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Free Nipples for Everybody!

by Rosario Gallardo | domenica 7 aprile 2013

Volevo dire anche io la mia sulla questione Femen, Topless Jihad e zinne come “oggetti parziali” (soggetto semiotizzato del corpo affettato).

Donne, politicamente schierate, che fondano la loro azione sull’esibizione di seni nudi e corpi avvenenti mentre si contorcono, disperate e spasmodiche, tra le zampacce di uomini induriti e in divisa. Così iconizzano il contrasto tra istituzione del potere che si impone e vulnerabilità dei corpi indifesi, stridendo sulla desiderabità della carne nuda. Insomma è un porno classico con slip, performato dal vivo con poliziotti veri.

Le incursioni sono ben assestate su bersagli di impatto mediatico globale. Un vero guerrilla marketing a scopo di diffusione di un brand: la zizza firmata Femen come grido di denuncia.
Col marchio Femen, anche tu puoi mettere le poppe al vento!
E’ un pò come le campagne fatte con le immagini dei bambini: dopo lo sconcerto iniziale poi è un successo assicurato, qualunque cazzata stai publicizando. Cazzo, però sono zizze, posso mai non apprezzarlo?
Le Femen, fatta una puntatina al Vaticano, ora si accaniscono contro l’Islam. Al momento sono in vista per la loro campagna di sensibilizzazione, la Topless Jihad, a sostegno di Amina e contro l’Islam (con scritte infelici del tipo “tette nude contro L’Islam”). Amina verrà lapidata? Internata? Perseguitata? Multata per 490€ e condannata a due anni di carcere? Chi lo sa? Se succedesse a me mi girerebbero… Per ora è sparita e sono certa che il sostegno di tante donne nel mondo le dia almeno un po’ di conforto.
Ma la zizza firmata Femen è un brand e la campagna politico-esibizionistica a me sa tanto di meme spontaneo ben pilotato da fonti a monte.
La “zizza fuori” è sia il mezzo che il motivo dell’attrito e dell’attenzione. Il resto, perdonate la schiettezza, ma è strumentalizzazione. Ora io non mi ci metto a discutere le critiche culturali e/o politiche delle Femen, né gli usi e i costumi Islamici. Europa, continente, globo… Tanto siamo tutti uniti nella censura del capezzolo, su facebook sembrano tutte tette mutilate e in spiaggia, tra un paio di mesi, vi voglio a manifestare i vostri diritti di capezzolo sulle riviere Italiane dove perfino il pareo spesso è d’obbligo. Se Amina ha diritto alle tette in rete perché io non ne ho diritto su facebook? Sulla spiaggia, al bar, dove cazzo mi pare? Io sono sempre costretta a rifugiarmi in quelle riserve per naturisti con gente con cui ho in comune solo il culo nudo e nulla più. Per Amina? Per le zizze del mondo, uniamoci!
La mia concezione di come potremmo migliorare le cose è talmente radicale che mi colloca lontano da voi tutti in egual misura.
Ma torniamo alle Femen (e mi ci metto a parlarne solo perchè si tratta di zizze). Scusatemi se sintetizzo il concetto atraverso questi “ogetti parziali” (vedi commenti a http://iconsiglidiziajo.noblogs.org/post/2013/04/04/io-non-sto-con-le-femen/ ), simboli, zone del corpo e azioni semiotizzate da una tradizione molto più antica delle Femen.
Anarcofem nel suo articolo dice che non condivide questo neocolonialismo che si traveste da progresso e liberazione. E io sono anche d’accordo, ma mi domando come si possa ipotizzare di poter prescindere dalle contaminazioni e dalle spinte d’appartenenza. E’ un attimo e si è scivolati in una ideologia nazionalista per sfuggire alla globalizzazione. Non credo ci sia Il Rimedio. Le cose vanno, le forze si scontrano. I punti di vista possono convivere. Più di tutto mi commuove il fatto che, alla necessità di sostegno per una donna che si è spogliata, si siano mobilitate e spogliate molte altre donne. Questo è stupendo. Il corpo andrebbe svelato e coperto a propria discrezione, e chiunque voglia gestire culturalmente o legalmente questa libertà è fuori da ogni basilare rispetto della libertà personale. E ogni quotidiano indumento imposto e un gesto di sottomissione che pesa su tutti e dalla cannottiera arriva alla segregazione: calata la testa una volta te la trovi calata per tutto!
Ma parliamo di tette.
L’esibizione o meno dei seni (zona erogena e segnale sessuale), rientra negli strumenti di gestione sociale ed evidenzia la discriminazione uomo donna (le questioni sul topless insegnano). Ma i seni sono una delle zone attraverso la quale una donna si costituisce biologicamente diversa dall’uomo in misura in cui ha il “potere” di generare e indirizzare l’umanità. Per buona pace della Nestlè, la zizza rimane la prima fonte di sostentamento e relazione tra neonato e mondo: la zizza sta per “mondo”. Che poi uno voglia procreare o meno, allattare o meno, identificarsi,  esibire e compiacersi o meno delle zizze, stiamo sempre sulla basilare libertà individuale. E chi vi dice che è una libertà recente grazie alla pillola e al preservativo che ci hanno liberato è un ignorante, ma rimando l’argomento.
Il seno racconta il “potere” perseguitato di una femminilità che, al di là di qualunque sovrastruttura culturale in relazione ai generi, è biologicamente in una posizione di controllo e per questo è sottomessa ed educata a puntino. Anzi, potremmo immaginare la collettività come un unico genere con funzioni differenziate biologicamente alle quali si è messo mano con una certa mole di condizionamenti e sottrazioni che hanno ribaltato un assetto probabilmente molto più equilibrato e spontaneo di quanto riusciamo a immaginare.
La zizza è un simbolo potente, è la maternità, la Divina Madre di qualunque essere umano del pianeta, colei che crea compiendo Gesto Irrazionale, attraverso incontri fatti di liquami e furia, o di noia e superficialità: nel suo ventre concepisce. E, con tutto ciò che si dà nel dare al mondo un figlio, l’ultima cosa che La Madre dovrebbe vedere è la schiavizzazione e crocefissione del frutto del suo grembo. Come la vergine maria rappresenta la summa dei deliri del nostro tempo, la zizza è l’archetipo della creazione naturale che nega e distrugge qualunque principio divino e quindi criterio di qualunque potere basato su un sistema tecnologico di controllo che, prima d’ogni altro obiettivo, finalizza la sua azione alla produzione di capitale umano. E’ chi fa rizzare i cazzi che accoglie la fecondazione e instaura  più o meno, una relazione formativa delle masse lavoratrici, che costituisce il principale obiettivo strategico. Quindi mostrarsi ha un intrinseco valore che va oltre qualunque cazzo di biasimabilissima strumentalizzazione politica.
Le Femen, molto probabilmente, strumentalizzano una gestualità potente per fare la loro campagna e non sono né le prime né le uniche, ma hanno per le mani un criterio d’azione da salvare. C’è qualcuno che ritiene che la cultura abbia inizio proprio dall’imposizione del vincolo sessuale, anzi nello specifico dal divieto di rendere manifesti i proprio attributi sessuali. Beh, se come cultura intendiamo quella serie di norme imposte e condivise all’insegna della vergogna e della paura (ben espresse dalla foglia di fico in qualunque sua cazzo di variante, dal velo al vedo-nonvedo patinato del glamour) allora stiamo parlando di una coltivazione intensiva a scopo di sfruttamento, come in terra così sugli uomini. Vi subisco e non posso che dirvi: coltivatemi ‘sta brugna!