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Greenberg, For Ever

| lunedì 18 aprile 2011

by Marina Led Catucci

Le offerte cinematografiche di questi giorni sono numerose. Avete già visto Boris, the movie? E Abemus Papam? Avete visto Offside? Scream 4? Insomma ci sono più scelte ma tra queste c’è Lo Straordinario Mondo di Greenberg di Noah Baumbach (Il matrimonio di mia sorella, Il calamaro e la balena), con Ben Stiller, che aspetta da oltre un anno di essere nelle sale italiane ed è finalmente arrivato.

In competizione alla Berlinale del 2010, il film rientra nella categoria commedia, ma commedia cupa, anche se si ride molto.

Il newyorchese Roger Greenberg è un 40enne brillante e pungente, in una situazione di vita in stallo a causa dei propri irrisolti. Nel contingente lo troviamo sbarcato a Los Angeles per rimettersi da un brutto esaurimento nervoso e fare da house sitter e falegname nella casa del fratello che è partito per un lungo viaggio in Vietnam.

Qui incontra Florence, 25 enne, aspirante cantante ed assistente di suo fratello e tra i due nasce una storia, abbastanza d’amore.

Il film ci racconta le analogie e le differenze di due approcci alla vita, entrambi diversamente nevrotici ed insicuri; mentre uno ripercorre tutte le tappe passate e le scelte che ha compiuto e che l’hanno portato allo stadio (miserando) in cui è, l’altra per ragioni anagrafiche, è solo all’inizio delle scelte che dovrà compiere e degli errori che dovrà evitare o in cui si lancerà e che la formeranno.

La love story sembra più che altro un espediente per raccontare il disagio e la difficoltà nell’entrare a patti con la vita e lo stile di vita americano. Greenberg, ad esempio, passa il tempo mandando lettere di protesta per questioni irrilevanti. Si fa quel che si può per cercare di non vivere.

Tutto il film è un susseguirsi di elementi che raccontano lo stesso male sociale di cui soffrono entrambi, sin dalle prime scene vediamo i due personaggi arroccati nel loro microcosmo di apatia che li tiene separati dal mondo, uno chiuso dentro la casa non sua e l’altra chiusa dentro la macchina e con piccoli tocchi (ad esempio la musica che ascoltano) ci vengono mostrate le differenze di nuance dell’anomìa che si portano appresso. La differenza tra i due è anche fisognomica, il gracile e fragile 40enne ha come antitesi la bionda valchiria 25enne (Greta Gerwig), ed i discorsi sembrano la rappresentazione del dialogo tra sordi: l’impressione è che le due solitudini incontrandosi non riescano a farsi compagnia, nonostante disprezzino le stesse cose, ed odino gli stessi valori condivisi.

Lunga vita a Baumbach, quindi, che, come altri registi americani della nuova generazione, mantiene e ripropone la lezione cinematografica degli anni ’70: come i dialoghi incalzanti per mostrare ricostuzioni psicologiche super puntuali e l’uso dei personaggi come emblemi rappresentativi della società americana. Ecco, già non vedo l’ora che esca il suo prossimo film, dovesse arrivare un anno dopo