MilanoX

News & Eventi Eretici

Tweet storm

Loading...

Sub/Culture

Grecia: turisti, imprenditori, migranti ( di Marta A.)

| sabato 12 settembre 2015

Ormai sono tre anni che a inizio settembre vado in Grecia a seguire un seminario di yoga. Lo organizza una coppia di insegnanti genovesi che, innamoratasi di Lipsi, splendida isoletta del Dodecaneso, ha deciso di condividerne le bellezze e la tranquillità con i propri allievi.
Il posto è caratteristico e accogliente; tanti italiani, anche con seconde case lì, ma nel complesso un turismo contemplativo e pacifico, che non si ammassa ma si disperde alla ricerca di propri spazi (spiagge, calette, passeggiate,…) e quando si ritrova in paese si integra felicemente con la vita locale.
Una sorta di oasi dove riposare davvero corpo e mente.

La crisi greca, in isole come questa, almeno apparentemente non si sente affatto. Quest’anno ci avevano un po’ allarmato riguardo alla difficoltà di prelevare o di comprare medicine, e mi ero fatta delle domande quando ho visto il mio volo praticamente vuoto, ma di fatto la situazione quando sono arrivata sembrava uguale agli altri anni. Stesso numero di turisti, banca ok e farmacia fornita. Solo forse una qualche impalpabile tensione nell’aria, ma che non avrei saputo cogliere né spiegare se non avessi parlato con qualcuno che conosce meglio il posto ed era lì da diversi mesi.

Ovviamente sono successe cose eclatanti in Grecia quest’anno, e nella zona di Lipsi in particolare proprio nell’ultimo periodo – Lipsi è a un tiro di schioppo da Kos e dalle altre isole che stanno ricevendo migliaia di migranti. Ma non è solo quello.
Perdonatemi, ero lì a fare yoga e non politica o antropologia, ma voglio comunque farvi un resoconto di ciò che ho visto e saputo, e di come un piccolo paradiso fuori dal mondo come il Dodecaneso, si sia ritrovato davanti a situazioni contraddittorie e complesse.

Una delle prime sere a Lipsi, seduta in una ouzeria, noto il signore paonazzo e visibilmente ubriaco che si siede nel tavolo di fianco al mio con tre donne. È italiano, parla ad alta voce ed è maleducato con il cameriere e molesto in generale. Le donne al contrario sono tranquille e ben vestite, lo guardano un po’ allibite, poi chiacchierano sorridenti, sembrano fare buon viso a cattivo gioco. I miei compagni di ouzo mi spiegano che, lungi dall’essere un poveraccio ubriaco, il signore è nientemeno che l’imprenditore di una nota azienda italiana, arrivato nell’isola pochi mesi or sono con tanti soldi (cash…) da comprarsene praticamente metà.
La popolazione di Lipsi, così mi dicono, si è divisa tra chi l’ha preso come una manna dal cielo per arricchirsi un po’ e chi lo odia e lo osteggia come si odia e osteggia chi con arroganza pretende di comparti. C’è di buono, e son tutti d’accordo, che non ha intenti di costruire superalberghi o villaggi turistici, ma piuttosto di “investire” nell’isola. Ha aperto un caseificio, per esempio, e guida la produzione di formaggio. Ha chiamato formaggiai italiani a formare quelli greci, però almeno non ha introdotto allevamenti intensivi o simili. La bellezza naturale del territorio non pare in pericolo, insomma. È chiaro però che ha evidenti problemi relazionali e la fa da padrone, con modi papponeschi e provocatori. Pare che vada in giro dicendo a chi non lo venera “la tua vita vale 500 euro, la cifra che prenderebbe un albanese per ucciderti” e che sia stato pestato più volte dai locali, normalmente pacifici. Viceversa, una volta in una rissa sembra sia stato lui a menare più forte, tanto che ha dovuto passare un periodo in prigione (tutti dicono che la faccenda è stata organizzata apposta per finire così).
Nelle piccole isole quando succede qualcosa di grosso è normale che ne parlino tutti, così come è normale che qualche racconto prenda una piega un po’ romanzata. In ogni caso la leggenda vuole che il nostro imprenditore, pur sposato in Italia, si sia innamorato di un’isolana. Lei – mica scema – c’è stata e si è fatta un po’ di soldi, ma poi l’ha lasciato per il bel capitano della principale compagnia di traghetti dell’isola (che indovinate di chi è?). Il “povero” imprenditore, ubriaco di gelosia (e sicuramente anche di ouzo), si narra abbia sollevato a piene mani il motorino del giovane e l’abbia buttato nel mare.

