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Psykattiva

Intervista a Claudia Peregrini su terrorismo e terrore

| lunedì 2 marzo 2015

Caravaggio_-_David_con_la_testa_di_Golia

 

L’atto terroristico e’ frutto di un grave cortocircuito del pensiero.
Secondo la griglia interpretativa abituale, colui che ‘fa del terrorismo’ (Il terrorista) ha una modalità assolutamente paranoica di esperire la vita, non si pone certo interrogativi, non ha dubbi. Sappiamo che i ‘terrorismi’ nella storia sono molti, e che il terrorista, per esistere, ha bisogno di un binomio inscindibile con colui che viene terrorizzato.
Il terrore infatti costringe terrorista e terrorizzato a condividere le stesse modalità fanatiche. Perché qualunque sia il marchio e la portata del terrore, dalle spirali di incomprensioni, di odi e di gravi agiti familiari attraverso le generazioni, in qualunque parte del globo; al terrorismo cattolico dell’IRA; al terrorismo dell’élite giapponese di fisici, genetisti, ingegneri, e scienziati farmacologi, che rilascia gas sarin nella metropolitana; all’attuale terrorismo islamico…, pur nelle differenze, induce un fenomeno unico: l’allagamento emotivo-affettivo e il blocco della capacità di pensare.
Contro la logica inattaccabile, contro la verità univoca, contro la divisione netta tra buoni e cattivi, certamente la psicoanalisi può aprire spazi di pensiero e allenare all’esercizio del dubbio, a patto che non rinunci a vedere l’essere umano per quello che è: abitato da diversissimi e compresenti sistemi di pensiero, inconsci (per la maggior parte), e consci.
La psicoanalisi sa, per esempio, che la risposta al terrorismo può facilmente diventare un’altra forma di terrorismo, magari ammantato da vesti democratiche, proprio perché il comportamento terroristico incarna fantasmi ben presenti e circolanti nell’intera umanità.
Basta rileggere la storia.
Un esempio per tutti: in un dato momento e con un certo leader, in breve tempo e senza troppe difficoltà, la Germania si è ritrovata protagonista di uno dei più gravi genocidi mai esistiti.

La psicoanalisi può molto, se non si limita a interpretare illudendosi di correggere i comportamenti terroristici, tanto più in gruppi molto distanti da un punto di vista etnico, religioso, socio culturale.
La psicoanalisi può nella misura in cui consente agli esseri umani di sviluppare liberamente pensiero, nel riconoscimento dell’inevitabile componente distruttiva di ognuno, e nel riconoscimento del proprio, inevitabile odio: l’odio e’ sempre elaborabile e prima o poi si mescola all’amore.
Non bisogna lasciarsi sedurre da chi propone e/o impone il dialogo interculturale a ogni costo, bontà e amore universali! La bontà e l’amore universali -impossibili- vogliono dire annullamento della natura umana, sparizione dell’individuo, colpa a go go quando si trasgredisce la legge dell’amore e del dialogo, con il rischio dello sviluppo di ulteriore terrorismo, anche se di marca diversa.

 

Quanto possiamo considerare il terrorismo, che viene percepito dai più come qualcosa di incomprensibile, assurdo, estraneo, un fenomeno che, dal punto di vista sia politico, sia intrapsichico, invece ci riguarda da vicino?

La natura umana cambia di poco alle varie latitudini: tutti abbiamo una necessità più o meno forte, più o meno nascosta, più o meno stimolata dalla cultura e dalla eventuale religione, di venerare, di essere protetti da una grande appartenenza, da un grande padre, di godere dalla gloria riflessa di una guerra, di essere eccitati da forti emozioni collettive, di essere ipnotizzati dallo spettacolo del potere che, talvolta, arriva a chiedere spargimento di sangue e, soprattutto oggi, spettacolarizzazione di quel sangue.
Queste caratteristiche appartengono a tutta l’umanità, in ogni momento storico. Quando certi gruppi, in momenti particolari, incontrano leader carismatici che incarnano la cosiddetta ‘via breve’ del pensiero, sorta di incestuosa illusoria soddisfazione immediata del desiderio, soprattutto (ma non solo!) in culture fondamentaliste dove potere politico e religione convivono da sempre simbioticamente, si formano comunità chiuse con una forte impronta mistico- militare, affratellate nella realizzazione di un progetto segreto di vitale importanza: il sacrificio di ciascuno per la salvezza di altri fratelli della comunità, contro chi e’ fuori, il cattivo.
Esiste però una diversità da tenere ben presente: il terrorismo, così come lo vediamo oggi, e’ una ‘devianza’ differente da quella che incontriamo nella psicopatologia delle nostre corsie psichiatriche, nei nostri centri psicosociali e negli studi privati.
Perché l’eventuale patologia mentale individuale e gruppale dei terroristi (se di patologia vera e propria si può parlare) e’ sempre strettamente interconnessa ai valori di riferimento, e la spiegazione dei valori sociali di riferimento va ricercata sempre in altri campi. Vuol dire che un’analisi corretta delle strutture mentali terroristiche può essere fatta solo avendo presenti i dati geo-politici, storici, religiosi, socio-psicologici, assieme.

