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"Forget Fear": Biennale Berlino 2012

| martedì 19 giugno 2012

di Alessia Locatelli

La VII Biennale di Berlino 2012 è passata un po’ in sordina. Certamente più breve di quelle precedenti (dura fino al 1° luglio) ed in concomitanza con la prestigiosa Documenta di Kassel (dal 9.06 al 16.09) e con Art Basel.

Una biennale coraggiosa, curata dal polacco Artur Zmijewski, dal titolo emblematico “Forget Fear”. Una panoramica sulle movimentazioni sociali degli ultimi due anni. Se vi piace andare alle mostre ordinate, inscatolate e pronte per il mercato, resterete delusi! Qui si lascia l’art pour l’art fuori dalla porta del KW institute for Contemporay Art per accedere ad un’arte di movimenti, engagé, per usare un termine caro a Jean-Paul Sartre (andate a leggere i testi di Zmijewski, soprattutto “The Applied Social Arts”).

La prima “rivoluzione” viene dal web, il curatore ha istituito nel Novembre 2012 una open call per artisti di tutto il mondo, che lavorano su temi di arte pubblica, sociale, interattiva, per creare un Artwiki. Un’enciclopedia cooperativa che – sottraendosi al mercato – genera possibilità di far rete a livello internazionale. I molto hanno risposto inviando il loro materiale artistico, e una serie di collaboratori della biennale inserisce quotidianamente le informazioni in questo database ad accesso pubblico.

Nel cortile s’incontra la chiave del campo profughi di Aida, vicino a Betlemme: è la “Key of Return”, il simbolo assoluto dei profughi palestinesi cacciati dalle loro terre e dalle loro case dopo il ’48. La chiave della loro casa è l’unica cosa che ora possiedono, assieme alla speranza di un ritorno. Un video documenta in una sala il complesso viaggio della chiave da Betlemme a Berlino. Alle autorità israeliane non piace che si parli di Palestina, soprattutto se a farlo è Khaled Jarrar (1976), palestinese della città di Jenin. E’ suo anche il lavoro sul timbro di un teorico stato Palestinese. Già, perché esiste il “Sunbird”: un timbro che la Palestina utilizza per le spedizioni e che Khaled riprende come se fosse il visto dello Stato che ancora non c’è, invitando così tutti coloro in possesso di un passaporto a dare un’identità al progetto “Welcome to Palestine”: un timbro reale sul documento di espatrio, che non solleva direttamente la questione dell’occupazione dei territori da parte di Israele, ma ne rimanda senza alcun dubbio alla sua radice. Le foto eseguite a chi appone il timbro, costituiscono la base del tavolo su cui viene effettuato questo simbolico passaggio di frontiera.

Camminando per l’allestimento – libero, fatto d’interventi grafici sui muri delle scale di accesso alle sale in linea con i contenuti della mostra – si passa in rassegna tre piani espositivi. Il piano seminterrato – all’apparenza parte del progetto – ho in seguito scoperto essere stato “donato” dal curatore a Occupy Berlin, senza un tetto a seguito dello sgombero della piazza in cui stavano da settimane. Purtroppo non è parte attiva della mostra, non c’è interazione tra le due realtà, ma certo ne segue in maniera deliziosamente quotidiana i concetti: da quelli di Occupy si discute, tavoli di lavoro e proiezioni, info point e mascherine per gli stencil… tutto è vivo e dalla partecipazione aperta, Forget fear (and fight!, aggiungerei). Ciò rende ancora più intrigante la struttura del KW. Zmijewski crea una biennale che esclude quel mondo che ruota attorno alle grandi kermesse e ai VIP che le movimentano ; invita pochi artisti ma fortemente delineati su precise tematiche soci-politiche, filosofiche, psicologiche, ecologiche, smantellando quello che oggi parrebbe essere il tunnel senza luce dell’arte contemporanea ufficiale.

Proseguendo nel percorso s’incontra il lavoro dell’artista bielorussa Marina Naprushkina che prende parte delle scale e una sezione del primo piano: una graphic novel – sviluppata su ampi fogli di carta – narra la situazione di regime attuale del suo paese, come donna, artista e cittadina di uno stato in cui, cito dal suo testo: “Vi è uno degli ultimi regimi dittatoriali” della grande Europa. Ed i media tacciono. Accanto al suo lavoro uno stanzone trasmette non-stop su 7 schermi i video delle contestazioni che hanno movimentato il globo in questo biennio: dagli Occupy americani, agli scontri in Germania, dai colorati interventi anti-Putin alle contestazioni contro la BCE in Grecia, e ancora i palestinesi alla ormai nota manifestazione del venerdì contro il muro della vergogna e ovunque ci sia un tentativo di massa di alzare il livello di visibilità delle contestazioni dei civili. Emblematico il titolo: “Breaking the News”. Un progetto-piattaforma che il collettivo di artisti definisce “di screening su come i cambiamenti abbiano effetti immediati nella politica dei paesi, ovunque nel mondo”. I video sono visibili anche dai canali youtube e facebook.

