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Bicicrazia

Il Cavallo di Amélie

| venerdì 1 ottobre 2010


[…] Elena è cieca. Questo cavallo è un cavallo. Ogni volta che c’è liberazione per mezzo del vento e della velocità, c’è un cavallo.

Definisco cavallo non ciò che ha quattro zampe e produce sterco, ma ciò che maledice il suolo e me ne allontana, ciò che mi solleva e mi costringe a non cadere, ciò che mi calpesterebbe a morte se cedessi alla tentazione del fango, ciò che mi fa danzare il cuore e nitrire il ventre, ciò che mi spinge a un’andatura così forsennata che devo stringere le palpebre, poiché anche la luce più pura non abbaglierà mai quanto la sferza dell’aria.

Definisco cavallo quel luogo unico dove è possibile perdere ogni ormeggio, ogni pensiero, ogni coscienza, ogni nozione di futuro, per essere solo uno slancio, una vela spiegata.

Definisco cavallo quell’accesso all’infinito, e cavalcata il momento in cui incontro le schiere innumerevoli dei Mongoli, dei Tartari, dei Saraceni, dei Pellerossa o di altri fratelli di galoppo che hanno vissuto solo per essere cavalieri, cioè per essere.

Definisco cavalcatura lo spirito che scalcia con quattro ferri, e io so che la mia bicicletta ha quattro ferri, e scalcia ed è un cavallo.

Definisco cavaliere colui che il suo cavallo ha sottratto all’insabbiamento, colui che il suo cavallo ha reso alla libertà che fischia nelle orecchie.

Ecco perché nessun cavallo ha mai meritato il nome di cavallo quanto il mio.

Se Elena non fosse stata cieca, avrebbe visto che quella bicicletta era un cavallo e mi avrebbe amato. […]

tratto da Amélie Nothomb “Sabotaggio d’amore” – Ed. Guanda