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Bicicrazia

In Difesa delle Bici e dei Pedoni Caduti

| giovedì 9 dicembre 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Luca Fazio

Quando gli esseri umani, in condizioni del tutto normali, riescono a dare il peggio di sé? Lo sappiamo tutti, perché (quasi) tutti abbiamo la patente. Quando si sentono sicuri e dunque forti, inscatolati dentro robuste lamiere che possono essere letali non appena superano i trenta chilometri orari. Letali per sé (e ci sta), ma soprattutto per gli altri. Mai capitato di pensarci in prossimità delle strisce pedonali, o sfiorando col motore su di giri quel rompicoglioni di un ciclista che non si leva di mezzo? In psichiatria si direbbe disturbo del comportamento aggressivo, nel traffico si traduce in una ecatombe.

Ogni giorno in Italia sulle strade muoiono 11,6 persone, sono 4.237 morti nel solo 2009, statisticamente è quasi una fortuna rientrare a casa la sera. E questa è incoscienza, che preoccupa la collettività. Senza esagerare però. Nessuno infatti si sognerebbe di chiamarla emergenza, quando invece è la prima causa di morte tra i giovani, per esempio. Infatti, nonostante l’Italia sia lontana dal raggiungere l’obiettivo fissato dalla Carta europea per la sicurezza stradale (la diminuzione del 50% delle vittime), i dati sugli incidenti stradali migliorano di anno in anno. C’è solo un dato in controtendenza, anzi due, e dispiace ribadirlo nella sua crudezza proprio davanti alla tragedia di Lamezia Terme dove hanno perso la vita sette ciclisti, la più grave registrata in Europa, e forse nel mondo.

Nel 2009 i pedoni falciati dalle automobili sono stati 667, il 3% in più rispetto all’anno precedente (648), mentre quelli ricoverati sono stati 20.326. Significa che se nel 2008 i pedoni rappresentavano il 13,7% del totale delle vittime, l’anno scorso sono saliti al 15,7%. Quanto ai ciclisti, nel 2009 sono state registrate 295 morti, 7 in più rispetto all’anno precedente. Del resto, la sensazione di paura e pericolo che ognuno di noi sperimenta zigzagando tra le lamiere o pedalando sulle provinciali è confermata da un altro indice di mortalità media: è dello 0,9% per i veicoli e più del doppio per le biciclette (1,9%).

Significa che bisogna lasciare a casa la bicicletta? Esattamente il contrario. Non sta scritto da nessuna parte che le strade sono proprietà delle automobili, per cui i ciclisti per autotutelarsi farebbero bene a crescere e moltiplicarsi riprendendosi lo spazio in un nuovo regime di bicicrazia, con nuove regole della circolazione tutte da riscrivere, a partire dal limite di velocità fissato a 30 khm e dalla trasformazione in corsia preferenziale di almeno il 30% del trasporto pubblico locale, come sta accandendo nelle principali città europee. Un cambiamento di prospettiva che non significa farsi ingabbiare in improbabili piste ciclabili per pedalatori della domenica, perchè bisognerebbe smetterla di considerare la bicicletta come un giocattolo o un pericolo ambulante.

Oggi è nella logica delle cose che siano proprio i pedoni e i ciclisti le categorie più esposte ai rischi dell’impazzimento di una mobilità (o immobilità) ormai insostenibile. Le strade, le città, sono diventate il paradigma di un pensiero unico neoliberista applicato al codice della la strada dove a pagare, a rimetterci, a subire comportamenti aggressivi, sono sempre gli stessi. I soggetti più deboli. E stare dalla parte dei più deboli è sempre stata una questione di civiltà, un principio rivoluzionario di per sé, che si tratti di salvare il mondo o molto più semplicemente di vincere l’ottuso ostruzionismo nei confronti della bicicletta.