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Guardami Spingimi Come Chi mi Guarda

by Rosario Gallardo | lunedì 20 aprile 2015

Ci sono giorni più speciali di altri, giorni in cui chi mi è di fianco mi guarda con stupore. Giorni in cui si riesce ad essere qualcosa di meglio.
Pensate mai che il mondo sia un riflesso della nostra psiche? E che la nostra psiche sia una costellazione di corpi celesti il cui moto è la nostra anima? Eppure, nonostante le migliaia di complesse eterne sincronie, a volte si può ampliare lo sguardo e scorgere un nuovo sole. In un giorno ho ripreso a cucinare dopo una pausa di anni, ho riconosciuto la mia arroganza da un gesto di disprezzo che mi è stato inflitto in risposta a questa e ho chiesto perdono ad un amica che ho ferito, per la prima volta sentendo il dolore da un altro punto di vista oltre al mio. E solo ieri notte ero immobile come una sfinge. Che è successo? Riepilogo. E’ mattina, sono sola nel letto, io e una notte infernale, durante la quale ho avuto occhi solo per le mie paranoie, una voce incessante su tutto, soprattutto su di me.  A volte mi capita che la marijuana evochi spettri che mi si mettono a braccetto. Al mattino apro gli occhi, controllo le conversazioni sul cellulare. Qualcuno si è accorto del mostro che sono? Penso che non ci sia posto nella mia vita per altre serate come quella trascorsa, che i demoni, palesi o latenti, hanno pur sempre parlato di me. Chi ha rotto il cazzo sono io. Di solito convivo con questa conclusione, invece stamattina no, posso essere meglio di così! Intanto mi cade l’occhio su una chat di facebook: “Vuoi vedermi venire per te?” Stranamente non ho pensato: “Ecco il solito porco”. Qualcosa mi mantiene in una contemplazione reale dell’evento, non bollo, non classifico, guardo e valuto. Non è l’essere guardati o il guardare venire il problema, sono un’esibizionista, conosco molto bene quel piacere e ne ho stima; ciò che indubbiamente mi fa irritare di solito è l’invadenza che fa risultare la libido altrui sempre così tanto fuori luogo. Eppure la chat è così, tu scrivi la tua e non puoi avere idea di dove e come stia chi è dall’altro capo. L’uomo che mi cerca non ricordo bene chi sia, un nick falso, una foto falsa, a naso non mi ricordo di odiarlo. Un cazzo qualunque. Vuole i miei occhi, i miei occhi assonnati per il suo cazzo solitario e bisognoso. Bisognoso di un’anima, come di un amico per farsi una risata o di una parola di mamma. Tutto ok, eccomi. Io ci sono. Non so nemmeno come, ma stavo già pensando che si, che glielo avrei guardato volentieri il cazzo sborrare per me, al mattino, mentre ancora nemmeno ho fatto la prima pisciata. Ho la bocca impastata, in cucina i miei figli fanno la colazione, mio marito è già uscito, la mia faccia è segnata dalle pieghe del cuscino. Squilla il cellulare tra le mie mani, riattacco. Non so, non sono pronta. Dove inquadro? Che dico? Mi vedrà che sono a letto, mi imbarazza, la mia pelle sembra unta e porosa. Risquilla, riattacco ancora, mi scrive, gli dico di richiamare. Accosto del tutto la porta e mi rilancio sui cuscini. Chiama, rispondo, prima è buio, non mi vede e non si mostra. Sposto l’inquadratura dal lenzuolo orribile, a fiori che vergogna, alla mia mano, almeno quella è dignitosa. Lui inquadra il suo cazzo, duro, lungo, arcuato. Si tocca. Non capisco se è a letto o seduto, sembra a suo agio. Mi scrive se per cortesia inquadro la mia faccia, sono felice che almeno non mi parli, sono imbarazzata. Se non lo faccio è davvero scortese, non se lo merita, ha il cazzo in mano, non è molesto, voglio essere cortese, mi sforzo. Sono arrapata da quando ho letto la proposta e tutto il disagio è la mia incertezza, lui è un mezzo per confrontarmi o correlarmi con me stessa. E’ il mio coniglio bianco, non gli tirerò il collo alla prima esitazione, non sono qui per confermare la mia rabbia ma per lasciarmi portare dove di solito ho paura di andare. Io sono il mostro e lui la luce. Inquadro mezzo del mio volto, nell’altra metà del video incombe un mio dito dimensione magnum. Mi affascina la mia faccia, brutta eppure celebrata da un pene, a prima mattina. Vedo le mie guance paffute e rosse sotto la luce della finestra, come può questa mia faccia essere il brindisi alla vita, in un anonimo mattino, per questo sconosciuto? Mentre contemplo il mio stupore cercando un’inquadratura clemente che non mostri i segni della paura, del’inquietudine, i solchi dei baci dei miei mostri, l’occhio mi cade su di lui. Ha sborrato. Io cercavo di celarmi e lui godeva di me, di ciò che vedeva. Potrei dire che non mi ha vista, che non era per me, che ero un corpo e basta, ma non è vero. Forse ciò che io ritengo di essere, ciò di me in cui mi identifico, non è la mia parte migliore e non è quella che lui ha omaggiato con la sua sborra. E menomale. Non era con le mie paranoie che si è masturbato, ma con la luce del mattino adagiata sul mio profilo e sul mio coraggio. Non sa cosa inseguo, cosa mi sfugge, né che stavo contemplando senza pietà me stessa invece del suo cazzo che eiaculava. Ho provato disillusione e compassione assieme, tutte per me. Mi è stato fatto un regalo attraverso un meccanismo non lineare di reciproco nutrimento. La mia giornata è proseguita diversa e inedita. Una giornata compassionevole. Ho poi scoperto che il ragazzo era lo stesso che un anno fa sorteggiai alla cieca per regalargli una mia cam gratis. Cioè io che mi masturbo in cam facendomi guardare da lui, via web. Chi sa che legame karmico abbiamo io e lui. La prossima volta voglio guardarlo mentre lo sperma esce dalla cappella e offrirgli la mia faccia, così com’è. La prossima volta voglio esserci ancora di più!