Foto 1 - Lipsi vista dal mare

Poi, certo, c’è la questione dei migranti. A Lipsi io non ne ho visti, però anche su questo di racconti ce ne sono: ne sono arrivati anche lì, e la cosa più tristemente curiosa che si riporta è che la polizia portuale abbia sottratto soldi ai profughi siriani. Quella più folkloristica, invece, è che la pazza del paese, una donna in passato molto bella, ora gattara odiata un po’ da tutti, si sia presa a cuore i migranti, costruendogli un riparo per il sole. “Se n’è presa cura come dei suoi gatti”, era la voce che girava.

In generale, infatti, queste persone non sbarcano solo a Kos o nei posti grandi. Il Dodecaneso li riceve un po’ ovunque. Intorno a Lipsi ci sono tante altre piccole isole, e per spostarsi da una all’altra (per esempio per raggiungere un aereoporto) si prende un traghetto. Quando l’ho preso abbiamo incrociato diverse navi della guardia costiera con a bordo gruppi di migranti. E ci sono isole in cui, dal traghetto, ne ho visti parecchi, al porto, in attesa: a Simi, per esempio.

I porti sono piccoli e rendono lampante ciò che in tanti, in effetti, hanno notato: il contrasto tra queste persone che arrivano scappando dal proprio paese cercando di salvarsi la vita, e “quelle altre persone”, quelle che arrivano scappando dalla propria vita cercando il relax della vacanza. Sono lì, due mondi a pochi metri di distanza.
In tanti casi (i profughi siriani, soprattutto) anche i migranti hanno le valigie, e le loro facce non sono molto più stanche di quelle di un turista appena arrivato. Inoltre, almeno apparentemente, si direbbero felici. È azzardato, lo so, ma l’ho visto quando il mio traghetto si è fermato a Leros e lì alcuni siriani vi sono saliti. Tante famiglie e qualche ragazzo solo, tutti molto giovani, belli, sacchetti della spesa pieni di patatine, tutti con lo smartphone, a chattare su whatsup o a farsi le foto con il porto di Leros come sfondo, esattamente come i turisti. Certi correvano e ridevano talmente su di giri che guardandoli ho avuto un flash della scena in cui Di Caprio vince il biglietto per il Titanic e salta sulla nave al pelo prima che parta. Ho immaginato la gioia di sentirsi vivi, in viaggio verso non si sa bene dove e non si sa bene cosa, ma speranzosi e sicuri che sarà meglio di ciò che ci si lascia alle spalle.

Foto 2 - Turisti e migranti

La sto facendo semplice, ma su queste piccole isole, ha davvero tutto un’altra dimensione. A Kalymnos, dove ho pernottato prima di ripartire per Milano, ho visto migranti sbarcare e poi rifornirsi abbondantemente al supermercato; e la signora che mi ha affittato la stanza diceva che ne arrivano ogni giorno e tanti dormono in albergo, non sono tutti accampati in strada e non sono tutti nullatenenti.
Ma “qui siamo fortunati”, mi ha detto un signore, “perché ne sbarcano pochi. Ci sono isole in cui ce ne sono 17.000 e allora è un casino gestirli”. L’obiettivo è sempre farsi dare dei documenti per i quali ci vogliono circa 6 giorni, e poi andare ad Atene. Così, mentre alcuni aspettano, ne arrivano altri e le persone si accumulano.

Infatti, in isole più grandi e dotate di collegamenti con Atene, come Kos, come è noto la situazione è diversa e davvero complessa. Io non ci sono passata, ma alcune delle persone con cui ho condiviso il seminario sono atterrate lì per poi venire a Lipsi. Lì colpisce davvero la quantità. Le provenienze sono diverse: Siria, ma anche Senegal, Costa d’Avorio, Pakistan, Bangladesh. Che abbiano soldi o meno, gli alberghi non vogliono accoglierli, probabilmente per paura di spaventare i turisti. Allora si accampano, i più forniti (tendenzialmente i siriani) con la tenda, sul lungomare, gli altri direttamente per terra.
“Tanti bimbi”, mi han detto, “la cosa che più fa tenerezza e impressione”. Una mia amica ha regalato a una bambina un suo braccialetto, e mentre me lo raccontava si emozionava immaginando la bimba, tra anni, diventata grande, guardare il braccialetto e pensare a quel giorno, pensare a lei. Un’altra ha scritto un post su facebook in cui diceva che quest’anno le vacanze sarebbero state diverse, che non avrebbe fatto foto, che vedere quelle persone le cambiava la visione del viaggio. Le aveva fatto impressione il fatto che tante di queste persone fossero “come noi”, con la valigia, i soldi, la faccia pulita, solo che in fuga dalla guerra.

