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| lunedì 19 settembre 2011

di Daniele Salvini

Durante l’estate Google ha comperato Motorola e HP ha smesso la Palm.

da il manifesto 16 settembre 2011

by dan

Utilizzare Google negli Stati Uniti è un’esperienza diversa rispetto all’utilizzarlo in un altro Paese. Questo perché la connettività senza fili è più diffusa in Nord America e soffre di minori limitazioni legislative ma anche perché alcuni servizi che la popolare multinazionale offre ai suoi utilizzatori sono localizzati e vengono sperimentati all’interno degli Usa. Il Servizio GoogleVoice ad esempio offre un numero di telefono che una volta collegato ad un numero di cellulare, permette chiamate voce ed Sms, entrambi gratuiti negli Stati Uniti, con svariati servizi aggiuntivi come la redirezione delle chiamate o la segreteria telefonica.

In agosto Google ha comperato la divisione telefonia mobile di Motorola entrando ufficialmente nel business dell’hardware, in futuro potrà realizzare dei prodotti completamente coperti dal suo marchio, come fa Apple con l’iPhone. Diventando in questo modo il concorrente principale di Apple per gli smartphone, potrà distribuire dei telefonini realizzati attorno al suo sistema operativo, Android, che è già diffuso su diverse piattaforme hardware tra cui Htc, Lg, Samsung e la stessa Motorola. Sempre in agosto ha chiuso i battenti la divisione mobile di Hp Hewlett-Packard, che pure aveva da poco acquisito Palm con tutti i suoi brevetti. Motorola è rimasta l’unica casa Americana tra i costruttori di telefonini a sostenere la concorrenza delle marche asiatiche e questo potrebbe spiegare le ragioni pratiche del matrimonio per entrambe le parti.

La pletora di servizi e prodotti che la ditta di Mountain View, nata come motore di ricerca, offre ai suoi utilizzatori è vastissima e tende a coincidere con tutto quello che è possibile fare oggi con la rete: condivisione di documenti, calendario e agenda sincronizzati, strumenti di analisi del traffico verso un website e addirittura un servizio di backup per la propria musica in formato Mp3, oltre che naturalmente le mappe stradali, la posta elettronica e il motore di ricerca; integrazione tra la telefonia cellulare e il traffico voce su protocollo di rete.

Un’offerta che non si può rifiutare, ma non è gratis. I servizi sono offerti in cambio dei dati personali: abitudini di navigazione, ricerche effettuate, acquisti. Allo scopo di costruire profili e ritagliare offerte pubblicitarie mirate. Il commercio dei dati è quello che permette a Google di offrire tanti utili prodotti, realizzando la pubblicità che da sola paga il servizio.

Avendo la -necessità- di collegare un soggetto reale all’utilizzo dei suoi servizi, Google ha tentato recentemente di chiudere degli account non corrispondenti direttamente ad una persona fisica, cominciando così quelle che sono state chiamate le Nymwars, le guerre allo pseudonimo. Chiudendo senza preavviso in maniera autoritaria gli account che non risultavano essere registrati con un nome vero, Google ha cominciato a implementare, al pari di Facebook, l’obbligatorietà dell’uso del nome-cognome reale, pena il poter perdere improvvisamente il proprio l’account con tutto quello che ne consegue: email e cerchia di contatti. Questo ha sollevato in rete un dibattito a difesa della legittimità dell’uso dello pseudonimo (Nick, Alias, Handle, Avatar, Aka, Login-name, User Id) che viene usato in prevalenza dalle persone che potrebbero essere discriminate per la forma del loro nome, in quanto potrebbe rivelarne la provenienza, l’etnia o il sesso. Il dibattito ha dato la stura a una serie di esempi virtuosi di uso non criminale né malizioso dello pseudonimo: come il professore di Liceo che vuole usare Facebook ma è consapevole che se lo usasse col suo nome vero sarebbe bersagliato dai suoi studenti e non riuscirebbe a separare la sua vita privata da quella lavorativa, o quello della vittima di Stalking che sta cercando di sfuggire al suo persecutore. Criminalizzare l’uso dello pseudonimo è dunque una mossa sbagliata, ma Google sostiene, per bocca del suo presidente Eric Schmidt che “se c’è qualcosa che non vuoi che la gente sappia, forse dovresti cominciare col non fare quella cosa”. Una parafrasi del “chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere”, che da sola riassume la triste dottrina della sicurezza preventiva di cui “festeggiamo” in questi giorni il decimo anniversario del suo avvento. Google nasce negli Stati Uniti e di conseguenza è uno specchio di questa società.

L’effetto di Google non può essere valutato pienamente senza una connettività diffusa. Se Internet ha un impatto diverso sulle società a seconda di quanto è facilmente reperibile una connessione, la cartina di tornasole è sicuramente la possibilità di accedere alla rete anonimamente e gratuitamente. Accedere alla rete in maniera anonima permette la massima velocità ed efficenza, evitando un processo altrimenti impegnativo di verifica che inevitabilmente rallenta l’accesso. Non in tutti i paesi è permesso accedere alla rete senza dimostrare prima la propria identità. In Italia ad esempio è necessario un documento per usare la telefonia cellulare e fino a tutto il 2010, anche per collegarsi ad Internet. La qual cosa ha impedito la condivisione delle connessioni senza fili tra privati e la diffusione di punti d’accesso alla rete pubblici, a tutto vantaggio delle compagnie telefoniche che hanno venduto a caro prezzo dispositivi individuali d’accesso alla rete come le Chiavette Internet Usb.

La tendenza a monitorare, spiare e incasellare viene fatta propria sia dalle ditte che intendono fornire ai loro clienti servizi efficenti sia dai governi che intendono controllare i propri cittadini. Se sia meglio essere spiati dai “Democratici” di Google o dai “Repubblicani” di Facebook resta un problema di non facile soluzione.