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Food insecurity

Mariella Bussolati | martedì 23 maggio 2017

Nonostante possiamo considerare la nostra una società dell’abbondanza, la povertà alimentare è diventata un fenomeno sociale diffuso che continua a crescere nel tempo anche nelle fasce fino a poco tempo fa benestanti. C’è una povertà alimentare vera e propria, ovvero difficoltà a soddisfare le necessità di cibo, c’è una povertà alimentare qualitativa, ovvero per risparmiare si comprano cibi con scarso valore nutritivo. Da una ricerca del Censis, emerge un dato: a 2,2 milioni di persone capita di non avere soldi sufficienti per mangiare in alcuni periodi dellanno. Nel 2017, anche se forse non ce ne accorgiamo, abitiamo in un Paese che conta 4,6 milioni di persone a livello di povertà assoluta. Il che vuol dire che una persona su 13 non ha cibo a sufficienza o la casa riscaldata, i vestiti li rimedia come può, non ha soldi per curarsi, informarsi, istruirsi.

L’insicurezza alimentare colpisce 795 milioni di persone nel mondo. E secondo uno studio pubblicato dall’American Journal of Preventive Medicine (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S074937971730243X) ha effetti sullo stato di salute che vanno ben oltre alla carenza di cibo vera e propria. È noto che difficoltà di nutrizione corretta portano a obesità, carenze alimentari, difficoltà di apprendimento, debole salute fisica.

Questa ricerca però dimostra che l’insicurezza alimentare potrebbe essere un fattore chiave per lo scatenamento di disturbi mentali. Un primo meccanismo scatenante potrebbe essere l’incertezza nell’abilità di procurarsi cibo, poi viene lo stress che contribuisce a creare ansia e depressione. Inoltre procurarsi comunque cibo in situazioni non socialmente accettabili produce alienazione, vergogna, impotenza e senso di colpa.

L’insicurezza alimentare può anche amplificare le disparità socio economiche all’interno della comunità di appartenenza, producendo ulteriore isolamento.

Secondo i ricercatori i fattori di stress psico-sociale che influiscono sulla salute mentale, aumentano in modo quantitativo all’aumentare del grado di insicurezza alimentare. In pratica man mano che aumenta l’insicurezza è possibile riscontrare una minore salute mentale.

Come sfuggire? Una pratica che potrebbe sicuramente portare un enorme vantaggio, è quella della diffusione degli orti urbani in ogni quartiere. Giardini comunitari o micro orti su balconi e terrazze producono una rivoluzione all’interno delle città. Anche quando non soddisfano interamente il fabbisogno alimentare, forniscono comunque la sicurezza di poter trovare una certa quantità di cibo gratuito, ma soprattutto anche sano e coltivato con le proprie mani. E la riappropriazione della capacità di produrre quello che ci serve per mangiare, è uno dei fattori più interessanti per la cancellazione dell’alienazione, dell’esclusione della capacità produttiva in cui siamo finiti negli ultimi 50 anni. In sostanza se coltivo, anche sulla finestra di casa, non mi porto solo a casa un pomodoro o una insalata, ma anche la realizzazione che posso provvedere a me stesso in modo sano, perché controllo tutta la filiera produttiva, e per di più riconnettendomi con le dinamiche naturali, che sono assai più fluide e scorrevoli di quelle in cui ci troviamo normalmente. Come dimostrano gli effetti di molti giardini comunitari europei, questo effetto poi si allarga e produce comunità che lottano nei quartieri contro le speculazioni edilizie, contro il razzismo e il sessismo, contro ogni tipo di speculazione.

Ma c’è un’altra attività che permette di superare l’insicurezza alimentare, ed è altrettanto rivoluzionaria perché agisce proprio all’interno del conflitto della superproduzione. Si tratta dello skipping o foraging, praticata dai freegan, ovvero della raccolta del cibo che viene gettato alla fine dei mercati rionali. A differenza delle raccolte che vengono effettuate da alcune associazioni in negozi alimentari, qui la pratica è individuale e agisce direttamente sullo spreco. Si tratta di andare a fine mercato, di solito alle 2, aspettare che i commercianti abbiano ricaricato i camion, per vedere l’abbondanza davanti ai propri occhi. Casse di pesche, albicocche e meloni, mazzi di cime di rapa, insalate, peperoni, e anche occasioni rare come alchechengi, manghi, avocado. Tutto viene buttato perché il giorno dopo non potrebbe avere quell’aspetto estetico che il compratore desidera. Ma è tutto buonissimo. Certo questa pratica potrebbe essere una di quelle che i ricercatori inseriscono nel capitolo situazione non socialmente accettabile. Ed è anche vero che presuppone una certa capacità nel fare da mangiare e nel reinventarsi ricette. Ma è una pratica che produce ricchezza, allontana l’insicurezza, è molto ecologica e rende felici.