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La città che sale: Urbanistica & fascismo

by Guerin Meschino | domenica 9 giugno 2019

No, non è modernità. Sembra il futuro ma è solo futurismo. Le origini culturali e politiche dell’ennesima ondata di speculazione immobiliare che addenta Milano, sono evidenti anche se taciute. Meglio accodarsi al flusso e far finta di nulla, nonostante i sintomi della nuova Milano da Bere siano sotto gli occhi di qualsiasi cittadino con un minimo di memoria. I grattacieli della ‘Città che sale’ non sono il segnale di una #bellamilano a totale servizio delle elites che la abitano (non tutta la settimana) che la usano (per fare carriera) e che la sfruttano (dal lunedì al venerdì). C’è ben altro sotto i rendering e le ruspe dei grattacieli che stanno svettanto a decine, e presto ancora di più, a Milano, dopo aver addentato un milione di mq di terreni agricoli a tra Rho e Pero.  Il mito futuristico della città che sale, la voglia di fare piazza pulita degli oscurantisti, di spianare ‘anticaglie e ingombri’ , vero e proprio motore del fascimo milanese è di nuovo tra noi. Inutile far finta di non riconoscerlo, mentre sta cambiando il volto della nostra città piegando ogni considerazione al quella del massimo profitto immobiliare, scavalcando vincoli e buon gusto, piegando la Soprintendenza e la Commissione del paesaggio a qualsiasi scempio. Allergica ai vincoli la bestia del movimento terra che gode di crediti bancari smisurati, si è scatenata da un sonno che durava dalle pailettes socialiste degli anni Ottanta, quelle dei Ligresti e dei palazzi horror in Brera e all’Ippodromo.

2015 Cittadini del Qt8 a difesa del Parco Monte Stella, minacciato da un progetto del Comune di Milano.

Niente da fare, la bestia risvegliata dalle viscere della piastra di Expo ha fiutato l’odore che più le aggrada, quello dei soldi e dell’asfalto e di sta muovendo in tutta la metropoli, oggi a macchia di leopardo, da ottobre 2020 col nuovo Piano di Governo del territorio, sbranando letteralmente interi pezzi di città. Dal nuovo grattacielo di piazza Carbonari a quello di Porta Romana, dal grattacielo del borgo ins-sostenibile di Figino a via Ippodromo 8 dal Corvetto a Bruzzano sino a Trenno, nessun quartiere può dirsi immune dal cancro della rincorsa al ‘piu’ alto’. Sono gli eco-mostri che svettano verso il futuro togliendo aria, luce e valore a tutto ciò che gli sta intorno e sotto, compatta immagine della via, sbagliata, che sta prendendo Milano quanto a qualità della vita, un argomento che è parte principale dell’accezione più nobile e virtuosa dell’Urbanistica a servizio dei cittadini e non degli speculatori immobiliari. Il fondamento ideologico e culturale di questa ‘Città che sale’, un concetto che riprende il titolo di un celebre quadro del 1910 di Umberto Boccioni, non è tutta farina del sacco della Giunta Moratti del PGT Massiroli e di quelle Pisapia-Sala che ne stanno attuando i principi, con la solita modifica dello zero virgola, buona a lavarsi le coscienze e a salvare la faccia davanti a qualche sprovveduto.

2013 Via Caldera. Cittadini bloccano le ruspe di Expo durante la distruzione di un boschetto tra Parco delle cave e Bosco In città

La Città che Sala è un’idea dei futuristi, quel gruppo di artisti, intellettuali e architetti che per primo a Milano ha posto le basi dell’attuale #ModelloMilano, preso a dogma non più dalla destra storicamente legata ai costruttori ma da un coagulo di interessi che trovano il loro habitat comune nella rendita immobiliare. Dal più piccolo Ar’B&B esentasse, all’affitto in nero fino ad arrivare alle costruzioni più ardite, alle trasformazioni urbanistiche ai piani integrati, uniche capaci di generare interessi (bancari) e suscitare entusiasmo (finanziario). Finanche i termini  usati sono gli stessi di allora. Attivismo contro la ‘paralisi’, modernità contro i ‘ no che nuocciono all’Italia’, per ‘l’intervento‘ contro la ‘neutralità‘ del 1914, ‘futuristi’ contro i ‘passatisti’. Ecco dove sono i principi ispiratori dei rendering e dei permessi di costruire che abbondano sulle pagine, nei quotidiani, nelle iniziative ed eventi e nei post su facebook del Comune di Milano e dei suoi tanti (tantissimi) siti megafono. Da Urban File a Milano Città Stato, da Milanotoday sino a quelle scritte da quasi tutte le redazioni milanesi, con singole eccezioni di giornalisti.

La Città che sale (1910). Diversi critici d’arte la considerano ‘prima opera veramente futurista di Umberto Boccioni’.

