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Generazione (A)

L’A cerchiata di Tahrir

| domenica 24 marzo 2013

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di Alex Foti

Andare al Cairo fa un gran bene a chiunque si pensi rivoluzionari@. Si respira (oltre allo smog, i rifiuti che bruciano e le tempeste di sabbia) un’aria infervorante di passione politica, di slancio rivoluzionario, d’opposizione implacabile al governo fin quando questo non diventerà espressione della rivoluzione giovanile, laica, bigender che ha rovesciato la dittatura di Mubarak fra il 25 e il 28 gennaio 2011. Il costo della rivoluzione è stato alto: mille morti (in gran parte sui due ponti principali sul Nilo che legano Tahrir all’isola El Zamalek e Giza, la parte povera del Cairo) nei giorni di Mubarak e altre centinaia (fra cui il 16enne Gika, il martire di tutti) contro il regime militare di transizione dello SCAF (le forze armate) nell’estate-autunno 2012, e infine l’opposizione disperata al golpe di Morsi, il capo dei Fratelli Musulmani, votato al ballottaggio dai rivoluzionari perché non si ritornasse allo status quo ante, che presto si è arrogato poteri speciali e, se da un lato ha messo i potentissimi militari in un angolo, ha varato un’assemblea costituente che a velocità supersonica ha approvato una nuova costituzione di taglio islamico (ma che riconosce la propria fonte rivoluzionaria e il debito nei confronti di Tahrir), poi ratiticata da un referendum in cui non ha neppure votato la maggioranza degli egiziani.

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Da fine 2012 gli schieramenti sono chiarissimi. Da un lato gli Ikwhan, i fratelli musulmani, dall’altro la gioventù del Cairo e delle altre grandi città. Il palazzo presidenziale di Morsi è stato più volte assediato. Tutte le sedi del partito Pace e Giustizia espressione nel movimento islamista sono ormai state rese inagibili dai dimostranti al Cairo. Il quartiere governativo intorno a Tahrir è circondato da imponenti muri e più modeste barriere di cemento armato che cercano di contenere la furia che ogni giorno e ogni notte si riversa contro il governo dei fratelli. Il palazzo di Mubarak ancora annerito dalle fiamme della rivoluzione ricorda a Morsi che non si può tirare la corda.

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Nell’ultimo anno è emerso con forza un black bloc anarcoautonomo al Cairo. Vi sono dentro anche ragazze e tutta Tahrir e il resto della capitale egiziana è costellata di ACAB e di A cerchiate. Ogni sera i black si lanciano all’assalto dei muri del potere e della polizia che li presidia, con molotov e lancio di oggetti fino all’alba. Da mezzogiorno la Corniche, il lungonilo e una volta uno dei luoghi preferiti per la passeggiata dai turisti, diventa teatro di scontri fra ragazzini armati di sassi e poliziotti antisommossa sempre più stanchi e disillusi, malgrado il raddoppio dello stipendio deciso da Morsi.

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Sono arrivato al Cairo appena prima dell’8 marzo, grazie al sociologo Paolo Gerbaudo che ha insegnato per più di un anno al Cairo e parla l’arabo correntemente. L’emancipazione femminile è quanto è subito a rischio con un governo di musulmani, che peraltro è in dissenso col muftì e le moschee tradizionaliste del Cairo (come Al-Azhar). L’Egitto, almeno al nord, ha avuto costumi più liberali del Medio Oriente e di gran parte del Maghreb, ma il velo, quasi sempre coloratissimo, ormai è una necessità per gran parte delle ragazze. Ci sono stati molti stupri nelle ultime settimane, a opera di criminali sembra in combutta con la polizia, che hanno bersagliato le ragazze di classe media che come ogni sera si ritrovano a Tahrir e nei quartieri circostanti per discutere la situazione politica in costante evoluzione. Tutti al Cairo parlano di politica e al bar mentre si fuma la sheesha (anche le donne talvolta lo fanno) si guardano i riots fra un partita e l’altra.

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Gli egiziani vanno pazzi per il calcio e gli Ultras Ahlawy (ultras all’italiana; ammirano la cultura delle curve della Penisola) sono una delle forze principali del black bloc al Cairo. I tifosi della squadra El Ahly sono infatti fra le principali vittime della controrivoluzione. 72 di essi sono stati massacrati a Port Said il 1° febbraio 2012 dagli hooligan della squadra rivale in combutta con la polizia, che aveva chiuso i cancelli di uscita dallo stadio. Quando sono arrivato, mi sono accorto che tutti i muri della città erano graffitati con la scritta ٣/٩. Dopo il primo giorno chiedo a Paolo: “Ma che vuol dire? è dappertutto”. “Significa 3/9, il 9 marzo, cioè domani. E’ previsto il verdetto per Port Said, e black e ultras sono pronti a far casino, se i poliziotti non saranno condannati.”

