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Joe R. Lansdale: il Texas è uno stato mentale

Duka | domenica 30 aprile 2017

Joe R. Lansdale (Gladewater – Texas – 28 ottobre 1951) è il mio scrittore preferito. Neanche il grande Elmore Leonard scrive dialoghi potenti come Lansdale. Nessuno mette a disagio i lettori come lui. Forse è la violenza esplicita – percepibile nelle debolezze dei personaggi – o la sua entusiastica passione per il pessimo gusto o semplicemente il suo particolare senso dell’umorismo. Di sicuro – è innegabile – è uno dei più divertenti scrittori contemporanei. Con Joe percorrerei a bordo di una Impala del ’64 strade polverose – che tagliano pianure desertiche e praterie – popolate da saguari, serpenti a sonagli, Wile E. Coyote e Beep beep. Nostra meta l’Orbit drive-in per rivedere – ingurgitando popcorn – Non Aprite Quella Porta. Con Lansdale non litigherei mai. Non farei mai a botte. È un esperto di arti marziali. Pratica e conosce: Ju-jitsu, Judo, Tae Kwon Do, Karate, Muay Thai e Kung Fu. Insieme a lui passerei ore a parlare, bevendo birra ghiacciata, di scrittori che amiamo come Philip K. Dick, Raymond Chandler e James Cain. Quando uscì Roma KO – mio primo romanzo scritto con Marco Philopat – una storia piena di droghe, i lettori mi dicevano – conoscendo la mia militanza nella generazione chimica alla vaccinara – “Duka sei l’Irvine Welsh di San Lorenzo”. Io rispondevo: “No. Sono il Lansdale della Tiburtina”. Affermazione spiazzante se detta da un fan riconosciuto – ho letto tutti i libri di Welsh – del bardo di Edimburgo. Il cantore delle gesta dei figli – disoccupati – della working class annichilita dalle politiche economiche della signora Thatcher. Affermo di più: Lansdale è il “genere” letterario che amo. Ha uno stile proprio. La sua produzione che include romanzi, racconti e sceneggiature di fumetti – che spaziano dallo splatterpunk all’horror, noir, western, fantascienza, pulp e black comedy – è tutta pervasa, attraversata e accomunata dagli stessi elementi: humor nero, frattaglie, sangue, merda, cadaveri in decomposizione, freak, pluriomicidi, morti che ritornano, stupri e razzismo. Nelle sue opere è sviscerata la faccia dell’America profonda. Quella – della bibbia, il fucile e delle metanfetamine fatte in casa – occultata o volutamente non vista. Quella dei bianchi cappucci pronta al linciaggio dell’afroamericano e che ha scorto in Donald Trump un suo cavaliere. Per onestà intellettuale non scriverò del ciclo – che lo ha reso famoso nel mondo – di Hap & Leonard (composto, per ora, da nove romanzi. Pubblicati in Italia da Einaudi e Fanucci). Le avventure a tinte noir, ambientate nel Texas orientale, di una strampalata coppia di improvvisati detective. Hap bianco, liberal, esperto di arti marziali (il personaggio dei suoi libri, mi disse Joe quando lo intervistai a Roma nel 2008, che più gli assomiglia) & Leonard negro, frocio, pluridecorato in Vietnam, repubblicano. Non parlerò del suo capolavoro – il romanzo fantascientifico – The Drive-in: A “B” Movie with Blood and Popcorn, Made in Texas (La Notte del Drive-in Einaudi stile libero). Sono sicuro – spero – che avete letto questa pietra miliare della narrativa. Voglio invece soffermarmi su La Sera che non Andarono all’Horror Show. (Aa.Vv. Splatterpunk a cura di Paul M. Sammon edito Mondadori) Anche se Lansdale rifiuta l’etichetta, questo racconto è uno dei pochi altari di fronte cui tutti i veri splatterpunk si inchinano. La storia, che narra di due giovani campagnoli, balordi e nullafacenti, è ambientata in Texas, a Mud Creek, cittadina che sarà il set di altre sue opere. Una notte, i due, stufi della solita routine decidono di disertare il drive-in per l’appuntamento fisso del sabato sera: il film horror. Leonard e Billy – per gli amici Scoreggia – trovano un cane morto sulla strada. Decidono di legarlo al paraurti posteriore e di trascinarselo dietro in una folle corsa sulla provinciale. La trama, partendo da un banale episodio di demenza e crudeltà sugli animali, raggiunge – sfociandovi inaspettatamente – alti livelli di razzismo e sessismo. I due cerebrolesi si ritrovano presto alle prese con un gruppo di fanatici dello snuff-movie. La banda di sadici si sta gustando il filmino del giorno: una ragazza seviziata “live”. Non appagati dalla visione uccidono un giovane afroamericano la cui unica colpa è quella di esistere. I due cazzoni finiscono a loro volta brutalizzati dall’orrida gang, per avere avuto l’infelice idea di portarsi dietro le misere spoglie del cane morto. Per capire il milieu culturale dove si svolge questo racconto godetevi l’incipit del racconto.“Se fossero andati al drive-in come avevano deciso, niente di tutto questo sarebbe accaduto. Ma a Leonard non piaceva andare al drive-in senza una ragazza e poi aveva sentito parlare di La Notte dei Morti Viventi e sapeva che il protagonista era negro. Non voleva vedere film con protagonisti negri. I negri raccolgono il cotone, riparano i guasti e fanno i ruffiani per le ragazze negre, non aveva mai saputo di nessun negro che uccidesse zombie. E aveva sentito anche che nel film c’era una ragazza bianca che si lasciava toccare dal negro; questo gli dava fastidio. Una ragazza bianca che si fa toccare da un negro non può essere che un cesso. Forse una di Hollywood, New York o Chissadove, o qualche altro luogo sperduto. Steve McQueen sarebbe stato perfetto come ammazzazombi, e, come palpatore di ragazze, il meglio. Ma un negro… nossignore.” Paradise Sky – ultimo libro dello scrittore texano – consacra in maniera definitiva il genere western – considerato banalmente narrativa da edicola – tra la letteratura. “Dunque, nella vita ho ucciso assassini e animali feroci, ho fatto l’amore nella stessa notte e nello stesso carro con quattro donne cinesi, tra cui una che aveva una gamba di legno, il che rende le cose un tantino difficili, in certi casi. Una volta, mentre attraversavo le pianure, ho pure mangiato un tizio morto, non intero, ovviamente, ma sia chiaro che non lo conoscevo tanto bene, mica eravamo parenti, insomma si è trattato solo di un malinteso.” Romanzo di formazione e di avventura che narra le vicende di un ragazzo nero in fuga dal linciaggio per avere guardato di striscio il culo di un donna bianca mentre lavava i panni, nel Texas post guerra di secessione. Nat Love – personaggio realmente esistito – fu un afroamericano, tra i tanti, che contribuì alla conquista del West. Ma, come tutti gli uomini e le donne nere, fu escluso dal mito di fondazione – nazionale – della frontiera. Un’epica da cui gli afroamericani sono stati omessi. Basta guardare i classici film western di John Ford per averne la conferma. Nel romanzo sono presenti gli elementi classici del genere: indiani, giacche azzurre, buffalo soldiers, sceriffi, bisonti, pistoleri, prostitute, gioco d’azzardo, cinesi, oppio, cow boy, vacche, saloon e pianisti. “Il fumo di pipe, sigari e sigarette aveva saturato l’aria e attraversava la sala in piccole nuvole grigie. Il pianista picchiava duro sul pianoforte, non più intonato o consapevole dell’intonazione rispetto altre volte. C’era una nuova cantante ma anche lei, come la moglie del pianista, non avrebbe beccato una nota neppure se avesse avuto un remo in mano…” La lettura di Paradise Sky riporta alla mente altri grandi scrittori del genere come Mark Twain e Cormac McCarthy. Immancabili anche i riferimenti cinematografici da C’era unaVolta il West di Sergio Leone al più attuale Django di Quentin Tarantino – omaggio allo spaghetti western che mutua il titolo.