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La Abramovic Irretisce: Ma l'Atto Artistico Dov'è?

| domenica 25 marzo 2012

di Alessia Locatelli

Doppia personale per Marina Abramovic, la performer serba, da Lia Rumma e al Pac. Ha inaugurato lunedì scorso al Pac la sua mostra-performance “The Abramovic Method, mandando in visibilio il bel mondo milanese e facendo gongolare Boeri, mentre martedì scorso ha fatto la vernice alla galleria Lia Rumma per “With eyes closed I see Happiness”. Se la mostra da Lia Rumma è più tradizionale, composta da una 14 sculture di calchi della testa dell’artista attraversati da cristalli e momenti performativi dell’artista congelati nello scatto fotografico; ciò che ho sperimentato al Padiglione di Arte Contemporanea è stato sicuramente più coinvolgente, ma dietro al disincentivante pagamento di una somma non esigua (30 euro, per beneficiare della presenza di Marina Abramovic).

Se deciderete di partecipare ad una delle performances giornaliere (senza Marina, il prezzo ora è sceso), vorrei lasciarvi un paio di indicazioni, senza però rovinarvi la sorpresa. Sappiate da subito che firmerete una clausola che vi obbligherà per tutta la durata della performance (2h circa) a NON abbandonare il “set”. Ma non abbiate timore, nessuno di voi mostrerà le chiappe al pubblico, né wrestler esperti vi solleveranno per giocolare con le vostre ossa… L’atto performativo che vi chiederanno di sostenere è niente poco meno che una salutare seduta a metà strada tra la cristalloterapia e una lezione di yoga. Gli assistenti vi esporranno all’energetico influsso di magneti e cristalli posti sotto le sedie e vi faranno rilassare su tavoli di legno in un viaggio “à rebours” dentro voi stessi.

La Abramovic – in questo mi trova d’accordo – sente la mancanza di percezione totale dell’arte contemporanea. Prostituta per scelta e al tempo stesso vittima della speculazione, come qualsiasi altro settore che sia toccato dalla logica dei mercati finanziari, oggi l’arte è mero investimento di ricchi ignoranti che non seguono passioni mecenatistiche bensì “coefficienti” alti che diano valore ai loro acquisti, proprio come avviene per gli immobili.

La Abramovic cerca di riportare l’arte a quel confine di esperienza intensa e rivelatrice. E lo fa attraverso il suo metodo, che parla il linguaggio del corpo, ma che spiegato agli iniziati in camice bianco non da lei ma dalle assistenti, non solo elude il legame (che ci fu invece a New York; la personale di Abramovic ospita anche la ricostruzione della performance “The Artist is Present” eseguita al MoMA nel 2010) col fruitore che ritengo fondamentale per un artista performativo; ma rischia di cadere nella ricreazione di stilemi dal sapore new-age, rendendo così il buon tentativo di riappropriazione di esperienze uniche solo un rilassante pomeriggio d’amore verso sé stessi. Nulla di male, ma penso che così svii dal progetto artistico.

Non contesto dunque una sana ginnastica di ascolto del corpo, delle energie che si ricaricano mentre le cuffie ci isolano dal resto del mondo; bensì l’atto artistico: un performer deve considerare, oltre che le finalità del suo gesto, il valore artistico che questo implicitamente contiene. Le performances degli anni ’60 avevano in questo uno spessore maggiore. Ma forse oggi si è già visto tutto, quindi più che cercare verso l’esterno le risposte, dobbiamo iniziare a rimettere in discussione noi stessi e la nostre vite. Il metodo Fluxus non va più bene in un mondo annoiato che ha già sperimentato all’eccesso. Serve ascolto, dei nostri corpi e della natura. Questa mi sembra la vera finalità della performance milanese della Abramovic.

«The Abramovic Method» a cura di Diego Sileo e Eugenio Viola, fino al 10 giugno al PAC di Milano. Orari d’apertura: lun 14.30-19.30; mar-dom 9.30-19.30; gio 9.30-22.30. biglietto + performance dal 25 marzo (senza Abramovic) 12 Euri

Marina Abramovic (Belgrado ’46). «Vengo dai Balcani dove ogni cosa è estrema: la violenza, l’odio, l’amore, la tenerezza, l’eroismo». Paura: «Sempre prima della performance, perché faccio solo cose che mi fanno paura. Se non ci misuriamo con i limiti, non ci evolviamo. Ho imparato più dal mio lavoro che dalla mia vita». Le donne: «Con l’ecatombe di uomini nella prima guerra mondiale, in Montenegro alcune per proteggere i figli si sono vestite da uomini; la barba ha cominciato a crescere, le mestruazioni si sono bloccate: con tale energia psichica le donne hanno tutto il potere che vogliono», Prime performance da bambina, quando si impose di non parlare per un intero anno. Da adolescente le sue performance finivano sempre entro le 10 di sera, ora imposta dai genitori per rientrare a casa. Famiglia: padre eroe della Resistenza, madre maggiore dell’esercito, partigiani nella guerra di liberazione: troppo occupati con le loro carriere. Marina non ha mai ricevuto un bacio dalla madre che «non voleva viziarla».

Videointervista su: http://video.ilsole24ore.com/SoleOnLine5/Video/Cultura/Arte/2012/abramovic-intervista-short/SHORT-Abramovich.php