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Generazione (A)

La Lunga Marcia Zapatista

| giovedì 7 marzo 2013

“La teoria degli zapatisti é cosi altra che sembra una pratica.”
Subcomandante Insurgente Marcos


(consigliamo l’ascolto della canzone hip hop dalla Tunisia, in arabo ma con frasi in italiano, per accompagnare la lettura)

Se nel gennaio del ’94, durante l’apogeo del pensiero unico neoliberista, il sollevamento dell’Ezln dimostró al mondo che ribellarsi era giusto e possibile; a quasi due decadi di distanza, la “resurrezione” del 21 dicembre scorso ci parla invece della possibilitá della costruzione di una societá diversa – piú giusta, piú democratica, piú libera -, fondata sull’autogoverno di chi sta “in basso”. A partire non dalla teoria ma dalla propria esperienza concreta, le comunitá indigene ribelli ci indicano che é possibile andare al di lá dei limiti imposti da rappresentanza e capitalismo ed iniziare a trasformare quí ed ora la realtá senza dover aspettare la prossima tornata elettorale.

Potrebbe essere questa la sintesi dell’offensiva comunicativa portata avanti dalla guerriglia negli ultimi due mesi. Tuttavia, nei 25 documenti pubblicati fin ora a nome della Comandancia sono tanti gli elementi che vale la pena mettere in evidenza e che potrebbero essere utili alla riflessione.

I primi messaggi degli zapatisti arrivano proprio con l’imponente mobilitazione d’inizio inverno. Nel giorno della fine del computo lungo del calendario maya, un fiume nero di passamontagna rinnova il ciclo di lotta iniziato nel ’94 inondando le principali cittá del Chiapas e dando vita ad un atto collettivo dall’alto contenuto simbolico e politico. Sul palco, con grande sorpresa di chi si aspetta l’intervento di un leader, ci salgono tutti e tutte. Lo fanno in silenzio, alzando il pugno sinistro al cielo: é un nuovo ¡ya basta!, un rinnovato aquí estamos che sottolinea che resistenza e autonomia sono costruzioni collettive, e che nelle comunitá non ci sono comitati centrali ma si sta costruendo un’alternativa a partire da un nuovo modo di far politica basato sul comandare-obbedendo.

A marciare, é una nuova generazione. Quella che é nata dopo il Levantamiento e ne ha visto i primi frutti, che si é formata nelle scuole autonome ed ha iniziato ad avere ruoli di responsabilitá nelle Giunte di Buon Governo. É anche questo passaggio di testimone che che si vuole mettere in evidenza. Siamo ancora quí e siamo piú forti, organizzati e numerosi di prima; e non abbiamo intenzione di smettere di lavorare alla costruzione dell’autonomia, sembra essere il messaggio del moltitudinario boato prodotto dal silenzio delle migliaia di basi d’appoggio.

Oltre a denunciare il “colpo di stato mediatico” di Peña Nieto e a ribadire la propria distanza critica dai progetti elettorali della sinistra istituzionale, l’Ezln rilancia la propria iniziativa politica, annunciando alcune novitá, nonché i futuri passi dell’organizzazione che prevedono la ripresa del confronto con i movimenti messicani e mondiali.

La prima novitá riguarda La Otra Campaña, che come tale cessa di esistere per diventare semplicemente la Sexta, in riferimento alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. La Sexta é un’organizzazione immediatamente globale e si dá l’obiettivo di creare ponti tra le lotte e i movimenti a questo livello. In una fase in cui il capitale finanziario determina la sorte delle vite e dei territori al di sopra delle sovranitá nazionali, gli zapatisti convocano alla costruzione di un movimento che possa avere un respiro internazionale. Se il dominio dei “padroni del denaro” é globale, altrettanto globale deve essere la risposta dei movimenti. La Sexta, in altri termini, ambisce ad essere un’“Internazionale reloaded” e invita ad andare oltre l’orizzonte angusto dello Stato nazione, “lo Stato Zombie” di cui non sembra restare altro che lo scheletro repressivo e parassitario.

Nella Sexta “siamo uguali perché siamo differenti”, pertanto viene bandito qualunque tentativo di egemonia o avanguardismo. Non si vogliono assorbire o cooptare identitá, non si cerca l’unitá nel senso dell’omogeneinizzazione.  “L’internazionalismo” zapatista nasce dalla convinzione che tutte le lotte che – dal basso – animano il globo terracqueo, anche se ancora non lo sanno, fanno parte di un “noi piú grande e ancora da costruire”, fatto di “differenti dolori e di distinte ribellioni”; e sono esattamente “la differenza, l’eterogeneitá, l’autonomia dei modi di camminare” a rappresentare la ricchezza e la forza della Sexta.

