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Bicicrazia

La pancera rosa. Tocca alzarsi.

| mercoledì 30 maggio 2012

Il Giro è finito, e non c’è un cazzo da ridere purtroppo. Tocca alzarsi dal divano e andare a vedere cosa è successo nel mondo in queste settimane… nell’aria risuona un tintinnio da risveglio vivaldiano, e una volta alzata la tapparella si scopre che un timido solo si è affacciato a seppellire il lungo inverno. Beh, sono tutte cose che già si potevano sapere dal tivu-color, un bagno di realtà insomma non era richiesto…

C’è una cosa, però, che fuori dal tivu-color si rivela diversa da quanto visto nelle ultime tre settimane: la realtà cambia, si muove, è fatta di imprevisti ed anche, quando occorre, di scatti. Il Giro 2012 invece non ha fatto vedere nulla di tutto ciò, e il belato di un gregge di pecore colorate echeggia ancora dalla Danimarca al Molise. L’ultima settimana di Giro, quella tanto attesa, quella che aveva reso la corsa chiusa come una cassaforte nelle due precedenti e ci aveva fatto due palle così, se possibile ci ha fatto una terza palla. Qualche raro sussulto di gioia, ma mai nulla di vicino ad un orgasmo, a meno di non fare un’eccezione per l’ennesimo numero di Thomas De Gendt, che ha spiegato a ben più blasonati colleghi cosa significhi pianificare una strategia aggressiva, e correre per vincere, con il rischio di saltare. Questa volta De Gendt il numero ce lo ha offerto su un palcoscenico pregiato, dopo tanto spettacolo in corse prestigiose come la Paris-Nice o il Tour de Suisse ma non certo paragonabili al Giro. E il tentativo, insieme alla strepitosa crono di Milano, gli è valso un podio meritatissimo. Anzi, avrebbe meritato ben di più, foss’anche la Rosa volata oltreoceano sulle spalle di Ryder Hesjedal che porta per la prima volta il Canada nell’Olimpo del Ciclismo.

La crono finale di Milano ci ha mostrato tutte le sfaccettature di questa corsa, dei suoi limiti e di quelli, decisamente più importanti, della città che l’ha ospitata. Cambiano le giunte, cambiano gli amministratori, nelle persone e nei “colori”, ma il Ciclismo a Milano continua ad essere trattato come un fastidio da reprimere. Ed ecco l’ennesima tappa fatta di auto parcheggiate in strada (più invasive di una metastasi nel corpo della città), di percorsi non segnalati o non transennati, di auto dei servizi corsa lanciate a velocità smodate nelle strade di una domenica senz’auto. In strade che sarebbero dovute essere piene di appassionati, ma la fiacca di un Giro così pascolato si è fatta sentire, e lo spettacolo lungo il percorso era da Giro dell’Oman. Piccola eccezione la pienissima Piazza del Duomo, pienissima nel tardo pomeriggio, però, dopo che il milanese ha espletato i suoi doveri con il brunch, la messa, l’happy hour, la pennica e i conti degli utili sul conto corrente. Riempitasi forse più per assistere all’ennesimo imbucato canzonettaro che la Rai ha voluto proporre per evitare il rischio che, almeno all’ultimo giorno, si parlasse di Ciclismo al Processo. Missione compiuta, quando è entrato in studio De Gendt gli stessi ospiti sono rimasti stupiti di tal presenza.
Per completezza, va detto che la crono finale è finita tra le grinfie dell’ing. Pinotti, abile a coprire nel minor tempo, con un brillante dietro-moto, i 30 km della tappa finale, poi ridotti a 28 per l’ennesima cialtroneria dell’amministrazione locale. Hesjedal si porta a casa un Giro che sicuramente non passerà alla storia, di cui ricorderemo forse solo le belle imprese di De Gendt e Rabottini, lo squallore (si spera definitivo) di Basso, il coraggio di Cunego, la simpatia di Rodriguez e Phinney, il business senza scrupoli ne’ etica di RCS, le volate di Cavendish e la sua sconfitta con Guardini, e la grinta dei tanti non-nomi, tipo quella di Josè Serpa, che chiude con una buona crono un Giro disputato quasi interamente con una mano rotta, dove solo un tutore in plastica gli ha permesso di condurre la bici per quanto il dolore nel frenare sia rimasto costante. Qualcuno dice che il ciclismo era più coinvolgente quando c’era il doping, può darsi, ma certi interpreti danno ancora una minima speranza nel futuro di questo sport. E’ lassù in alto, tra i cosiddetti “grandi” che manca quella spinta che nessun doping può dare, perchè è la spinta del cuore e della forza di volontà.

Ma questa non è storia nuova, e in fondo chi se ne frega… bisogna solo riempire i pomeriggi per qualche settimana. Poi tra un mese inizia il Tour.