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La Ragione dalla Parte dei Ribelli della Scala

| giovedì 12 febbraio 2015

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by Luciano Muhlbauer

Chissà se alla fine il Turan­dot andrà in scena il Primo Mag­gio. Il Sovrain­ten­dente Pereira ne sem­bra con­vinto e, infatti, non sarà facile per i dele­gati e lavo­ra­tori «ribelli» resi­stere. Con­tro di loro si è sca­gliata un vera e pro­pria armata isti­tu­zio­nale, dai ver­tici nazio­nali del loro sin­da­cato, cioè la Cgil, fino allo stesso Renzi, che alla maniera dei bulli ha annun­ciato in diretta tv prov­ve­di­menti con­tro i «boi­cot­ta­tori». E poi, non c’è sol­tanto il bastone delle minacce, ma anche la carota del «lavo­rate e in cam­bio dedi­chiamo la serata alle morti sul lavoro». Argo­mento potente, sem­pre tirato in ballo quando serve una foglia di fico, ma soli­ta­mente dimen­ti­cato quando si tratta di pren­dere deci­sioni concrete.

Nella vicenda sca­li­gera c’è qual­cosa di ter­ri­bil­mente sim­bo­lico, qual­cosa che rispec­chia lo sta­tus e il valore che il discorso domi­nante asse­gna oggi al lavoro e a chi lavora. E non mi rife­ri­sco al que­sito se sia ammis­si­bile che si possa lavo­rare il primo mag­gio, per­ché da sem­pre, anche in tempi ben migliori per i lavo­ra­tori, c’è sem­pre stato chi ha dovuto lavo­rare per assi­cu­rare alcuni ser­vizi, così come c’è chi da sem­pre lavora a natale, a pasqua o a fer­ra­go­sto. No, il punto vero è un altro, cioè che a nes­suna isti­tu­zione sia venuto in mente che magari non era il caso di far coin­ci­dere l’inaugurazione di Expo con il Primo Maggio.

Una svi­sta che la dice lunga, ma che fa il paio con l’approccio gene­rale di Expo in mate­ria di lavoro, assunto sem­pre e sol­tanto come costo da com­pri­mere e fat­tore da ren­dere fles­si­bile e docile. E così, que­stioni come i diritti o la dignità delle per­sone fini­scono in fondo alla lista delle cose impor­tanti, un po’ come suc­cede nella Welt­an­schauung di Mar­chionne o nello Jobs Act di Renzi. Già, per­ché se è ovvio che i posti di lavoro legati a un evento che dura sei mesi siano a tempo deter­mi­nato, un po’ meno ovvio è che si fac­cia dum­ping sullo stesso con­tratto pre­ca­rio, inven­tan­dosi forme con­trat­tuali crea­tive come quella di «appren­di­sta di Ope­ra­tore di Grande Evento» oppure spon­so­riz­zando inde­cenze come l’«apprendistato in som­mi­ni­stra­zione». Poi c’è ovvia­mente anche tutto il resto, dagli stage alla for­ma­zione on the job, per finire con quel famoso lavoro gra­tuito, che oltre­passa peri­co­lo­sa­mente il con­fine tra volon­ta­riato e lavoro non retribuito.

Ebbene sì, Expo è anche una grande fiera della pre­ca­rietà, che peral­tro estende i suoi effetti nello spa­zio e nel tempo, gra­zie a accordi e dero­ghe come quelli pro­mossi da Regione Lom­bar­dia. È col­pi­sce quanto in tutta que­sta vicenda siano state fle­bili o iso­late le voci cri­ti­che e che pra­ti­ca­mente tutti que­sti accordi, avvisi comuni e pro­to­colli, a livello mila­nese e regio­nale, por­tino la firma dei sin­da­cati con­fe­de­rali, i quali oscil­lano tra la subal­ter­nità più com­pleta e il ten­ta­tivo di limi­tare i danni.

Ecco, il qua­dro gene­rale è que­sto e la vicenda sca­li­gera, al di là delle sue ovvie e legit­time spe­ci­fi­cità, andrebbe letta in quest’ottica. Peral­tro, non c’è solo la Scala, ma c’è maretta anche tra i lavo­ra­tori dell’Atm e di altri ser­vizi pub­blici, poi­ché Expo chiede di lavo­rare di più, ma poi non si capi­sce se ci siano i soldi per con­tratti e straordinari.

Insomma, quei ribelli della Scala che oggi ven­gono sot­to­po­sti a un igno­bile lin­ciag­gio media­tico forse non hanno tutti i torti, anzi, hanno ragioni da ven­dere. Comun­que vada a finire con il Turan­dot, Milano dovrebbe rin­gra­ziarli, per­ché hanno ricor­dato a tutti che lavoro deve fare rima con dignità e diritti, anche in tempi di crisi e Expo.