MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Sub/Culture

il Dio del Vigorelli

| sabato 22 marzo 2014

maspes

by Red Proof

Non ero ancora al mondo quella sera del 1955 che Antonio Maspes vinse il suo primo campionato del mondo di velocità su pista, distante pochi chilometri da casa sua, in quel Vigorelli dov’era entrato la prima volta a 14 anni irresistibilmente attratto dal rombare delle moto degli stayer. L’Antonio, a Musocco lo chiamavano tutti così, la bicicletta l’aveva nel sangue, ma lui voleva correre in pista, a quel tempo in cui le corse nei velodromi scatenavano identici tifo, rivalità, passioni delle gare su strada. Canonico milanese diplomatico neanche un po’, tracotante e smargiasso: peculiarità caratteriali che in dialetto si traducono con quei sonanti termini che sono “bauscia” e “ganassa”, l’Antonio era uno sprinter di genio, tutto talento e doti naturali, in primis uno scatto esplosivo al punto da bruciare certe volte il palmer dietro, supportato da grande intelligenza e sagacia tattica. Genio e sregolatezza come si usa dire. Ma volevi mettere una notte ai tavoli del night o del casinò con la vita severa che dovrebbe condurre invece un atleta? Nato nel 1932, Maspes passò professionista a vent’anni dopo aver vinto in tandem la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Helsinki. Nel 1956 bissò il titolo mondiale a Copenaghen, per rivincerlo nel ’59 ad Amsterdam, ’60 Lipsia, ’61 Zurigo, dove a suon di cosce e avambracci rimase 25 minuti in surplace; e quando il francese Rousseau, stremato, lanciò lo sprint, l’Antonio partì come una fucilata correndo gli ultimi 200 metri in 10,8 secondi alla fantastica media di 66,66 km l’ora.

Nel 1962 vinse ancora, e ancora sul magico parquet ellittico del suo Vigorelli, battendo in una finale tutta bianco rossa e verde il grande rivale Sante Gaiardoni: esplosivo veneto trapiantato a Milano, due volte medaglia d’oro olimpica a Roma nella velocità e nel chilometro da fermo. E stavolta posso dire: io c’ero! E con me, ad assistere dalle gradinate gremite all’inverosimile a quelle epiche manche da infarto, c’era mezza Musocco. Nel 1963, Gaiardoni si sarebbe poi preso la rivincita, battendolo in finale a Rocourt, in Belgio. Ma nel 1964, a Parigi, sul leggendario cemento rosa del Parco dei Principi, Maspes tornò alla vittoria, conquistando la settima maglia iridata in carriera, ed eguagliando il record del belga Scherens. Nel suo palmares figurano inoltre 11 titoli italiani e 1 titolo europeo. Nel 1960 fu anche primatista del mondo dei 200 metri, e dal 1960 al 1964 vinse cinque volte consecutive il GP di Parigi (classicissima dello sprint su pista).

Il ricordo più nitido che ho dell’Antonio appartiene a un caldo sabato pomeriggio del 1965. La settimana prima aveva perso in semifinale contro il belga Patrick Sercu al campionato del mondo di San Sebastiano, cadendo rovinosamente in dirittura d’arrivo all’acme dello sprint gomito a gomito, ed era seduto fuori dal tabaccaio che beveva una cedrata in pantaloncini corti, le gambe stese sulla sedia davanti tutte piene di graffi, nere e viola di lividi e tintura di iodio. “Antonio, me te ste?” chiese mia mamma. Lui disse bene, che era stata proprio una brutta caduta, ma il peggio era passato. Io ascoltavo zitto, impressionato dalle gambe. “Uhe, Massimin, se ghè sucess, tè burlada giò la lingua?” mi domandò. Dissi che mi dispiaceva proprio tanto che avesse perso. Gli chiesi delle gambe: “Ti fanno tanto male?”. Lui chiamò il Remo barista, che portasse per piacere un caffè a mia mamma e una Coca per me, poi mi fece un buffetto sulla guancia e “preocupetes no fioue, prest staru benone” mi disse: “E te prumeti che la prossima volta che incuntri chel belga de merda lì, el strasci. Parola del Maspes”. Era così l’Antonio, bauscia, ganassa, nottambulo e giocatore incorreggibile, ma simpatico, soprattutto generoso. Quando vinceva un campionato del mondo invitava tutta la batteria degli amici, con mogli i figli, a mangiare e bere in trattoria. E la prima vera bicicletta, una Doniselli rossa fiammante col manubrio dritto, fu lui a regalarmela. Figurarsi io quando mio nonno la portò a casa: non stavo più nella pelle. E unito all’immensa felicità, potete solo immaginare la pompa magna con cui pedalavo in sella a una bicicletta regalatami dall’Antonio Maspes! La pulivo e lustravo ogni volta prima di rimetterla giù in cantina. Me l’avessero solo permesso c’avrei dormito anche assieme.

Maspes da quella caduta non vinse più. Si ritirò nel 1968, non prima però di essersi piazzato a trentacinque anni suonati ancora quarto al campionato del mondo. Ricoprì alcuni incarichi federali prima di diventare commissario tecnico della nazionale di velocità. Assieme a Sante Gaiardoni si batté sempre per salvare dal dimenticatoio e dalle speculazioni il Vigorelli, dove entrambi passavano i pomeriggi a insegnare ai ragazzi i segreti e le malizie di quella pista che li aveva visti tante volte rivali. E’ morto d’infarto nel 2000, tradito da un cuore che quando sprintava era capace di passare da 50 a 130 battiti al minuto in un pugno di secondi. “Ho vissuto il giorno e la notte. Il viveur che porto dentro l’ho fatto tacere troppo tardi” aveva detto in un’intervista poco tempo prima. Riposa nel famedio del cimitero Monumentale, accanto a Delio Tessa. E miglior compagnia che quella di un altro grande poeta e artista, il dio del Vigorelli Antonio Maspes non potrebbe di sicuro avere.