La storia
Ricordo che il terrorismo non è affatto appannaggio esclusivo dei gruppi cosiddetti ‘dal basso’, cioè infranazionali, non statuali. L’uso sistematico della violenza a scopi politici (“Terrore”) venne codificato da Robespierre durante la rivoluzione francese, per poi diventare appannaggio delle grandi rivoluzioni del XX secolo, dalla rivoluzione russa di Lenin, alla cambogiana di Pol Pot, alla iraniana di Khomeini…
E il terrorismo suicida attuale? Ha origine statuale, o dal basso?
Per quanto riguarda gli Hezbollah libanesi (nel 1983 una loro bomba umana uccide trecento ufficiali americani e francesi della forza multinazionale di polizia in Libano, durante la guerra con Israele) si può rispondere che l’origine fu statuale, del governo iraniano, ma poi la lotta politica che si configurò con il terrorismo, nel tempo, sembra essere sfuggita di mano a un chiaro indirizzo governativo…
In molti altri casi, l’origine appare chiaramente legata al “basso”, ai gruppi non governativi. Ma quando indaghiamo ulteriormente, e veniamo per esempio a conoscere le varie fonti di provenienza dei finanziamenti al terrorismo, di nuovo, ci imbattiamo nella solita labile linea di confine. (Basta ricordare le campagne di sostegno in Arabia Saudita, che raccolgono centinaia di milioni di dollari per l’Intifada (Al Quds) ).
Pensiamo al terrorismo sponsorizzato dallo stato: nella storia moderna e’ sufficiente ricordare Mussolini, che fece uso degli estremisti croati e dei cagoulards francesi contro i nemici politici in esilio. Pensiamo all’ URSS sotto Stalin, che condanno’ ai gulag cinquanta milioni di persone, i quali diventarono una straordinaria forza lavoro (più del 5% del prodotto interno lordo), in una sorta di nuovo modello economico costruito sulla repressione e sul terrore…
Pensiamo a quanti stati forniscono oggi armi e soldi al terrorismo suicida, spesso con un doppio gioco: seduti ai tavoli governativi internazionali per la pace, in realtà sostengono economicamente e militarmente le stragi. Il discorso, che sarebbe lunghissimo, mostra bene le interconnessioni spesso segrete dei fatti, e la perversione di fondo del sistema, che alimenta la fanatizzazione alla base del terrorismo.

 

Quanto l’esperienza dell’occupazione di spazi propri, interni e/o esterni, e il senso di impotenza che ne deriva possono indurre sentimenti di odio e di intolleranza tali da esplodere in atti terroristici?
Quale tipo di sofferenza la psicoanalisi potrebbe ravvisare alla base dell’agito terroristico?

Credo che considerare il circuito umiliazione-vergogna-rabbia esplosiva come uno delle principali cause della violenza distruttiva fino alla sua deriva peggiore, il terrorismo, sia corretto, ma non esaustivo.
Si può immaginare comunque che la violenza sociale nata da questo circuito, mescolata alla violenza dei processi psicodinamici di certe età (per esempio, l’adolescenza) e all’intensità del metabolismo emozionale in certe culture, in dati momenti storici, possa dare luogo a una spinta entusiastica-ipereccitata verso imprese ideali idealizzate, e possa portare ad agire la più disumana delle distruttivita’.
Ma e’ doveroso mantenere questo discorso più aperto possibile.
Per esempio, il terrorista Omar Abdel Hamil El Hussein -il ragazzo palestinese di 22 anni che vive in Danimarca ed è l’autore dell’attentato al centro culturale danese, con l’obiettivo primario di uccidere il disegnatore Lars Vilks-, risulta essere, dalle descrizioni dei compagni di studio e dei professori, intelligente, studioso, sensibile e attento agli altri. Quindi l’opposto dell’emarginato semianalfabeta pieno di odio contro la società che lo esclude. Ci viene detto ormai quotidianamente che questi tratti sono tutt’altro che rari tra gli ultimi jihadisti europei… Questi tratti, nell’attentatore palestinese, coesistono con altri aspetti: Omar a un certo punto ha fatto parte di bande, per rapine e violenze e’ stato in carcere, dove si è fanatizzato e, prima di commettere i suoi crimini, ha pubblicato in internet i soliti video di propaganda dello stato islamico.
È dunque molto difficile ravvisare nei terroristi un’unica struttura, precise coordinate psico-sociali.
Gli psicoanalisti, facilmente preda del discorso sul trauma e sulla colpa, trovano forse troppo spesso le ragioni di una distruttivita’ così grande unicamente nel circuito umiliazione-vergogna.