Interessante è il lavoro “New World Summit” di Jonas Staal, architetto (1981), e del suo gruppo olandese. Partendo dal concetto che la definizione di “terrorista” non sia democratica, poiché non è dato ai cittadini conoscerne i parametri di definizione, egli – attraverso un video didattico – ci introduce alla sua nuova struttura dell’ordine mondiale, un modellino visibile solo passando attraverso una serie di bandiere di realtà politiche internazionali definite, appunto, terroriste. Appese volutamente in modo che arrivino a metà busto – così da costringere il fruitore ad uno slalom attraverso questi simboli di ribellione in idiomi perlopiù sconosciuti (ci sono anche le nostrane Brigate Rosse) – oscurano la vista del modellino in scala del Nuovo Summit Mondiale, in cui viene simbolicamente data voce a queste realtà di “politica nella politica” che vengono – a torto o a ragione, ma comunque non democraticamente – definite terroriste.

Passiamo al bel lavoro della messicana Teresa Margolles (1963) che ha esposto modularmente 313 copertine del quotidiano PM di Ciudad Juárez – al confine con gli USA – che rappresentano, con una serialità tale da diventare noiosa, i morti delle lotte tra le bande dei cartelli del narcotraffico in Messico. Spesso poste accanto ad immagini di formose fanciulle ammiccanti: un duplice livello di contestazione. Dalla denuncia del narcotraffico in Centroamerica, a quella dell’accostamento malsano ed inquietante del binomio sesso-morte.

Affronta lo stesso tema il lavoro dell’ex sindaco di Bogotà Antanas Mockus, che ha rischiato una crisi diplomatica tedesco-colombiana con il suo lavoro “Blood Ties” per aver inizialmente voluto dell’acido (poi divenuta acqua) in un contenitore in cui la bandiera del suo paese cala con meticolosa puntualità, grazie ad un sistema di calcolo che aggiorna il numero dei morti causati dai cartelli della cocaina in Colombia.

Forse anche Banksy ha lasciato la sua impronta su un muro del KW: una sorridente scimmia che brucia soldi ti guarda accanto all’estintore, mentre Obey si firma, ora che Shepard Fairey gode di riconoscibilità mondiale.

L’ultimo piano espositivo è una specie di stanza-serra umida e scura in cui crescono 4000 piantine di betulla: è il progetto “Berlin-Birkenau” di Lukas Surowiec. Questo lavoro, che in un primo momento potrebbe sembrare di Guerrilla Gardening, ha invece origine da una riflessione sul campo di sterminio di Birkenau che letteralmente significa “luogo delle betulle”. Surowiec ha raccolto i semi delle piante in loco, facendoli poi germogliare nella torba (il procedimento è visibile in un video). Le piccole piantine – così regolarmente disposte in file silenziose che ricordano altre creature disposte in ugual maniera in attesa di una sorte malefica – vengono regalate, con tanto di certificazione, a chi dimostra, lasciando i suoi recapiti, di voler prendersene cura. Una volontà di rinascita per tutti coloro che in quel campo di dolore hanno perso la loro vita. Altre piante sono state piantate in luoghi–simbolo della città, come il Binario 17 di Grunewald (stazione di partenza per la Soluzione Finale).

Nella stessa sala – relegato in una stanzetta a causa dello scandalo che ne è derivato – c’è la proiezione del video del curatore: “Berek” (1999), un gioco di Ce L’hai! di alcuni individui nudi, in uno stanzone che risulta essere una camera a gas nazista. Cito dal testo di Zmijewski: “Berek affronta come possiamo impegnarci per riscattare questa storia brutale e lavorare attraverso la memoria. E’ possibile avere accesso attivo alla storia, e tentare di emanciparsi dal trauma collettivo dei vivi e dei morti”. La morale ipocrita che ha creato lo scandalo su questo video, non dovrebbe accompagnare l’arte, perché vuole solamente azzerarne la creatività.

Insomma una Biennale di notevole impatto e fuori dal coro (e non vi ho raccontato tutto) che denota la necessità di cambiamento radicale abbracciata da alcuni artisti e curatori: quando se ne accorgeranno anche gli altri?


La VII Biennale, curata da Artur Zmijewski, è gratuita.

SEDI
KW Institute for Contemporay Art
Auguststrasse, 69

Akademie der Kunste
Parisier Platz, 4 (con due video di Joanna Rajkowska, “Born in Berlin”)

St.Elisabeth-Kirche
Invalidenstrasse, 3
(progetto “Draftsmen’s Congress” + spazio didattico)

http://www.berlinbiennale.de/blog/home-neu