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Bicicrazia

In bici attraverso Jbel Jlud

| sabato 26 maggio 2012

Sfogliando Alias, il supplemento culturale che esce con Il Manifesto ogni sabato, mi sono imbattuto nella recensione di questo documentario frutto del lavoro del regista tunisino Yahya Abdallah.

Cercando sulla rete, si trovano ancora poche notizie riguardo a una sua possibile distribuzione italiana, e nemmeno l’articolo-intervista pubblicato su Alias, che potete leggere interamente a questo indirizzo (http://vincenzomattei.com/noi-qua-%D9%86%D8%AD%D9%86-%D9%87%D9%86%D8%A7-regia-di-yahya-abdallah-alias-il-manifesto-19-05-12/) e di cui questo articolo è un breve riassunto, dà informazioni in merito.

Il film racconta la vita nel quartiere sobborgo di Jbel Jlud: il filo conduttore della storia è un giovanissimo ragazzo di nome Bayrem che sulla sua bici corre in mezzo alla gente e alla povertà, lungo le pareti bianche delle abitazioni tunisine incrostate dal tempo, sotto i panni stesi dalle terrazze, attraverso i palazzi fatiscenti, i rottami di macchine, lungo il traffico della tangenziale che spacca a metà l’urbanistica del quartiere, attraverso l’indifferenza delle persone, l’apatia quotidiana, le strettoie dei muri del quartiere.

Il regista Yahya Abdallah unisce sapientemente i diversi connotati della Tunisia post Ben Ali, post Burghiba, in una parola post-moderna, racchiusi dentro Jbel Jlud: Ecco il movimento rap unito a quello dei graffiti, la voce dei giovani che chiedono solamente un lavoro, la droga come unica alternativa alla disoccupazione, la prigione come spettro perenne sulla propria esistenza, la speranza dei di poter costruire uno stato più laico, tutti argomenti scottanti che chiedono risposte anche se ancora non ce ne sono.

Il piccolo Bayrem in sella alla sua bicicletta ci mostra l’altro lato della Tunisia, quello che il vento della Primavera Araba non è ancora riuscito a  soffiare via, il lato oscuro e immobile della vita quotidiana e dei suoi protagonisti che cercano e sperano incessantemente di liberarsi dal giogo del potere affaristico e senza scrupoli che tuttora sopravvive alla rivolta politica che ha cambiato la fisionomia del paese, le forti immagini di questo film restituiscono agli spettatori la forza e la speranza di tutti quelli che sperano di riuscire a ricostruire dalle fondamenta una società che per troppo tempo è stata imprigionata, e delineando la disillusione di chi ha visto la sostituzione di una dittatura con un’altra, ci presentano l’urlo di una generazione che, a tempo di cassa e rullante, risuona per le strade, lungo le campagne e i deserti, nel profondo del mare, lassù, in alto verso il cielo.

di Penny Marker

 

Un adulto seduto sulla collinetta mentre guarda il traffico della tangenziale, domanda al bambino in bicletta accanto a lui: “Che vorrai fare da grande? Che cosa vuoi diventare?”

“Diventerò gommista”

“Gommista? Perché proprio questo mestiere?”

“Così …”,.

“Sembra che ti piace questo lavoro, e sembra che sia ben pagato …”

“Sì …”

“La gente non può certo guidare una macchina con la ruota bucata. Tu ripari la gomma e prendi i soldi; Bayrem, puoi vivere senza soldi? Chi può vivere senza soldi?”

“Persone …”, l’adulto gli accarezza la testa.

“Invece per me  diventerai un calciatore piuttosto che un gommista, un calciatore  più bravo di Ronaldinho”.

Da “We Are Here” di Abdalah Yahya, Perspective Production.