 

Quali sono le variabili che generano il terrorismo? Quali di queste possiamo considerare individuali, quali gruppali e quali socio/culturali?

Nella genesi del terrorismo, variabili individuali e variabili dei gruppi di appartenenza sono intrecciate a tal punto che è impossibile distinguerle.
Le società (tutti i grandi gruppi) si strutturano sulla base di difese psichiche primitive, che la psicoanalisi chiama proiezione, introiezione, identificazione proiettiva etc. Vuol dire che, contro gli stati emotivi insopportabili quali il terrore di andare a pezzi emotivamente, di sparire, di svanire, in una sorta di catastrofe personale; contro la rabbia potente a tal punto che si farebbe esplodere qualcosa o qualcuno; contro le ansie primordiali di tipo depressivo e paranoide, ci si organizza. In particolare, i gruppi si chiudono, si irrigidiscono, si fanatizzano, proiettando sui nemici esterni le loro angosce.
Le organizzazioni in gruppi, quindi anche le società, funzionano proprio come depositi di parti (cioè di dinamiche) dei suoi membri e dei loro leader, nel senso che queste parti così impossibili da accettare e da vivere non vengono riconosciute, vengono scotomizzate e, di conseguenza, proiettate da ciascuno nel gruppo. La proiezione massiccia induce il gruppo ad agire e induce il leader ad agire le fantasie onnipotenti del gruppo. Si tratta di una serie di effetti a cascata.

 

Possiamo associare questi fenomeni a particolari fasi evolutive della mente segnati da blocchi di sviluppo psicopatologici?

Possiamo parlare con una certa sicurezza delle tappe di maturazione psichica (meglio sarebbe dire psicofisica) individuale, che derivano dalle relazioni intrapsichiche tra individuo e gruppo, in determinate culture come la nostra.
Voglio dire che possiamo anche immaginare, per esempio, che il nostro terrorismo, il terrorismo di casa, sia basato su un funzionamento mentale di individui e gruppi con disturbi di personalità narcisistica e borderline, o, addirittura, di psicopatia antisociale, mentre risulta difficile applicare la stessa griglia interpretativa, le stesse categorie di riferimento, per altri fenomeni terroristici appartenenti a culture diverse. Si diceva all’inizio che la natura umana non cambia poi molto alle varie latitudini, la distruttivita’ inconscia, da lieve a terribile, e’ presente in ognuno di noi, e viene attivata rapidissimamente quando incontriamo gruppi in preda a forti regressioni. Però a questo punto nasce la domanda: se uccidere e morire per una ‘causa giusta’ e’ ego- sintonico, è cioè alimentato e supportato dai valori e dai riferimenti religiosi e socio-politici, e quindi l’individuo lo sente ‘giusto’, diventa per lo meno azzardato ricercare le origini del fanatismo e della sua possibile deriva terroristica nelle singole storie dei terroristi, immaginando per esempio eventuali fallimenti nelle prime relazioni familiari dei terroristi, o traumi più tardivi.
Ciò non toglie che, in ogni parte del mondo, il binomio chiusura totale delle prospettive sociali e pressione mentale adolescenziale (o di stampo adolescenziale) intollerabile crea rabbie narcisistiche di proporzioni epiche, che possono funzionare da vera miscela esplosiva.

 

L’uso da parte dei leader religiosi delle organizzazioni terroristiche, di immagini violente e disumanizzanti, quali angosce profonde mobilita e quali vulnerabilità attrae?

