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Guida Intergalattica al Milano Film Festival

| domenica 11 settembre 2011

by Bazar de la Charité

Al via il Milano Film Festival: dieci giorni di cinema indipendente e resistente, con un programma ricco di opere prime, documentari musicali, video-inchieste e retrospettive. In concorso i debutti più esaltanti dell’anno, film inclassificabili e insubordinati come il vincitore dell’ultimo festival di Rotterdam, l’iberico Finisterrae. Diretto da Sergio Caballero, curatore della kermesse di musica elettronica Sonar, mostra il viaggio di due fantasmi russi costretti a vagare fino alla fine del mondo con la speranza di tornare umani, protagonisti di una fiaba emaciata, dove gli alberi hanno orecchie, i rami suonano come flauti e persino le pietre emanano musica. Guardando al surrealismo rarefatto di Albert Serra e al Garrel de La cicatrice intérieure, Caballero improvvisa con pochi attori un road-movie livido e ipnotico, infestato da spettri sonori affini (Nico e Suicide) e già eletto instant-cult dell’annata.

Di un limbo disposto tra la vita e la morte parla anche il documentario Barzakh, dal nome usato nella mistica islamica per il destino dei dispersi: in Cecenia, tra moschee e camere di tortura, un antropologo lituano entra nelle case dove madri e padri piangono i figli rapiti dall’esercito russo, raccontando la tragedia di alcuni dei desaparecidos d’oggi, vivi solamente nella memoria dei propri cari. Sempre in concorso, molte aspettative per il greco Wasted Youth, noir a basso costo su un giovane skater e un poliziotto nell’Atene della crisi economica. Un’altra storia di disperazione e ribellione metropolitana per il recente cinema greco, uno dei più vivi e stimolanti di questi anni, balzato da poco agli onori festivalieri grazie al Lanthimos di Kynodontas e presente a Milano anche con Debtocracy, bruciante pamphlet sul debito pubblico. Non mancano le ultime prove di cineasti preziosi e mai toccati dalla distribuzione italiana: è il caso del polacco Lech Majewski, fiero surrealista a cui pure Lynch produsse un film (Gospel according to Harry). Per la seconda volta alle prese con un maestro della pittura fiamminga, dopo il Bosch del precedente The Garden of Earthly Delights, il suo The Mill and the Cross è un biopic su Bruegel al solito libero e visionario, presentato nella sezione di videoarte del M.F.F. e vicino, nel magniloquente mix di pittura e live action, al controverso La nobildonna e il duca di Rohmer e a certi barocchismi digitali à la Greenaway.

E ancora: il focus geografico sul cinema haitiano, la sezione di film di denuncia Colpe di Stato, un documentario che rievoca la mitica esperienza de “Il Male” (Lo stato si è estinto), e l’abbondante menù di video e cortometraggi, con – tra gli altri – le deliranti animazioni di David Oreilly e Johannes Nyholm. Ma il vero fiore all’occhiello del festival rimane Soundoc, l’eclettica sezione di documentari dal ventaglio musicale disinvolto e trasversale, in grado di passare dai Kinks a Krzysztof Komeda (suo il celebre tema di Rosemary’s Baby), dai Mogwai a Neil Young (ben due i documentari di Johnathan Demme, protagonista dell’edizione 2011), con sorprendente occhio di riguardo per i nomi più oscur(at)i dell’underground d’ogni dove. Due titoli su tutti: La faute de fleur di Vincent Moon e I’m secretly an importan man di Peter Sillen. Il primo è dedicato al folksinger Kazuki Tomokawa, prolifico autore di ballate acide e isteriche, nonché figura di culto omaggiata dai cineasti più eretici del Sol Levante (le sue canzoni hanno accompagnato film di Wakamatsu e Miike). Altrettanto dimenticato (e vicino a Tomokawa per la teatralità e i vocalizzi declamatori), il poeta-performer Steven Jesse Bernstein, personaggio leggendario della Seattle di fine anni ’80, amico di Burroughs e tra gli idoli locali del giovane Cobain. Per lui la fama musicale arrivò postuma (con Prison, uscito per Sub Pop nel ’92), ma nella scena cittadina era già noto per le violente performance con cui apriva i concerti di Nirvana, Big Black e Soundgarden, selvaggi set di spoken word e rumorismi assortiti dove osò leggere poesie con un topo vivo in bocca e pisciare addosso a uno spettatore molesto, un po’ come fece l’attore Alberto Greco nel bel mezzo di uno spettacolo di Bene, quando urinò sull’ambasciatore argentino seduto in platea. E come Greco, anche Bernstein morì suicida, tagliandosi la gola, in carcere, a soli quarant’anni.

per tutto il resto: http://www.milanofilmfestival.it/