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Juri Gagarin: Ucciso da Breznev 45 anni fa?

| giovedì 27 marzo 2014

juri-gagarin

by Red Proof

Luci sfavillanti, tavoli imbanditi di antipasti, pasticci, caviale, dolci, frutta e un’impotente parata di calici e bottiglie: al ricevimento in onore del nuovo programma lunare tira aria di grande euforia. Levate di bicchieri e urrà spronano Leonid Breznev impegnato a smanacciarsi le gambe ballando la kalinka sopra un tavolo. Ma in un angolo della sala insieme agli altri cosmonauti Juri rimugina cupo senza alcuna voglia di festeggiare: non sin può perdonare a Breznev quanto successo a Komarov. C’erano più di duecento problemi tecnici nella Sojuz-1, e gli ultimi quattro test avevano dato esito negativo. Per fermare la missione ingegneri, tecnici e cosmonauti avevano stilato un rapporto, ma Breznev aveva voluto a ogni costo il lancio per festeggiare il cinquantenario della rivoluzione, fregandosene del loro parere frutto di anni d’esperienza. E il povero Komarov s’era schiantato nella steppa alla velocità di un meteorite.

Guardando Breznev ballare, Juri rivede la moglie chiedere di aprire la bara per un ultimo saluto. E’ un suo diritto. Nessuno però le ha spiegato che del marito dopo quel terrificante impatto è rimasto solo un frammento del tallone. “Almeno tu, fai qualcosa!” l’aveva implorato svuotata dal pianto. Cosa poteva fare? A un morto resta pur sempre un’identità, in virtù della forma intatta, a consolazione di chi resta. Senza una faccia, una spina dorsale, le gambe, le braccia, gli organi; senza più una destra né una sinistra, come si fa? Juri aveva fatto il possibile per fermare quel lancio. Giorni e giorni a cercare d’incontrare o parlare al telefono con Breznev, ma quel pancione arrogante non si faceva mai trovare. Scrosci di applausi e cappelli gettati in aria salutano la fine della kalinka. Sceso dal tavolo, sudato e in maniche di camicia Breznev sghignazza dissetandosi a champagne. Juri non si tiene più. “Dove vai?” gli chiede Leonov. ”A salutare un amico.” Vedendolo arrivare Andropov sussurrò qualcosa all’orecchio di Breznev che girò la grossa testa di cervo sorridendo. “Juri Alexeievich come va? Ti trovo gonfio e ingrassato.” “Non c’è male. Voi, piuttosto, compagno segretario generale, vi trovo indecentemente sbronzo!” Breznev lo fissa torvo. “Ancora un po’ di vodka?” chiede Juri. E senza aspettare risposta gli vuota in faccia il bicchiere: “Questo è per Komarov!”. Breznev trasecola incredulo. Juri guarda la vodka colargli dal collo dentro la camicia. “Non prendetevela per un po’ di vodka compagno segretario generale” dice sprezzante. “Sbrattatevi piuttosto del sangue che v’incrosta, schifoso maiale corrotto!”

Poco tempo dopo il ministero degli Affari Interni ratificò a Juri il divieto di uscire dal paese. Ma se pensavano di punirlo si sbagliavano di grosso. Non aveva scelto lui d’essere l’emblema vivente delle grandi conquiste del socialismo in campo spaziale. In principio, incontrare, re, regine, presidenti, ministri, scienziati e personaggi illustri era stato un piacevole gioco. Lui aveva spremuto da quella vita tutto ciò che poteva spremere, godendosela. Ma lontano dal lavoro e dalla disciplina quotidiana che lo aveva sempre accompagnato s’era messo a bere. E più beveva più l’infezione gli avvelenava l’anima. Secchiate di vodka arrugginivano tutto, meno i ricordi di quel tempo che il cuore gli batteva puro, palpitante di fede incontaminata nelle conquiste del suo paese. Anche il suo matrimonio faceva ormai parte di quel passato dorato. “Eroe… ma che razza di eroe saresti? Solo a guardarti si capisce che reggi l’anima con i denti. Un misero avventuriero sessuale, ecco cosa sei. Maledetto per sempre il giorno che sei andato nello spazio” gli aveva urlato Valja, logora di tradimenti e bugie. Viaggi, parate, ricevimenti in giro per il mondo avevano allontanato Juri dal suo centro propulsore: il cielo. Estromesso anche dal programma lunare, se voleva tornare a volare almeno nella stratosfera doveva ricominciare dal MiG-15. Dopo sette anni di una vita che a conti fatti gli aveva tolto ben più di quanto gli avesse dato, Juri era ben felice di farlo. Ripreso l’addestramento, quel mattino del 27 marzo 1968 doveva trattarsi di una normale seduta. L’esercitazione prevedeva virate a banda di 30°, spire della spirale minore, qualche picchiata e due viti orizzontali per chiudere. Il MiG-15 decollò dalla base di Chkalovsky tra banchi di nuvole basse. Tempo di volo 9 minuti, altezza 4000 tester. “Va bene così, non salire oltre. Cominciamo” dice Serjogin, tra i migliori istruttori in circolazione, capo collaudatore della pattuglia acrobatica.

Juri ripassa mentalmente il programma pronto a virare, quando vede un puntino apparire sul radar. Cerca di mettersi in contatto con la base. Il segnale di chiamata non è operativo. Il puntino adesso è un punto e continua ad avvicinarsi velocemente. “Qui 125, rispondete. Qui 125, rispondete, passo” riprova inutilmente Juri. Ci fu un’esplosione seguita da un bang supersonico. Un Sukhoi SU-11 sfrecciò sopra di loro creando una pericolosa sacca di prossimità. Il motore perse propulsione, il Mig-15 entrò in stallo e venne giù in vite risucchiato dal vortice. Il modo migliore per uscire da una spirale è posizionare l’alettone sull’ala cadente. Serve solo abbastanza quota per farlo. Ma la rilevazione dell’altimetro era sbagliata. Precipitarono in meno di un minuto nella quiete di un bosco vicino Kirzach, 180 chilometri da Mosca, scagliando tronchi, zolle di terra dura, pezzi di lamiera, parti meccaniche, brandelli d’organi e scheletro tra la neve, sui cespugli e tra gli alberi in un raggio di metri e metri. Il muso dell’aereo scavò un profondo cratere fumante. Non fu un incidente. I serbatoi ausiliari montati sotto le ali e progettati così male da aumentare la possibilità di entrare in spirale non c’entrano. Né hanno colpa i seggiolini eiettabili. Insinuarono che Juri fosse ubriaco e Serjogin con i riflessi appannati dall’età. Cosa ci faceva però un Sukhoi SU-11, solito volare a 10.000 metri d’altezza, a una quota così bassa? La verità resta chiusa tra le pareti di un archivio segreto, sigillata dentro delle casse di legno contenenti alcuni resti d’aereo bruciacchiati e recanti la scritta: “Da custodire perennemente”.