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il Cortocircuito di Piazzale Loreto

| giovedì 12 dicembre 2013

loretoforca00

di Luca Fazio

Il blocco del traffico ad oltranza dei cosiddetti “forconi” milanesi ha preso in contropiede la sinistra che per troppo tempo ha perso il contatto con il popolo. Sono disoccupati, precari, nuovi poveri, piccoli padroncini in crisi, molti giovanissimi e tutti senza un progetto politico definito. Ce l’hanno con i politici e vogliono mandarli tutti a casa. Tra loro ci sarà pure qualche fascista, ma la realtà è molto più complessa e forse anche più dolorosa per chi storicamente si è assegnato il compito di stare sempre dalla parte degli ultimi.

Da troppi anni chi si dice di sinistra in realtà non ha più niente a che fare col popolo. Diceva più o meno così uno degli ultimi articoli di Luigi Pintor, molto prima che il popolo ci cogliesse di sorpresa in tutta la sua dolorosa evidenza. Ecco il perché, dopo aver fatto uno sforzo per non farsi fuorviare dal solito riflesso condizionato — sono fascisti e basta — piazzale Loreto ci spiazza e ci spinge ancora più ai margini di una storia di cui non riusciamo più a riprendere il filo. Non è roba nostra, scuotono la testa i sinceri democratici più tormentati. Gli altri insultano. Forse è vero, ma è proprio questa la sconfitta. In realtà il popolo, visto da vicino, forse è sempre stato così, e non piace troppo a chi ha la possibilità di raccontarlo.

Difficile spiegare il caos che blocca piazzale Loreto sgomberando il campo da categorie novecentesche. Non siamo né di destra né di sinistra, ripetono i manifestanti. Non ci interessano maschi e femmine, bianchi e neri, noi “siamo italiani” e vogliamo che questi politici se ne vadano a casa. E poi? Poi boh (ma messi come siamo a sinistra c’è poco da ironizzare sulla mancanza di un progetto politico). Molto difficile fotografare una piazza dai contorni così sbiaditi. Ci sarà pure qualche fascista, ma anche no. Non vogliono essere chiamati forconi. Un giovane leader improvvisato urla: “Ho saputo che c’è un politico che si è fatto fotografare al presidio, voglio dire che noi non lo conosciamo e non vogliamo avere niente a che fare con lui” (era Jonghi Lavarini, noto destrorso locale). Messinscena? Forse no, “qui ci sono comunisti, fascisti, poveri, disoccupati, cosa importa?”. E comunque, quand’anche fosse una piazza eterodiretta, è un embrione di rivolta impossibile da governare per qualunque gruppetto fascista, soprattutto a Milano. I ragazzi e le ragazze sono la maggioranza, giovanissimi disoccupati o precari.

“Vivo con mio nonno che prende 700 euro e non ho un lavoro” — Nico è inferocito per questo motivo e chiede se non è abbastanza per pretendere che se ne vadano “fuori dai coglioni”. Volantinano, bloccano le auto. Improvvisano cortei, i poliziotti li accompagnano ma non hanno l’aria di divertirsi, questa è la prima piazza che li chiama direttamente in causa. “Loro sono con noi”, e loro fanno finta di non sentire. Si dicono non violenti, ma disposti a tutto, e se ieri le hanno prese dai tifosi dell’Ajax è stato per una banale questione di traffico. Non vogliono andarsene. Fino a quando “la gente” non scenderà in piazza, fino a quando “saremo tanti e andremo a Roma per assediare il palazzo”. Impossibile gestire a lungo una situazione così, “staremo a vedere”.

Per completare il cortocircuito, oggi Milano scende in piazza per l’anniversario della strage di piazza Fontana. Sono passati 44 anni.