La ‘Città che sale’ era il nome di una serie di incontri promossi dal Comune di Milano sin dal 2001 e che aveva come scopo quello non solo di lanciare uno sguardo su una parte importante della storia della nostra città, quella degli anni precedenti all’avvento del Fascismo, cui i Futuristi avevano dato grande impulso in nome di una velocità creatrice, di una alacrità costruttiva senza più limiti: quale miglior ambiente dove trovar spunti e indizi per immaginare la metropoli del 2030, piena di grattacieli abitati dai più abbienti, dove lavorano i più ricchi, simboli stessi del potere di Milano? Non si tratta più come nel 1925 di spianare il tessuto romano di Milano, squarciando interi quartieri, distruggendo porte, pusterle, traccie della città medioevale e chiese di inestimabile valore. No, c’è di più. Non è la furia delle ‘squadre di recupero’ che dopo i bombardamenti del 1943 spianarono anche ciò che di unico poteva essere salvato. E nemmeno la foga con cui nell’immediato dopoguerra di pensare e limitare in un quartiere il ‘Centro Direzionale’, come lo era stato per Gioia-Garibaldi-Repubblica.

Grattacieli sorti lungo la strada del Sempione verso Rho

E’ molto peggio: costruire in altezza e per gli usi più svariati decine di torri sopra i 14 piani ad annichilire tutto il resto, segno dell’imbarbarimento die tempi nella riproposizione della città medioevale con le torri ad uso dei signori contro i bassifondi per il popolino. Nessun vincolo alle altezze, nessuna cura di scuole e ospedali prospicenti, non più limiti per le vedute, per la luce, per le altezze degli edifici contigui. E nessuno scrupolo per la salubrità degli edifici circostanti, spesso costretti ad essere privati di luce ed aria, come il caso eclatante degli edifici. Sintomi di questa canea affamata che usurpa vergognosamente il titolo di ‘democratica’ mentre meglio gli si addirrebbe quello di ‘cementocratica’, è l’accanimento e le pagine di giornale dedicate agli strali di sindaco e assessori competenti contro chi osa chiedere di fermare le ruspe. Seguiti da un codazzo trasversale tanto nutrito da comprendere uno schieramento invincibile: da Legambiente a Forza Italia, da alcuni consiglieri Verdi a presidenti di Municipio ex sinistra ecologia e Libertà, dal partito di maggioranza a Italia Nostra passando da tutti (o quasi) i giornali, i siti, le radio, le pagine facebook. Contro di loro Delibere e Commissioni, cause e accuse quasi che il nemico fosse un demone e non i deboli, soli e spesso inascoltati Comitati di Cittadini come quello per il Qt8 e Città Studi, Off Topic, quello della Goccia Bovisa e il far West Ribelle, le Giardiniere e Difendiamo piazza d’Armi, Arcipelago, Luigi Santambrogio, Archivio Bottoni, il prof. Consonni, Beltrami Gadola. La loro unica colpa? Quella di voler limitare la speculazione immobiliare, lottando per vincolare con precisi decreti almeno piccole parti del territorio, spesso le più verdi, dalla costante minaccia del bitume. Ecco gli ‘immobilisti’ del 2020, i ‘passatisti’ che ‘paralizzano’ la città.

Eco mostro di via Capecelatro, prospicente al giardino della scuola elementare Don Gnocchi

Un accanimento feroce, a dimostrare che il mostro si nutre proprio di verde, aria, alberi, suolo e spazio: i nostri beni più preziosi. Che abbiamo il dovere di difendere così come fecero i nostri più nobili antenati da Luca Beltrami che da solo o quasi sventò la già progettata distruzione del Castello Sforzesco e la lottizzazione del parco Sempione (allora piazza d’Armi), provocando le dimissioni del Sindaco. Dai nostri illustri predecessori che lottarono sino all’ultimo per evitare lo sventramento di San Giovanni in Conca (Missori) e la distruzione della Pusterla dei Fabbri (oggi Cesare Correnti), e la costruzione di quel fitto reticolo senz’aria in luogo del Lazzaretto decisa dal Sindaco Bellinzaghi nel 1880. Nulla poterono per evitare la demolizione della stupenda San Protaso e neppure riuscirono a salvare il gioiello di San Giovanni alle case rotte, gli affreschi luineschi di San Vittore al teatro e le cappelle affrescate dal Procaccino di San Gerolamo. Ma non si arresero, nonostante avessero tutti contro, tranne il nobile ‘Guerin Meschino’ unico tra i giornali meneghini a dar fiato alle loro ragioni. E nonostante oggi manchino quasi del tutto le figure di storici, archeologi, architetti, studiosi e nobili che lottarono come leoni per impedire la distruzione di Milano seguendo il motto ‘Il peggiore nemico dei monumenti non è tanto il tempo quanto l’inguaribile ignoranza’, la lotta contro la distruzione di Milano è quella che siamo chiamati combattere noi oggi. Mai arrendersi.

L’unico brano dell’enorme Lazzaretto di Porta Venezia salvato dalla speculazione immobiliare nel 1880 grazie alle proteste di intellettuali e cittadini