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Generazione (A)

i ChainWorkers Americani Scioperano in Massa! #strikefor15 #huelgapor15

| venerdì 6 dicembre 2013

mcgrinch

di Alex Foti, tratto da SEL MADE

Il 5 dicembre un fatto nuovo nella storia sociale d’America e del mondo. In più di 100 città USA, da Oakland a New York, da St. Louis a Chicago, migliaia di lavoratrici e lavoratori delle catene di ristorazione hanno scioperato, picchettato e anche occupato i fast food che li pagano $7,35 l’ora, condannandoli a vite di povertà. Pagliacci tristi (caricature di Ronald McDonald) e Grinch giganti vestiti da Babbo Natale (simbolo dell’avarizia dickensiana di multinazionali che realizzano ogni anno utili per miliardi di dollari) li hanno accompagnati in cortei improvvisati in città grandi e piccole, riuscendo anche a rompere la barriera dei Sunshine states, dove la sindacalizzazione è per legge più difficile (nel Nord se un’azienda è sindacalizzata, tutti gli assunti presenti o futuri devono essere iscritti al sindacato; nel Sud e nell’Ovest non vale invece la clausola dello union shop). Anche se resiste il mito che si tratta di giovani che lavorano part-time per pagarsi gli studi, la realtà mostra che la maggioranza dei lavoratori in divisa dietro il banco sono donne con più di 35 anni che lavorano full-time e hanno spesso figli a carico.

zombiemcattack

Le catene più bersagliate sono state McDonald’s e i brand della Yum! – Burger King, Taco Bell, Wendy’s, KFC (Kentucky Fried Chicken). Il sindacato americano, soprattutto la SEIU, il sindacato dei servizi, e la UAW, il sindacato dei lavoratori dell’auto, hanno dato solidarietà e supporto, e in diversi picchetti erano anche presenti commesse e magazzinieri di Wal-Mart, la catena di supermercati più ricca al mondo che si oppone ferocemente alla sindacalizzazione dei suoi dipendenti, perché dovrebbe pagare salari che consentano di vivere e pagare l’assicurazione sanitaria. Le cassiere di Wal-Mart hanno portato fino alla Corte Suprema il gigante dell’Arkansans per discriminazione di genere. E la multinazionale di proprietà della famiglia Walton (due volte più ricca di Bill Gates, secondo Forbes) ha di recente nominato un nuovo CEO per far fronte all’offensiva sindacale e all’immagine di sfruttatrice senza scrupoli che ormai le si è appiccicata addosso.

La rivendicazione universalmente ripetuta ieri era “Strike for 15/ Huelga por 15” (sciopero per 15 dollari l’ora). Molti cartelli dicevano di unirsi e di “stick together” (restare vicini) per far fronte alle inevitabili ritorsioni dei datori di lavoro, spesso piccoli proprietari di franchise incattiviti dalla crisi, ai quali un divertente slogan ribatteva: “Hold the burgers, hold the fries, make our wages SUPERSIZED!”

Ma è stato soprattutto il movimento Occupy a dare l’impulso decisivo affinché il 5 dicembre diventasse una giornata significativa per tutto il popolo americano, a cominciare da Obama, che il giorno prima dello sciopero ha tenuto un discorso sulla disuguaglianza, in cui ha riconosciuto l’esistenza di milioni di persone che lavorano in ospedali, ristoranti, negozi, aeroporti, ma che non riescono ad allontanarsi dalla povertà malgrado ce la mettano tutta. Robert Reich, il ministro del lavoro di Clinton e autore di The Work of Nations che un certo successo riscosse anche da noi col titolo di L’economia delle nazioni, in un video molto condiviso ha appoggiato con garbo e lucidità le rivendicazioni dei #FastFoodStrikes, dimostrando che il salario minimo orario (fissato per legge negli USA, come si fa da tempo anche in Francia, e presto anche in Germania, ma non ancora in Italia) non ha tenuto il passo dell’inflazione e ancor meno dell’aumento di produttività (nel qual caso una richiesta di $20 l’ora sarebbe stata giustificata).

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Più di dieci anni fa, nel libro ChainWorkers, scrivevo che la frontiera del sindacalismo era rappresentata dai lavoratori delle catene di ristorazione e distribuzione. Se la Ford era l’impresa simbolo del XX secolo, Wal-Mart sarebbe diventata l’azienda paradigmatica del XXI secolo. Rilevavo che i centri commerciali, insieme ai call center, erano fra i pochi luoghi dove la concentrazione della forza lavoro consentiva campagne di sindacalizzazione paragonabili a quelle della grande fabbrica nel secolo scorso. Inoltre a differenza delle fabbriche, i centri commerciali non possono chiudere e trasferirsi in Cina, perché devono restare geograficamente vicini ai consumatori finali.

Il sindacalismo nei servizi in America ha cominciato a svilupparsi negli anni ’90 grazie alla campagna Justice for Janitors (J4J, giustizia per pulitori e portinai), immortalata nel film Bread and Roses di Ken Loach. Fu lì, a Los Angeles, che per la prima volta venne posta la questione della living wage, di un salario che consentisse di vivere dignitosamente, la rivendicazione centrale di ieri. Qualche anno fa gli anarcosindacalisti della IWW riuscirono a sindacalizzare i baristas (sic) degli Starbucks di New York. Più recentemente si è aperto un dibattito nazionale sull’eticità del fatto che le mance dei clienti siano la fonte predominante del reddito dei camerieri in tutti i ristoranti, anche quelli più chic. La giornata di ieri è una tappa fondamentale della campagna nazionale per ottenere stipendi degni di questo nome nel settore del commercio al dettaglio. In Italia siamo ancora molto indietro su questo fronte: i sindacati del commercio hanno concesso moltissimo in termini di flessibilità a catene come Auchan, Carrefour ed Esselunga senza ottenere quasi nulla in cambio.

In generale, per chi guarda da questa sponda dell’Atlantico, lo sciopero americano di ieri pone con urgenza la questione di un salario minimo europeo, o quanto meno del salario minimo orario in Italia, che non si riesce a fissare per legge a causa della resistenza dei sindacati confederali. In Francia il salario minimo, lo SMIC, è circa €9,40 al lordo dei contributi. In Germania, visto il dilagare di lavori pagati meno di due euro l’ora (i c.d. minijobs che non pagano neanche 500 euro al mese), la SPD ha posto come condizione alla CDU per il governo di coalizione l’istituzione del salario minimo orario di €8,50 l’ora. Ai tassi di cambio attuali, i chainworkers americani rivendicano un salario di quasi 11 euro l’ora (vista l’esiguità del welfare state americano il salario diretto deve essere più alto, ceteris paribus).

A quando un salario orario unico per tutto l’eurozona? Se c’è una sola moneta e un solo tasso d’interesse (quello della BCE), deve vigere anche un unico salario: lo dice anche la legge del mercato (teorema di Samuelson). Avviene negli Stati Uniti d’America, dovrà valere per gli Stati d’Europa, al momento più disuniti che mai.

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