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Intimità: un Concetto Perverso?

by Rosario Gallardo | domenica 31 marzo 2013

Se per “politica” intendiamo l’arte di governare la polis per il bene di tutti allora forse la mia carne dovrebbe liberarsene. Un governo, quale che sia, non mi arrapa, qualunque sia il suo patto, qualunque sia l’aderenza, mi sta stretto. E se per stretto intendiamo che fa attrito, allora mi starebbe bene farglielo fare nel mio ventre, ma per quanto possa essere aperta la mia gratitudine o il mio perdono, fondamentalmente egli mi è estraneo. Estraneo quanto un corpo non gradito, la cui stessa idea non alletta alcuna mia curiosità. Quanto è frivola la gestione del potere, perde ogni poesia anche il gesto da maestro quando non è narrativo, quando si abbatte sulla mia persona come il bastone accudente del pastore. Come se la terra fosse ormai stata tutta presa, come se l’acqua fosse stata ormai tutta intubata, come se al cielo servissero gli aerei per annuvolarsi un pò. Mentre la pioggia scorre sull’asfalto, nessuno dei miei gesti ha più peso del volo di un uccello al bordo di una strada trafficata.

L’obiezione che la resa pubblica dell’intimità possa in fine distruggere la libertà che questa preservava (cfr. “I Vizi Capitali e i nuovi vizi”, Umberto Galimberti, Feltrinelli, pag.85 “Spudoratezza”), allaga i miei polmoni d’acqua stagna e putrida. Quanto è amara la sopravvivenza a buon mercato. Quanto è facile accontentarsi di poco, sempre meno. Sempre con più fatica e con maggior accanimento avvinghiati a una stanzetta, a una o due strategie di comportamento che, solo perchè codificate in un discreto silenzio, ci sembrano un po’ più spaziose. Forse in fondo ce lo meritiamo, del resto che schifo che fa il nostro prossimo che si sbraca, spontaneo come un herpes, nel nostro campo visivo. Come al mare, quando gente il cui corpo racconta le sue disgrazie si stende o si innalza, sguazza e spruzza una carnalità ingombrante, fatta di forme, colori e odori di cui non vorremmo essere fatti partecipi. A me capita.
Capita anche d’inverno coi cappotti e gli ombrelli o nei centri commerciali, al semaforo, ovunque, ma non mi è mai sucesso se sono nuda, se mi sto masturbando; solo quando me la sto menando riesco a giustificare, nel senso di collocare con giusti margini e centratura, l’esistenza altrui in relazione alla mia.
L’unica politica che posso legittimare è la mia economia masturbativa quotidiana.
Quella fitta rete di necessità sociali troppo vagamente necessarie e troppo strettamente sociali che riempono come inevitabili sbagli tutta la giornata, giorno dopo giorno.
Come se fosse davvero necessario tutto ciò di cui non dovrei poter fare a meno, come se fosse l’unica controparte, la parata di teatranti e le orde militanti contrapposte o a favore. Di cosa? Di vento, come l’odore di pesce rancido o la traiettoria di un peto in luogo pubblico.
Luoghi pieni di soli che si dentificano profondamente nei loro angoli privati, ben arroccati nelle sfere taciute, celanti quanto di più autentico possa corrispondere alla loro più sfrenata autorialità, in attesa di lasciarla trapelare in una poesia, o felici che nessuno ci possa mettere il naso. Luoghi esterni occupati da corpi che occupano uno spazio, che involucrano una altra possibilità che per non estinguersi tace se stessa. Questa, per quanto ne so, è l’ultima sponda. Tolta la terra e l’aria, tolto il corpo, la parola e i chiari segni di invasione nell’immaginario è rimasta, sola e timida, l’ultima barricata, quella che la miseria adobbata da ragione chiama intimità.
Come se recintare casa, pelle, anima possa mai difenderci dall’avere un recinto attorno alla casa, la pelle velata, l’anima camuffata, un orgasmo al mese, sottovoce mentre va la televisione, mimetica.
Una donna mi chiese, a un tavolino, in una enoteca in zona Isola, di notte, con la messa in piega fatta di fresco, come potevo pensare che per tutti i mali la soluzione fosse darsi carnalmente a chiunque fosse a tiro. Era una cosa che non avevo mai realizzato, in realtà tutto di un tratto mi sono resa conto che si, era una meravigliosa soluzione. La scelta più punk e sovversiva che avrei mai potuto fare. Chiudere gli occhi e lanciarmi come da un aereo. Sento il vento tra i capelli e il suolo che mi corre in contro è una fascia di colori che bruciano gli occhi. Mi ricorda quando avevo vent’anni e nessuno entrava in casa mia senza che io potessi saggiargli la carne.
Non ho ricette. Non credo nei rimedi. Ma di sicuro non rinuncerei mai all’esplorazione. L’intimità è uno spazio istituzionale da preservare? Come la fedeltà? Come potete rinunciare a esplorare da voi dove, come e quando collocarvi in relazione al vostro prossimo? Quanti passaggi su questa terra pensate di avere a vostra disposizione per vedere tutto ciò che c’è da esplorare nello spazio interpersonale tra voi e il vostro prossimo? O forse è una sorta di reparto appestati quello dove siete stipati, nel terrore della contaminazione dell’anima ben prima di quella del corpo. Non ho abilità più fine di quella della selezione in ambito erotico, ma la selezione si impara quando si ha scelta.  Ieri abbiamo iniziato finalmente un nuovo lavoro. La prima fase è un’esplorazione sull’intimità, nel letto di Rosario Gallardo. E’ stata un’esperienza sciamanica. qui l’unica politica è la ricerca estetica e sciamanica, due cose coincidenti spesso con evidenza se si ha voglia di trascendere, di abbandonare le stronzate salva-mediocrità. I primi avventurieri sono stati Omar e Deborah, a pieno titolo eletti da me e Nicola come il nostro archetipo di Adamo ed Eva, già nei nostri obiettivi per il set del 2010 “La Frutta” per la serie “Il Pranzo”. Si sono spogliati e infilati nel nostro letto. Loro sono guerrieri! E voi?