Quale strategia per diffondere a macchia d’olio un terrore già globale potrebbe essere più efficace della strategia mediatica usata dagli attuali terroristi del nuovo califfato? Sappiamo che, quanto più una strategia destabilizza psichicamente, tanto più mobilita aree di scotomizzazione (Vuol dire che ci fa mettere la testa sotto il cuscino), o, al contrario, eccita una partecipazione sempre più radicale.
È tutto il problema delle aree traumatiche e della colpa connessa, con l’ovvio risultato, da una parte, di rinforzare il sentimento di insicurezza fino a un vero e proprio terrore globale, mentre, dall’altra parte, il risultato è’ la fanatizzazione di giovani già ‘al limite’. Terroristi e terrorizzati, chiusi in un binomio inscindibile che oggi viene riprodotto all’infinito dal gioco diabolico dei media, mantengono in vita il mostro a cento teste capace di spargere odio e colpa per la consapevole e inconsapevole collusione reciproca.

 

Quali risposte da parte dei governi e della società fomentano i fenomeni terroristici e quali invece hanno la capacità di contenerli?

Alcuni commentatori politici dicono, a proposito dell’attuale terrorismo islamico, che la versione apocalittica dell’Is e’ stata creata anche da decenni di gestione amministrativa fallimentare nell’Islam più arretrato (Ingiustizia, corruzione, settarismo, fallimento dello stato), dove il potere tribale assoluto e secoli di calcificazione dei valori di riferimento si alimentano a vicenda.
Non so come i governi oggi possano risolvere almeno in parte il fenomeno terrorismo, ho detto invece (sopra) come lo hanno alimentato e lo alimentano.
A questo punto sento di dover esprimere, come tutti, un parere: credo che la risposta immediata debba essere militare.
Adriano Sofri scrive (La Repubblica, venerdì 27 febbraio), dopo i cinque minuti di video in cui un branco di terroristi “-i nuovi barbari che vogliono l’annientamento di tutto ciò che è stato costruito nel passato”- decapita e frantuma busti e rilievi dell’impero assiro e dell’età partica e sasanide, custoditi a Mosul: “Gli imbestialiti dell’IS bruciano il tempo, si fanno il selfie appena prima della macelleria degli ostaggi, della strage suicida. La domanda è: quanto ancora il resto del mondo […] starà a guardare i loro video?”
Ma, accanto alla risposta militare ormai d’obbligo, deve esistere una risposta pensata e strategica: abbassare i toni.
Tutti dobbiamo abbassare i toni. Anche la satira, straordinario elemento di cultura e democrazia, deve sapere modulare i suoi toni.
Tutti dobbiamo un rispetto profondo alla vastissima, civile, comunità musulmana moderata, e ai suoi luoghi di culto.
Non possiamo dimenticare che la struttura, per così dire, terroristica, esiste sotto forma di stati mentali, in un continuum, sempre pericolosamente presente, quando esistono molte condizioni favorenti, in ogni popolo, in ogni gruppo, in ogni essere umano, a ogni latitudine.
Una forma di ideologia ideologizzata che esplode come follia?

Noi psicoanalisti, quando cerchiamo di interpretare il fenomeno dell’attuale terrorismo globale e le dinamiche mentali inconsce dei terroristi, corriamo un rischio.
Quello di mantenere concettualmente la scissione fittizia tra menti fanatico-totalitarie e menti democratiche, misconoscendo il continuum che esiste tra stati fanatici e stati democratici all’interno della mente umana, e nel mondo esterno. Un continuum che, come dicevo, ha estremi fortemente interconnessi. Per esempio, gli eventi terroristici attuali, e certi investimenti, sostegni, finanziamenti, dei governi democratici. Gli eventi terroristici attuali, e la manipolazione delle informazioni che spesso si sganciano da un giudizio tecnico di verosimiglianza e congruità dei fatti, da parte dei governi democratici. Gli eventi terroristici attuali, e la tendenza alla manipolazione della paura collettiva da parte dei governi cosiddetti democratici.

 

Claudia Peregrini Medico specialista in Pediatria (ho interrotto Psichiatria), mi sono formata come psicoanalista nella SSP, società Svizzera di psicoanalisi (IPA), e come psicosomatista in Svizzera e Francia. Lavoro da una vita come psicoanalista e come psicosomatista a Milano, ho condotto e conduco gruppi di psicosomatica, istituzionali e privati.
Mi sono occupata a lungo di terrorismo, ho presentato un lavoro ‘Terrorismo:considerazioni psicoanalitiche’ al Convegno SPI a Milano del maggio del 2006. Il lavoro e’ pubblicato nel decimo quaderno del Centro Milanese di Psicoanalisi (Alle radici dell’odio).
c_peregrini@yahoo.it