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Puntualmente, il giorno dopo, scoppiano i più gravi scontri dal mese di dicembre. Gli ultras infuriati danno alle fiamme il club degli ufficiali di polizia e la sede della federazione calcio egiziana nell’isola al centro del Nilo dove sono ubicati il Four Seasons, la torre di Nasser e tutti gli hotel di lusso del Cairo. Fino ad allora El Zamalek era stata risparmiata dalla violenza rivoluzionaria. Ma la mattina del 9 marzo alte colonne di fumo si sprigionano dall’isola che divide Tahrir da Giza. Decidiamo di andar subito a vedere. Arriviamo alla sede degli Ultras Ahlawy. Un mausoleo murale ricorda i volti delle 72 vittime. Banchetti vendono maschere di V for Vendetta e passamontagna con le effigi della squadra di calcio da una parte e la bandiera egiziana. Sì, perché i black sono convinti, con più di una ragione, di esser loro i veri patrioti che difendono la nazione dall’autoritarismo sia dei militari sia dei fratelli musulmani.

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Di fatto il 9 marzo conferma una percezione evidente: la polizia si sta squagliando. In gran parte sono rimasti nelle caserme in sciopero. L’alta borghesia richiede l’intervento dell’esercito. Ma l’esercito si è già scottato nell’autunno 2011 con la sconfitta nella battaglia di Muhammad Mahmoud. La stretta strada che da Tahrir va verso il centro commerciale del Cairo, dove i manifestanti hanno tenuto testa per un mese al governo militare, riuscendolo a piegare. Gli scheletri dei pickup bruciati e centinaia e centinaia di metri di arte murale ricordano i martiri di questa seconda fase della rivoluzione.

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L’Egitto è in una situazione di stallo evidente. La rivoluzione non si fermerà fin quando Morsi e gli islamisti non saranno deposti. Il fronte laico fatica ad unirsi, ma la piazza è unita nella sua rivendicazione: “Morsi, vattene, non vogliamo pace e giustizia, ma giustizia e libertà!”. Il presidente egiziano e il suo governo prendono soldi da FMI e Qatar (accusato di starsi comprando l’Egitto a prezzi di realizzo) e anche dagli americani, preoccupati dall’instabilità che verrebbe a crearsi se saltasse il primo governo egiziano che può rivendicare un minimo di mandato democratico (in realtà le elezioni parlamentari previste per aprile sono già state rinviate e il consenso per i fratelli, mai maggioritario, sta ulteriormente calando). D’altro canto sul New York Times il black bloc del Cairo è ritratto con una simpatia non certo riservata a quello di Seattle. Gli USA vorrebbero un governo democratico laico. E lo stesso vogliono gli Shabab Facebook, i ragazzi e le ragazze del Movimento 6 Aprile che per primi hanno chiamato a manifestare contro il regime in piazza Tahrir nel gennaio 2011, dopo che la Tunisia aveva rovesciato Ben Ali.

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Ho incontrato due mediattiviste del movimento nella presentazione di Tweets and the Streets al Cairo. Da un lato permane l’eccitazione di partecipare a un cambiamento storico incredibile, dall’altro la delusione perché i valori della rivoluzione, democrazia, laicità, apertura, uguaglinza non si sono ancora imposti. Sono queste le ragazze che stanno cambiano l’Egitto e tutto il mondo arabo. Perché la rivoluzione egiziana è importante per il XXI secolo quanto quella francese fu importante per il XIX. Ha scatenato processi rivoluzionari in tutto il globo (Occupy, Indignad@s), perché Tahrir è come la Bastiglia. L’insurrezione di un intero popolo contro l’assolutismo è un vaso di Pandora che non si può richiudere. Come nella rivoluzione francese, il partito della stasi e il partito del movimento si scontrano continuamente generando una dinamica aperta a tutti gli esiti. Noi puntiamo sulla vittoria della gioventù secolarizzata egiziana. In Tunisia il governo dell’Ennahda, la sezione tunisina dei fratelli musulmani, ha dovuto dare le dimissioni. Scommettiamo che avverà lo stesso in Egitto?