Mia sorella e il suo ragazzo – un altro esempio – delle loro tre settimane di vacanza, saputa la situazione ne hanno dedicata una intera a dare una mano alle associazioni che si occupano, piuttosto disordinatamente, dei migranti a Kos. Un po’ meno di passaggio, i loro racconti al riguardo sono più attendibili.
Mi dicono che una parte della città pare del tutto estranea al problema, ci sono tanti turisti e ristoranti e tutto procede come al solito. Poi c’è la zona della stazione di polizia, dove ci sono 100-150 tende e varie persone accampate direttamente per terra. I migranti attraversano il mare da Bodrum e arrivano su Kos dopo 5-6 ore di viaggio al buio, in mezzo alle onde. A volte chi vende loro la “barca” (mezzi per 7-9 persone, con motori deboli) li fornisce anche del numero di telefono della guardia costiera greca, così che a un certo punto possano chiamare e farsi venire a prendere. Dopodiché vengono registrati alla polizia la mattina del loro arrivo, si segnano i passaporti e gli si scatta una foto. Poi aspettano di ricevere un documento che gli permetterà di viaggiare legalmente all’interno della Grecia per un mese. Ma alla stazione della polizia non c’è abbastanza personale e i migranti sono tanti.
La mattina all’alba la polizia comincia il lavoro di distribuzione dei documenti necessari a proseguire il viaggio, così i migranti fanno la coda anche di notte, per non perdere il loro turno nel caso i documenti per loro siano pronti. C’è sempre casino e tutti dormono poco.
Pare che, dopo giorni di attesa senza che nulla sembrava procedere, il 5 settembre sia intervenuto qualcuno dell’ONU per velocizzare il processo di distribuzione dei documenti. Questo probabilmente in seguito alla notizia dei due fratellini trovati morti sulla spiaggia a Bodrum.
Nel frattempo, i siriani in tenda si sono organizzati a modo loro, aprendo un tubo dell’acqua che passava sulla spiaggia per potersi lavare e lavare i vestiti e trafficando con un lampione in modo da attaccare a dei fili elettrici una ciabatta per ricaricare gli smartphone.

Foto 3 - Le tende dei siriani

Per le associazioni che cercano di dare una mano, non è facile, perché spesso sono presi d’assalto dalla folla. “Un giorno”, racconta mia sorella “ho visto gente con enormi spranghe che si lamentava che l’organizzazione desse la precedenza a un’etnia piuttosto che a un’altra. Ovviamente per molti di loro è una situazione assurda e scomoda dover convivere con persone di ogni nazionalità e background. Ci sono rivalità tra le etnie, c’è odio per i siriani perché loro hanno lo status di profughi mentre gli altri no, c’è gente laureata e gente che non sa leggere, etc.”

Mia sorella e il fidanzato si occupavano della distribuzione dell’acqua e di intrattenere i bambini nel pomeriggio. Gli dava una mano Ahmed, 22enne che fa da interprete perché conosce l’inglese. “Suo padre e suo fratello sono in prigione”, mi raccontano “lui è partito con lo zio e altri della famiglia. È distrutto perché la notte non dorme, e dover parlare inglese lo affatica molto. Ha dovuto aspettare due settimane prima di ricevere i documenti per poter partire. Ora vuole andare in Germania.”
Quasi tutti quelli con cui ha parlato mia sorella, d’altronde, sognano la Germania. “Solo un ragazzo della Costa d’Avorio voleva andare in Svezia, e qualche senegalese in Francia per via della lingua, ma senza troppa convinzione e tenendo sempre la Germania come possibile destinazione”.

E poi mia sorella mi ha raccontato di Leila, una bimba di 8 anni, molto educata, e con una passione per il rosa. “Sa scrivere nel nostro alfabeto e ci ha scritto vari biglietti per dirci ‘grazie’ e ‘i love you’. Quando siamo arrivati camminava sulle punte dei piedi e con le ginocchia piegate in una posizione assurda perché l’arrivo su Kos è stato difficile e si è scorticata la pelle di entrambi i polpacci (sui quali infatti portava delle bende bianche messe un po’ alla buona). Dopo alcuni giorni ha ricominciato a correre, e l’ultimo giorno le hanno tolto le bende e la pelle cominciava a ricrescere, ma era comunque evidente il segno delle escoriazioni.”
E poi Sidra, una bambina di 6 anni, con due treccine. “Una notte sono passati dei greci nazisti a fare cagnara, ne è uscito un casino finché la polizia ha disperso la folla con dei lacrimogeni. Il giorno dopo Sidra stava male per via del fumo che aveva respirato. Respirava male e ha vomitato una roba biancastra. La madre l’ha accompagnata in ospedale e le hanno dato un ricetta per una medicina da comprare in farmacia. Pare che l’ospedale offra cure gratuite, ma le medicine bisogna che se le comprino loro.”

Foto 4 - Bimbi

Alla fine della settimana, mia sorella parte per Fourni, stavolta vacanza.
Come le mie compagne di seminario, che dopo il passaggio a Kos, hanno proseguito per Lipsi. E allora la bellezza della Grecia ti rapisce, e nonostante quello che hai visto perdi la testa per il mare trasparente e torni a sentirti sereno. Nonostante i propositi, il profilo facebook si riempie di foto e l’empatia, con il senso di colpa, svaniscono, almeno per un po’.