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Bicicrazia

Km zero idee

| mercoledì 12 dicembre 2012

Questo weekend si tengono le primarie del centro(sinistra) in Lombardia che metteranno di fronte tre candidati, tutti abbastanza sconosciuti: la ginecologa Alessandra Kustermann, l’avvocato-giornalista Umberto Ambrosoli e il giornalista-economista Andrea Di Stefano. Gli argomenti di dibattito tra i tre sono tanti, cupa com’è la situazione di questo territorio; ma in tutto questo parlare stupisce l’assenza, nella regione della città-parcheggio, di un progetto concreto sulla mobilità, e non parliamo nemmeno di quella ciclistica, questa sconosciuta. Le intenzioni dei tre, programmi alla mano, parlano chiaro.

Iniziamo dalla Kustermann, come suggerisce il galateo e pure la sintesi, visto che di mobilità nel suo programma (qui il pdf) nemmeno si parla. La voce è inglobata in un generico “trasporti” con una scelta di linguaggio che già fa capire l’andazzo: non si parla di muoversi ma di essere trasportati, l’azione diventa subito passiva. Il progetto dei “trasporti” della ginecologa è chiaro: mercato libero per il TPL che porti tutti i lombardi sui treni. E giù dai treni? “Integrazione ferro/gomma”, dall’auto all’autobus. Altri mezzi, non pervenuti. Alternative al pendolarismo, non pervenute. Ma il “programmino” ha un dulcis in fundo, che pare scritto direttamente da Marchionne: “rendere la vita più semplice anche a chi vuole continuare a usare l’auto”. Come dire, andiamo oltre.

Il balsamico Ambrosoli si butta nella tenzone, invece, con un programma gucciniano che punta tutto (il suo nulla) sulla ferrovia. Lo fa con un video di pessima fattura che si apre raccontandoci come si è mosso lui in questi giorni. Come se il ragionamento sulla mobilità regionale si riducesse agli spostamenti di Ambrosoli… e chi se ne frega?
La sua proposta nel concreto non c’è; nell’astratto invece sta in questo equilibrismo linguistico: “inventariare le criticità segnalate dall’utenza e metterle ora in un piano di interventi programmati, tenendo al tavolo di questa comune visione delle priorità interlocutori istituzionali e sindacali, connessi alla gestione dei servizi pubblici”. Conviene tornare al video, forse, non tanto per la speranza di trovare una proposta, ma per il dulcis in fundo che non sfugge nemmeno a lui. Quale? Le stazioni! L’intervento sulla mobilità diventa un intervento sugli spazi. Come ridurre le stragi sulle strade? Destinando le stazioni abbandonate alle associazioni. Vabbè, come dire, andiamo oltre.

Chiudiamo con Di Stefano, che nulla pare avere da spartire con l’omonima saeta rubia e anzi di saette ne scaglia ben poche, ma a differenza dei due candidati precedenti, va preso atto che almeno in questo programma elettorale la mobilità gode di uno spazio degno della sua importanza, anche se non resiste al richiamino populista del doverla definire subito “sostenibile”, senza spiegare cosa intenda con quest’aggettivo (sostenibilità ambientale? sociale? economica?). Le idee, in generale, sono assai confuse, si parte dai treni (più lunghi e più svizzeri!?), si passa alla città metropolitana, alle limitazioni al traffico e infine all’organizzazione generale, con un interessante appello al “decollo del telelavoro”. Il programma cita (finalmente) un’ispirazione alle “buone pratiche” ma poi si cade su passaggi ambigui come la de-fiscalizzazione dell’automobile e l’assurda proposta di mezzi elettrici per il trasporto commerciale, in cui non si capisce ne’ come questa elettricità sarebbe prodotta ne’ cosa dovrebbero trasportare ne’ -soprattutto- come il cambio di alimentazione diminuirebbe l’impatto di questi mezzi. Mezzi. Elettrici.Vabbè, andiamo oltre.

Andiamo oltre la vetusta polvere che copre questi tre candidati e con loro la sinistra tutta, cui chiedere anche solo una vaga idea di mobilità moderna pare un’impresa impossibile. E dire che gli spunti non mancano, e non serve andare a scomodare ne’ gli studiosi accademici (lontani e costosi) ne’ gli attivisti più radicali (sia mai che l’alleanza con Confindustria salti), gli basterebbe guardare anche solo all’associazionismo diffuso su tutto il territorio, magari al libretto rosso degli Stati Generali della Ciclabilità e della Mobilità nuova (disponibile ed adottabile senza difficoltà) o ancora meglio a chi di questo tema si occupa da anni, trovandosi spesso a parlare con i muri. Ma per far questo, come suggerisce FIAB – Lombardia, serve il coraggio, perchè il nemico da sconfiggere sono prima di tutto le abitudini consolidate. E il coraggio uno non se lo può dare, men che meno questi tre, che più che Carneade ricordano Don Abbondio.