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La Melancholia di Lars

| venerdì 23 settembre 2011

by Marina Led Catucci, New York

Lars, quando studiavo cinema io ti amavo, ti amavamo tutti e amavamo i tuoi film che erano ostici, crudi, brutali e ruvidi. Tu parlavi poco, preferivi esprimerti con il manifesto di dogma: non usavi luci artificiali, non mettevi musica se non ne mostravi la fonte di emissione, facevi “voto di castità”. Usavi la stessa telecamera che usavamo noi (la mitica vx 1000). Poi, hai smesso. Hai cominciato a parlare troppo, ti sei tatuato la parola fuck sulla mano, hai pubblicizzato la tua aggressiva depressione che ci ha fatto rimpiangere la paciosa paranoia di Woody Allen. Ma oggi al New York Film Festival ho visto quello che hai fatto con Melancholia e, Lars, mi dai davvero su i nervi, non ti rispetto più ma mi hai affascinata ancora.

Del film sapevo solo quello che avevi detto alla conferenza stampa a Cannes, ero prevenuta, non mi piacciono i film fatti dai nazisti ma Melancholia è bello e non c’è destrorsità in tutti i 138 minuti che lo compongono.

Pesante come solo un film di Lars Von Trier sa esserlo, ma non si rimpiange la fatica che si fa nel seguirlo. Ha due attrici fantastiche (Gainsbourg e Dunst, ma anche Charlotte Rampling che fa l’odiosa e tutti i protagonisti maschili sono all’altezza, nessun ruolo è male interpretato) e riassumendolo in due righe si potrebbe dire la storia di due sorelle, una depressa ed una fortissima che, affrontando la fine del mondo per una collisione planetaria, si scambiano i ruoli. La sorella bionda e clinicamente depressa, che cerca col matrimonio di salvare il proprio equilibrio (illusione) e che ha difficoltà anche a lavarsi da sola, quando si troverà ad affrontare la fine di tutto saprà come raffrontarcisi, come se la depressione, lo squilibrio che è figlio naturale dell’epoca contemporanea, fosse l’unico modo possibile di essere lucidi e vivi in questa società inadatta all’uomo. La bruna, risolta e serena, invece, crolla su se stessa schiacciata dal Grande Niente che c’è dopo la fine.

Immagini di ispirazione preraffaellita (Dunst trasportata dalle acque in abito da sposa esce direttamente da un quadro), ispirazioni visuali che scomodano il Gattopardo per la scena del ballo di nozze, 138 minuti di film e quando esci da cinema hai buoni argomenti di conversazione. Spero che a Milano esca presto.

PS Lars, quando a Cannes hai fatto quelle demenziali affermazioni su Hitler quello che ribolliva in me non era il mio quarto di sangue ebreo, ma la mia totalità di sangue cinefilo e politico. Non sei neanche nazista, hai fatto un’affermazione da cretino. Ti è costata la Palma d’Oro quella provocazione gratuita e odiosa. Hai detto anche di aver smesso di bere: beh, ricomincia. Questo film è bello ma tu no.