MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Cultur(A)

Jacques Mesrine Non esiste un “altro” carcere. Esiste semplicemente una maniera per evadere.

Duka | martedì 28 febbraio 2017

 

Alla fine di quei mesi ero diventato bravo a sparare, ma l’amore per le armi era evaporato. All’inizio le adoravo, ma il signor Loving continuava a dirmi che erano strumenti e non meritavano più ammirazione di una zappa o di una pala. Lo presi in parola. Non le amavo, però le rispettavo tutte, e in particolar modo la LeMat. Come aveva detto il signor Loving, era meno precisa della Colt, ma cominciava a piacermi parecchio.”

Joe R. Lansdale ( Paradise Sky Einaudi Stile Libero )

Jacques Mesrine (Clichy 28/12/1936 – Parigi 2/11/1979), il Vallanzasca d’oltralpe, era un fuorilegge. Un bandito. Un uomo in rivolta – non solo un rapinatore di banche – che attaccò il sistema penitenziario e giudiziario mostrandone orrori e arbitrarietà. Incompatibile alla vita carceraria – alla sua normalizzazione – evade quattro volte di prigione. Due delle quali da case circondariali di massima sicurezza in Francia e Canada.

Con queste azioni – gesti – rivendica che la fuga è un diritto di ogni uomo e donna reclusa.

In un’intervista sul quotidiano Libération – pubblicata il 3 e 4 gennaio 1979 – alla domanda: “Alcuni pensano che la sua evasione o quello che ha fatto al giudice Petit (il 10/11/1978 Mesrine tenta di uccidere il magistrato) non aiuti i detenuti, anzi nuoccia loro. In realtà, invece di lottare contro gli speciali, non li rafforza rispondendo all’immagine del “pericoloso gangster irrecuperabile” di cui parla il governo?” rispondeva: “Che deve fare uno che è rinchiuso in uno speciale? Accettare? Star zitto? Lasciarsi umiliare? Lasciarsi disumanizzare? Lasciarsi distruggere? Stare fermo? Quando uno evade da uno speciale basato sulla sicurezza e teoricamente creato per evitare le evasioni, dimostra che la massima sicurezza non serve a niente. Ne è la prova.”

Mesrine denunciò le pessime condizioni dei detenuti nelle carceri e lottò – insieme ad altri prigionieri – per la chiusura degli speciali.

Quando abbiamo fatto l’ultimo grande sciopero della fame contro gli speciali, siamo stati in 650 a farlo su 3300 detenuti. Perciò dell’opinione di detenuti che tacciono… che usano i permessi… che leccano il culo ai direttori per incontrare le mogli… me ne fotto.”

La sua autobiografia L’Istinto di Morte (edito da Nautilus), opera imperdibile, è una requisitoria contro il sistema e non una difesa a proprio favore. Scritta nel carcere parigino della Santé – riuscì a farla pubblicare, in barba alle autorità penitenziarie, nel febbraio del 1977 – durante la sua ultima detenzione. Racconta la sua vita avventurosa. Deviante. Irriducibile alle regole della società.

Ribellione scolastica (espulso dal liceo per avere picchiato il preside), incontri con prostitute, amori, guerra in Algeria, furti, rapine, omicidi, arresti ed evasioni. Nella Francia degli anni settanta Jacques è il nemico pubblico numero uno. L’Eliseo e il ministero degli interni creano una unità speciale – per dargli la caccia – con l’ordine di prenderlo vivo o morto. In quegli stessi anni diventa – per il movimento della sinistra rivoluzionaria – un simbolo della rivolta senza tregua – quartiere – contro la giustizia borghese e il sistema capitalistico.

Eviterò di copiare note biografiche da Wikipedia. Una vita fuorilegge non si può – e non si deve – ridurre a un elenco di gesta rocambolesche, da guascone. Sosteniamo l’editoria indipendente e libertaria – leggete – comprate L’istinto di Morte.

Mi interessa soffermarmi su una questione, un punto – che differenzia i banditi dai malavitosi – fondamentale. Le armi come – “attrezzo” – strumento inseparabile dei lavoratori illegali. Partirò da un avvenimento – raccontando un aneddoto – antecedente la svolta “criminale”.

A diciannove anni, Jacques parte – paracadutista – per la guerra in Algeria. Un’esperienza che lo segnerà per tutta la vita. Durante la guerra entra in possesso della sua prima pistola una 45 ACP. Alla fine del conflitto non riconsegna l’arma riportandola con sé a casa. Non si separerà mai da lei.

Per i ragazzi delle <<batterie>>, al contrario, le armi sono contemporaneamente gli strumenti del mestiere e uno stile di vita. Le armi si portano perché si usano, perciò occorre essere tecnicamente preparati. Montare e rimontare il più velocemente possibile un’arma, pulirla, mantenerla sempre efficiente e impararne tutti i segreti inizia a far parte della loro normale vita quotidiana (Bonini, Vallanzasca 1999). Le <<batterie>> cominciano ben presto a impossessarsi di un sapere tecnico che è imprescindibile dal loro stile di vita, come ad esempio avere dimestichezza con i calibri, e quindi con i loro particolari modi d’impiego, scegliere con oculatezza il tipo di armamentario maggiormente idoneo per un certo tipo di lavoro, oltre a <<legarsi>> particolarmente con un’arma, solitamente un’arma corta, facile da trasportare e da occultare – anche se non mancarono casi di vero e proprio <<innamoramento>> verso alcuni fucili – che diventa come una seconda pelle. E’ in questo senso che è possibile considerare i rapinatori come figure professionali.” (da Andare Ai Resti di Emilio Quadrelli, edito da Derive Approdi).

La professionalità di questa generazione di fuorilegge è figlia di un conflitto esistenziale che non va confusa con il tecnicismo. Un valore aggiunto derivante da un modello culturale al cui interno­­­­­­ il confronto – lo scontro – con il nemico è l’aspetto decisivo.

Per lui – come per i “bravi ragazzi” degli anni sessanta e settanta (Sante Notarnicola, Pietro Cavallero, Renato Vallanzasca) – il “ferro” non faceva il paio con gli orpelli – catene d’oro, gessati doppiopetto e scarpe di vernice – come per la mala classica. Gli infami papponi – Jacques ne sgobberà parecchi – e i mafiosi.

Mesrine prese pubblicamente le distanze dalla malavita – sulle pagine di Liberation – rivendicando orgogliosamente: “Ho molti amici. Il vantaggio che ho è che non fanno parte della mala. Non pensate che tutti i rapinatori ne facciano parte. Che tutti i marginali ne facciano parte. La nuova generazione di banditi non fa parte del milieu. Tutti sanno che il milieu è marcio. Che viene usato dalle polizie parallele. Che la mala è composta da sfruttatori e padroni di discoteche. Tutta questa gente non la tollero. Spero venga capito per sempre.”

La fuga – sull’onda dell’insurrezione continua – di Jacques Mesrine si concluse quando fu colpito a morte – in un’imboscata a Porte De Clignancourt a Parigi – da ventuno pallottole, ad alta velocità, sparate dai fucili degli sbirri.