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Frontiera Milano

| martedì 5 luglio 2016

A protester gestures at fellow protesters to stop throwing stones at riot police during clashes near Tahrir Square in Cairo November 20, 2011. Protesters demanding an end to army rule and angered by rough police tactics battled with police on Sunday, presenting Egypt's ruling generals with their biggest security challenge yet, a week before parliamentary elections. REUTERS/Stringer  (EGYPT - Tags: CIVIL UNREST POLITICS)

E’ un grido d’aiuto quello che lancia l’assessore Pierfrancesco Majorino, riconfermato allo scomodo assessorato alle politiche sociali, una poltrona che scotta ben oltre i 30° della fornace dell’inospitale piazzale senza ombra di fronte alla Stazione Centrale. ‘Milano sta ospitando 2500 profughi, la situazione è al collasso. Stiamo chiedendo uno sforzo al Terzo Settore ma senza un aiuto da Regione e Stato è impossibile far fronte a questi numeri. Ci sono migliaia di Comuni italiani che non stanno ospitando nemmeno un profugo a testa, serve l’aiuto di tutti’. E’ vero, serve uno scatto, un segnale da parte della città medaglia d’oro della Resistenza, che sappia ergersi a baluardo contro il vento razzista che soffia da Bratislava a Budapest, dalla Manica a Varsavia sino a lambire tutte le capitali dell’Europa in frantumi. Telecamere puntate sulla Stazione Centrale e sulla città di Milano, che veste di nuovo il ruolo di ponte tra Mediterraneo e Mitteleuropa. 1600 anni dopo l’ultima grande ondata migratoria che investì Mediolanum. Quella volta, però, i profughi arrivavano da est e dal Brennero e non avevano la pelle scusa ma i tratti nordici delle tribù Germaniche e Goti in fuga dai nomadi Unni e Avari. E gli appelli alla convivenza li lanciava Sant’Ambrogio. E’ gioco facile dei razzisti puntare il dito sulla paura e sui ‘bivacchi’, quasi che i ragazzi in fuga dai trafficanti di organi e dalle mafie, dai mortai e dalla morte, fossero barbari pericolosi e armati e non persone che scappano con un nome e una storia, spesso tragica, da raccontare a chi la sappia ascoltare. Guardateli negli occhi sulla 90, incrociate i loro sguardi, hanno paura. Sono intimoriti. Ma soffiano sul fuoco dello straniero TV locali e giornali, aumentando il senso di precarietà e l’angoscia, senza nessuna pietà. Nell’afa di una città divisa a metà da una campagna elettorale senza veri vincitori, con la democrazia milanese lacerata da astensione e pesanti accuse reciproche, si gioca una partita cruciale, non solo per Milano. Per questo non è solo il Comune di Milano che si sta muovendo, in vista dell’apertura della piastra Expo ai rifugiati. Non è solo il Terzo Settore e la Diocesi a sopportare un impegno diventato quotidiano, ormai slegato dall’emergenza. Ma la rete di movimento che segue da vicino i profughi con iniziative di solidarietà concreta, che si riunisce questa sera alle 21 al Rimake di via Astesani (Affori Nord MM3). Presenti i padroni di casa, il Naga, il Paci Paciana di Bergamo, per mettere insieme le forze e accogliere gli attivisti europei in arrivo in Piazza Duca d’Aosta da Marsiglia nella serata del 16 luglio con una carovana diretta alle reti e ai campi ai confini con la Macedonia.

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Nel 1989 a Berlino pensavamo che l’età dei muri fosse finita per sempre, ma da allora il filo spinato e le lastre di cemento armato hanno coperto tutta la nuova muraglia europea. Un cerchio infernale che parte da Ceuta a Melilla ed arriva fino a Lampedusa, Gaza, i confini del Litani in Libano e il Golan, tutti i territori occupati della Cisgiordania e Gerusalemme, Antiochia e i confini settentrionali della Siria e ancora muri, varchi e guardie di frontiera in Albania, Grecia, Slovacchia, Polonia, Turchia, Austria. L’imperatore Teodosio, grazie alla linfa dei Barbari (βάρβαρος) diede altri 1000 anni di vita all’esangue Bisanzio includendo invece che combattere. Aprendo invece che chiudere. Usando l’astuzia piuttosto che la forza, la cultura oltre all’autorità e alle armi. Senza i mercenari Vandali di Stilicone, e i Goti di Ezio sacrificatesi a migliaia ai Campi Catalauni (451 d.c. a Chalon) l’Europa sarebbe diventata un accampamento mongolo. Nulla sarebbe rimasto della nostra civiltà. Una lezione che nessuno sembra aver imparato in un’Europa smarrita che sembra aver perso persino il ricordo delle proprie radici. Il mostro, il nazismo del 2016, è una Schenghen al contrario alimentata dagli insospettabili, dalle ‘brave persone’, dal nostro vicino. Dalla signora così gentile che abita sul nostro pianerottolo. Un Mostro ancora invisibile che soffia dalle sue narici venti di guerra sull’Europa. Abbiamo il Dovere di abbatterlo, prima che ci avvolga nelle sue spire di guerra e violenza. Tutti insieme, mettendo da parte odi e motivi personali, gelosie passate e suscettibilità, nessuno escluso.