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Ma chi stanno convocando le comunitá autonome? La risposta si fonda sulla divisione fra  chi sta “in alto” e chi sta “in basso” che fonda la loro azione politica. Secondo gli zapatisti, nella bussola dei ribelli del XXI secolo la freccia deve indicare sempre verso il basso. Il basso di “coloro che non hanno”, della moltitudine dei poveri, che si contrappone all’“alto” di chi possiede e si arricchisce proprio grazie allo sfruttamento e alla spoliazione di chi non ha. Questa divisione determina conseguenze politiche rilevanti. In effetti, sebbene sessismo, omofobia e razzismo esistano per tutti, non é la stessa cosa essere di sinistra, donna, gay o afrodiscendente, stando da un lato o dall’altro della barricata. In questo senso, dal punto di vista zapatista non fa molta differenza il genere o l’etnia di chi governa, e non esistono governi amici. La loro proposta, al contrario, é quella di costruire qualcosa di radicalmente altro rispetto alle prospettive offerte dall’alternanza istituzionale, qualcosa che segua un’altra logica e un altro calendario, esattamente come stanno facendo. Quella zapatista é una lunga marcia, un esodo costituente aperto, che sedimenta risultati nel lungo periodo. Ne sono un esempio concreto le comunitá, gli abitanti delle quali, in quasi dieci anni di autogoverno, hanno significativamente migliorato la loro condizione di vita. L’autonomia e l’autogestione, dunque, danno risultati.

Nei comunicati, la guerriglia si rivolge a tutti gli sfruttati e i subalterni del pianeta. Non solo agli indigeni, alle donne, ai lavoratori e ai contadini, ma in generale a tutte le alteritá e le soggettivitá antagoniste. Oltre a salutare la lotta dei mapuche e gli studenti di #yosoy132, gli zapatisti si dirigono alle controculture metropolitane, a chi ha resistito alle cariche della polizia il 1Dmx, alle curve dei Pumas e dell’America, ai venditori ambulanti della capitale, espulsi dal centro storico dalla tolleranza zero dell’amministrazione di centrosinistra, alle piccole case editrici resistenti e ai gruppi musicali alternativi. Il tutto, come evidente anche dai video che accompagnano i documenti, guardando verso il basso e con grande spirito di solidarietá internazionale, seguendo l’“internazionalismo” e il “materialismo pratico” della guerriglia maya.

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Un’altra novitá ha a che fare con l’arrivo di un nuovo portavoce, il Subcomandante Insurgente Moisés, che, insieme Marcos, parlerá d’ora in avanti a nome dell’Ezln. Nel suo primo comunicato, invita gli aderenti alla Sexta a diventare alunni delle comunitá indigene e a frequentare la Scuola Zapatista di prossima apertura. A dieci anni dalla nascita dei Caracoles, gli zapatisti vogliono condividere i risultati della costruzione dell’autonomia.

La Scuola Zapatista é una scuola sui generis: non ci sono cattedre, si parte dalla pratica e non dalla teoria, e non si vuole imporre un modello, ma suggerire un esempio e trasmettere una speranza. Il tema del Corso é “La Libertá secondo gli/le zapatist@” e l’obiettivo é dimostrare, a partire dal processo di trasformazione in atto nel sud-est messicano, che “i poveri” possono autogovernarsi. Alla scuola parteciperá solo chi sará invitato dall’Ezln, e ai partecipanti verranno inviati dei testi propedeutici  da studiare prima dell’inizio delle lezioni, in data ancora da definire.

Nella settima parte di “Loro e Noi”, il testo in cui gli zapatisti si rivolgono ai compagni di viaggio presenti e futuri della Sexta, vengono presentati frammenti dei quaderni che fanno parte del materiale didattico del corso, che sará tenuto dagli uomini e le donne che formano le basi d’appoggio e che hanno avuto ruoli di responsabilitá negli organismi di governo autonomi. La finalitá del corso sará quella di condividere quanto appreso in questi anni, perché possa essere utile ad altri movimenti. In altri termini, le comunitá vogliono compartire i risultati e le riflessioni che hanno prodotto dieci anni di democrazia dal basso e far vedere in che modo stanno trasformando la loro vita e le loro relazioni sociali; poi, come dice il Subcomandante Moisés,  vedranno “i compagn@ della Sexta […] cosa gli serve e cosa no”.

Nonostante il silenzio dei mass media, l’offensiva zapatista tiene banco da oltre due mesi, ed é difficile rinchiuderla in poche cartelle. Dal punto di vista interno, per essere schematici, possiamo dire che, a piú di due mesi dalla “seconda presa delle cittá”, l’Ezln é il convitato di pietra della politica messicana, essendo questione indigena e povertá di nuovo in auge nell’agenda istituzionale e dei mass media.

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Insomma, con quasi trent’anni di r-esistenza sulle spalle, il movimento zapatista non dá segni di invecchiamento. Al contrario, la sua proposta politica é una sfida all’altezza dei tempi che riesce a  parlare al resto del mondo a partire dalla propria condizione particolare e locale. In un’epoca in cui non esistono piú modelli di trasformazione sociale a cui ispirarsi, l’esempio di sperimentazione democratica delle comunitá indigene – uno squarcio nella sovranitá dello stato messicano – puó essere utile per suggerire ai movimenti e alle lotte di tutte le latitudini vie d’uscita eretiche dalla crisi di civiltá che stiamo attraversando.

Comunicati in italiano: Comitato Chiapas Maribel
Comunicati in spagnolo: Enlace Zapatista

di Andrea Spotti, inviato della Fornace in Messico