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Frankie Knuckles: la leggenda è completa

| lunedì 7 aprile 2014

Knuckles

di Riccardo Noè, SYNTHEKE

Il 1° aprile normalmente, si sa, è il giorno degli scherzi, del cosiddetto pesce d’aprile, quindi ogni cosa che pare un minimo improbabile, sembra uno scherzo a prescindere.

Purtroppo, però, quel giorno non si trattava di uno scherzo: il primo di aprile mi sono svegliato apprendendo la notizia che il 30 marzo era morto Frankie Knuckles, stroncato dal diabete.

Il nome in questione è considerato più o meno all’unanimità il padrino della house music, di quel fenomeno underground americano nato nei club black e non solo, oltre che gay, verso la metà degli anni ’80 a Chicago.

L’uomo era già leggenda da anni, poiché pubblicamente gli erano già stati attribuiti meriti e monumenti (una strada a suo nome nella Windy City) ancora in vita. Ora, con la sua scomparsa, il mondo della musica house lo piange e la leggenda è compiuta. Ma non solo gli appassionati del genere sono rimasti scossi dal sua morte, i messaggi di condoglianze sono arrivati da tutte le personalità della musica pop, dall’hip hop alla techno, fino a toccare la scena mainstream.

Interessante specialmente è stato il messaggio di Lenny Dee, altro giovane fan verso la seconda metà degli anni ’80 del padrino Frankie, che negli anni ’90 al fianco di Frankie Bones è diventato uno dei massimi nomi della scena gabber-hardcore mondiale. E ancora Carl Cox, John Digweed, Derrick May e tanti altri grandi della techno hanno onorato Frankie Knuckles e la sua perdurante influenza sulla musica di oggi.

Io conservo un vecchio ricordo, il giorno del compleanno dei miei 20 anni, in un’estate al mare presso la Capannina di Alassio, ormai divenuta meta storica delle tappe estive dei vari big della scena house ed elettronica mondiale.

Non ci fu un particolare contatto, la situazione non era delle più imballate, il pubblico comunque grande, sui 30 anni, anche di più, e la situazione era abbastanza nella media. Quando mi interfacciai con il padre, chiesi al suo referente italiano soltanto una cosa, di mettere ”Your Love”.

Senza che l’attesa fosse estenuante, Frankie suonò il suo celebre pezzo, non la versione originale, ma era quello, il ritornello era perfettamente riconoscibile. La gente si prese bene, anzi di più. Alla fine ero riuscito a sentirlo, in tempi non troppo remoti (era il 2006), benché fosse ormai una leggenda vivente.

“Your Love” è stato il suo primo disco che ho comprato. Non è stato un caso, perché già pochi mesi prima avevo acquistato la raccolta realizzata da Frankie per la Azuli Label, quella di Dave Piccioni, dj e produttore inglese emerso durante la metà degli anni ’90 come proprietario di una delle etichette house più quotate in Inghilterra.

Sin da subito ebbi quella sensazione. La percezione che si ha con la house music, al di là del genere specifico in sé, è di unione, di fratellanza, di annullamento delle barriere che non nascono solo dal razzismo, ma da una serie di incertezze e paure che la società attuale ha accumulato dagli ultimi decenni.

Ora Frankie è scomparso, il padre se n’è andato, e la sua leggenda è completa e scritta nella storia. Perché adesso non c’è più tempo per mettere in dubbio la rilevanza della house music. Ora una sola cosa è certa: Frankie Knuckles è entrato nel mito, così come Jim Morrison, Kurt Kobain, Marvin Gaye, Freddie Mercury e tanti altri prima di lui.

Questo articolo non vuole essere un’elegia funebre, ma un elogio a chi ha dato e costruito grazie alla musica elettronica qualcosa di migliore, di grande, in questo mondo. Qualcosa che vivrà in eterno.