alla piazza. Expo è paradigma del neoliberismo, quindi il No Expo è il paradigma dell’alternativa. Questo grido faceva e fa paura. Oltre alle speculazione mediatica così è arrivata anche quella politica.

L’operazione politica e culturale promossa da giunta Pisapia e PD di ieri, domenica 3 maggio, ovvero una sorta di pulitura collettiva dei danni generati da una parte del corteo, è grave e vergognosa. Cittadini benpensati che riparano i danni di una città offesa dalla “violenza politica” di un corteo rimarcando che l’unica modalità di manifestazione sia quella pacifica. Le grandi democrazie sono nate dai grandi tumulti, è giusto ricordarlo. Certo tumulti, rivolte e rivoluzioni sono una cosa seria. Hanno a che fare con gli obiettivi prima che con le pratiche. Divisione in buoni e cattivi, spostare l’attenzione dalla catastrofe Expo 2015 agli scontri del primo maggio è ad oggi uno dei risultati tangibili della mayday. Dove i cattivi sono i “noexpo”. Furti, sistemi di potere che legano politica ed economia, malavita organizzata, eventi nocivi e dannosi per la città hanno generato meno indignazione. Quasi come ci fossero endemicamente anticorpi ai grandi scippi del capitale vissuti con una normalità disarmante.

Il corteo del buonismo così va ad indicare l’opzione No Expo come nemica della democrazia e della convivenza, prova a tratteggiare i confini della protesta possibile e attacca l’organizzazione dal basso difendendo quindi lo status quo.

Non condividere alcuni episodi del corteo non significa che il conflitto e la sua pratica siano nemici dei movimenti e delle lotte sociali.

Ripartire da alcuni punti fermi è quindi necessario per guadagnare nuovamente spazi di legittimità e forza, denunciare con nettezza e decisione lo sciacallaggio mediatico così come le speculazioni politiche di caste,ceti politici (anche di movimento), sistemi di potere, una certezza e necessità.

I processi costituenti di una alternativa reale vivono, oggi schiacciati, tra le polarizzazioni del “riot per il riot” e della politica istituzionale nella ricerca e pratica di un’autonomia dal capitalismo fatta di conflitti e consenso. La rete No Expo non è morta, non è stata seppellita, sicuramente è più debole del 30 aprile.