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IL CASO FOODORA: UN PO’ DI CHIAREZZA

Deliverance Milano | lunedì 6 agosto 2018

IL CASO FOODORA: UN PO’ DI CHIAREZZA

Dopo la “sparata” del country manager Gianluca Cocco che minacciò di abbandonare l’Italia con la sua azienda se si fosse varcata la soglia dei diritti con l’applicazione di #CCNL e il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, all’indomani della prima convocazione del #TavoloRiders tra aziende e lavoratori e la successiva presentazione della Carta dei rider, insieme ad una cordata di start up italiane del delivery che promuovevano il “modello foodora”, come inquadramento contrattuale ideale, un co.co.co. a tutele minime che poco spazio lasciava alle richieste dei fattorini, finalmente abbiamo avuto modo di comprendere meglio le “mosse” e quali fossero le reali intenzioni della multinazionale tedesca, nonché i retroscena che si celavano attorno al tavolo convocato da #DiMaio e alle dichiarazioni fatte dall’amministratore delegato della compagnia teutonica: la società non è abbastanza competitiva sul mercato e quindi abbandona l’Italia dove molti altri player si stanno giocando la partita. Foodora abbandona la battaglia ma non la guerra.

VENDESI FOODORA DISPERATAMENTE, FORSE NO

La premessa necessaria è che Foodora non è un’azienda qualunque, ma una controllata di #DeliveryHero, una holding che riunisce sotto il proprio marchio diverse realtà operanti nel settore del mondo delle consegne del cibo. Questo significa che gli #stakeholder di Delivery Hero, dovendo necessariamente rispondere direttamente in borsa ai propri investitori del ritardo sui ricavi previsti, hanno valutato che non fosse interessante continuare ad investire su alcuni mercati nazionali in cui Foodora risultava essere un operatore minoritario. Quindi le ragioni attribuibili alla decisione di cedere sul mercato nostrano, non sono motivazioni imputabili al sistema nazionale, ma puramente di calcolo e di business.
In una nota stampa, in realtà poco chiara, rilasciata qualche giorno fa dalla società, possiamo leggere chiaramente che la decisione non è di Foodora ma di Delivery Hero e che al di là della canonica richiesta rivolta al governo italiano di valorizzare le imprese innovative attraverso una politica fiscale di sostegno (insomma se gli affari vanno male ai privati i soldi ce li deve rimettere il contribuente, #Marchionne docet) la responsabilità è più del management e dell’amministrazione aziendale e non di sicuro del modello di business e di organizzazione del lavoro. Nel frattempo pare che #Glovo sia sia fatto avanti per acquisire il pacchetto clienti, ma si tratta per il momento soltanto di rumors riportarti da alcuni commentatori internazionali.

I DIRITTI DEI RIDER NON SONO IN VENDITA!

Allora che ne sarà dei corrieri di Foodora? Non lo sappiamo. In una mail l’azienda fa sapere che il lavoro continuerà senza nessuna ricaduta per i lavoratori e che l’attività rimarrà invariata (difficile crederlo), nel frattempo cercheranno un altro operatore che sia interessato ad acquisire la società. Nel mentre un episodio curioso è accaduto, durante una sessione di prenotazione dei turni ad alcuni lavoratori è spuntata la scritta di un’altra società di Delivery Hero, #FoodPanda, nell’interfaccia dell’app: che si stia preparando un’improbabile colpo di scena con una ricapitalizzazione societaria interna oppure che si trattasse di un più credibile bug?
Certo è che come rider di Milano pensiamo che le ragioni della “messa in vendita” della società non siano legate alle nostre rivendicazioni di #reddito, tutele, garanzie e sicurezza sul lavoro, più che legittime e dovute, ma che abbiano piuttosto a che vedere con un modello commerciale drogato e aggressivo di servizio, in cui la struttura del #businessondemand attiva dei processi in un frammento strategico quanto spietato dell’economia, all’insegna di un alta competitività di mercato, in cui i lavoratori non sono coloro che debbano avere per forza la peggio, sempre e comunque.

September is coming… We’ll come back in action!

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