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Bicicrazia

La pancera rosa. Bellezze al pascolo.

| martedì 22 maggio 2012

Nell’episodio precedente de “La pancera rosa”… si parlava di coraggio. Nella settimana uscente del “Giro d’Italia”, il coraggio ha continuato ad essere il grande assente, o quasi. Questo Giro sta mantenendo fedeltà ai dettami del ciclismo moderno, quello fatto di corse noiosissime in cui i cosiddetti “grandi” si guardano l’un l’altro procedendo come pecore al pascolo fino agli ultimi 2 km, quando finalmente ci si dà battaglia per guadagnare quei 15-20” di giornata. Uno stile sublimatosi definitivamente con l’irruzione del “cicloalpinismo”, del quale il Giro è stato il grande precursore, quando quegli ultimi km si disputavano su assurde rampe da garage, in cui a vincere non era il più forte ma l’ultimo a ribaltarsi all’indietro. In questo Giro le rampe non ci sono, ma il comporamento del gregge resta uguale, con una sola novità non indifferente: se prima c’era un gruppo di pecoroni, oggi ci sono anche i pastori. Già, perchè questo Giro intriso di noia ha offerto una sola immagine prevalente in testa al gruppo: the green shepherds, ovvero 5 maglie Liquigas sempre lì davanti, a imporre il passettino per il proprio, soporifero, capitano e a rendere i nostri divani sempre più morbidi.

Fortunatamente davanti alla testa del gruppo qualcuno c’è sempre, e sono queste imprese folli, il più delle volte fallimentari (ma “le battaglie non si vincono, si perdono sempre”, dice il saggio), in qualche raro caso anche inaspettate. Come gli attacchi da lontano di Damiano Cunego, alla disperata ricerca di una nuova dimensione di corridore dopo anni di dubbio. Come, e soprattutto, la straordinaria impresa di Rabottini, una vittoria in montagna, sotto la pioggia, dopo 180 km di fuga e giunta bruciando alla sprint il mattatore di questi primi ⅔ di giro. Una vittoria alla Richard Virenque, completata da tutta la drammaticità che certe giornate in bicicletta sanno offrire: la caduta in discesa, il vantaggio che cala a vista d’occhio, il rientro di Purito Rodriguez… e in aggiunta uno streaming instabile che mi ha fatto maledire la prima volta nella vita in cui non passo la domenica sul divano.
“Rambo” Rabottini è stato un grandissimo, è il picco raggiunto sinora in questo Giro povero di protagonisti, molto più dello spettacolo dei velocisti (incredibili sia Ferrari a Montecatini che il funambolico Cavendish di Cervere), molto più dell’eroico Amador che a Cervinia ha saputo sconfiggere gli avversari, gli inseguitori, l’acido lattico e i briganti che lo mandarono quasi in coma un paio d’anni fa, molto più di un pubblico che continua a latitare tranne pochissime eccezioni. Tra queste, risplende la bolgia festosa di Sestri Levante e la folla ininterrotta che ha accompagnato gli ultimi km dei futtitivi e la sparata furiosa di Bak.

Nel frattanto il pubblico tutto del ciclismo ha un pezzo di cuore dall’altra parte del mondo, perchè per una volta il Tour of California ruba i riflettori al Giro: quella di L.A. è stata l’ultima volata di Robbie McEwen, leggendario pirata dello strada e padre nobile del Ciclismo australiano. Magic Robbie appende la bici al chiodo a 40 anni e lascia un vuoto nel gruppo, e nei sogni di chi non riesce a scorgere un velocista pazzo e spericolato, ma vincente, come lui. Uno che quando arrivava fuori tempo massimo ne approfittava per fare le impennate davanti al pubblico dell’Alpe d’Huez, dove l’anno scorso fu ripescata un’intera coalizione di 50 corridori, dove in futuro probabilmente si arriverà in volata, se le pecorelle al pascolo trovano i giusti pastori.