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Ferrovia Sotterranea

duka | lunedì 22 gennaio 2018

Mappe informali della libertà per la fuga dal dispositivo piantagione

Se lo schiavo africano è semplicemente uno che è stato trasportato qui contro la propria volontà, lo schiavo nato in America rappresenta qualcosa di assai più complesso.

I primi africani nati in America conoscevano l’Africa solo attraverso i racconti, le storie, gli indovinelli e i canti dei loro parenti più anziani. Di norma però questi bambini venivano separati dai loro genitori africani. Nessuna madre era sicura di vedere suo figlio dopo lo svezzamento. I bambini africani nati in America avevano una buona quotazione sul mercato, e i padroni dovevano prestare attenzione che le madri non se ne sbarazzassero per sottrarli all’orrore della schiavitù. (Molte donne africane soffocavano i loro primi figli nati in America; i proprietari pensavano che questo fosse il risultato della trascuratezza o della mancanza di cuore, tipiche dei “selvaggi”.)

Anche questi bambini dovettero imparare a conoscere la schiavitù, ma per loro non c’erano tradizioni secolari da dimenticare, né consuetudini da abolire. Le sole condizioni di vita che conoscevano erano quelle della detestabile casa nella quale erano nati.”

Amiri Baraka (LeRoi Jones) da Il Popolo del Blues (Shake Edizioni Underground)

Brevi nozioni – sulla storia sepolta – della Underground Railroad

La Underground Railroad è il nome con cui era chiamata la rete informale di itinerari segreti e luoghi sicuri (chiamati in gergo: Stazioni) utilizzati dalla fine del settecento dagli schiavi neri negli Stati Uniti per scappare dal sud del paese e arrivare nel Canada e negli stati del nord, dove la schiavitù era stata abolita.

Underground Railroad era anche una organizzazione, non gerarchica, abolizionista composta da militanti e simpatizzanti bianchi (sopratutto Quaccheri e Metodisti) e afroamericani del nord. Lo scopo era aiutare e supportare i fuggiaschi nello sfuggire dall’inseguimento dei cacciatori di schiavi e delle loro mute di cani per raggiungere le stazioni di arrivo – la “libertà” – situate in Ohio, Pennsylvania, New Jersey, New York e Canada.

La Ferrovia Sotterranea toccò il suo apice tra il 1810 e il 1850, con oltre 30.000 fuggitivi che tentarono, attraverso questa rete, di lasciarsi alle spalle la piantagione e la frusta dei loro padroni bianchi. Secondo i dati dell’US Census solo 6000 schiavi riuscirono nell’impresa di raggiungere il traguardo finale: il nord del paese. Ma lo schiavo africano e più tardi l’afroamericano affrancato, anche nelle regioni della nazione dove la schiavismo era stato bandito, restava sempre separato. Negli Stati Uniti i neri, esclusi dai ranghi più bassi della società, non avevano cittadinanza.

Dal 1973 per gli afroamericani arrivare nel nord del paese non significò più raggiungere la salvezza.

In quell’anno fu approvata una legge dal Congresso, su pressione dei deputati eletti negli stati del sud, che imponeva alle autorità, anche negli stati abolizionisti, la restituzione dei fuggitivi al legittimo proprietario.

La forza lavoro agricola fornita dagli schiavi, ai quali non era nemmeno concessa l’appartenenza al genere umano, era dominio come la terra, gli attrezzi, la casa e gli animali del padrone della piantagione.

In quanto schiavo, l’uomo nero in America svolgeva una funzione integrante nel mainstream della società bianca: facile da accettare, e quasi facile da provvedere. La schiavitù fu soprattutto una istituzione paternalistica: lo schiavo era una proprietà, proprio come le mucche, gli alberi da frutta e i carri. Era anche trattato allo stesso modo, forse con un minimo di rispetto in più, se non altro perché dopo un po’ era in grado di capire quello che il padrone bianco gli diceva. A tutte le sue necessità, ridotte al minimo vitale, provvedeva il padrone, così non restava quasi spazio per qualsiasi iniziativa o ambizione personale.” (Amiri Baraka (LeRoi Jones) da Il Popolo del Blues)

Nel 1850, al momento di massimo sviluppo della Ferrovia Sotterranea, venne approvata una legislazione ancora più stringente: la Fugitive Slave Law. Ai cacciatori di schiavi venne concessa una libertà totale nel catturare i sospetti fuggitivi e riportarli nelle piantagioni da dove erano scappati nel sud. Di fatto tutto quello che era richiesto al cacciatore era un giuramento, in cambio del quale ricevevano, dalle autorità competenti, un documento che certificava che la persona da loro catturata era una proprietà che andava restituita al legittimo padrone. Al prigioniero non era concesso nemmeno di testimoniare in suo favore.

Questa legislazione incrementò numerosi rapimenti di afroamericani affrancati, rivenduti in seguito come schiavi nei mercati del sud.

L’operazione Underground Railroad era ben pianificata. Una volta evasi dalla piantagione, coloro che decidevano di fuggire, sapevano di potere contare su una rete di individui pronti a condurli attraverso strade sconosciute, piste poco battute, verso stazioni sicure, dove potersi nascondere e riposare in attesa della prossima tappa della loro corsa per la libertà. Solo in seguito ricevevano indicazioni dettagliate riguardo le modalità del piano.

Per uno schiavo scappare era possibile solo con il favore delle tenebre, quando il buio della notte nascondeva agli occhi vigili dei sorveglianti bianchi, il nero fuggiasco. Vitale obiettivo: allontanarsi il più velocemente possibile dai confini della proprietà, prima che scatti l’allarme e inizi la battuta di caccia al “negro”.

Per uno schiavo oltrepassare i paletti che recintavano la terra del suo padrone significava forzare i limiti imposti dal dispositivo piantagione e comportava abbandonare la sola forma di vita che aveva abitato. L’unico territorio conosciuto e attraversato dai neri del sud era il sentiero che portava dalle baracche dormitorio al cotone da raccogliere. Uno spazio delimitato dove non era permesso ai neri di uscire. Un mondo perimetrato come un cortile. Evadere dal campo di lavoro per lo schiavo assumeva la dimensione di un viaggio verso l’ignoto.

Ajarry morì in mezzo al cotone. Ultima sopravvissuta del suo villaggio, si accasciò tra le file di piante. Non che potesse morire in qualche altro posto. La libertà era riservata ad altre persone. Dalla notte in cui era stata rapita, era stata oggetto di continue valutazioni e perizie, svegliandosi ogni giorno sul piatto di una nuova bilancia. Se sai qual è il tuo valore, sai qual è il tuo posto nel sistema. Sfuggire ai confini della piantagione era come sfuggire ai principi basilari della tua esistenza: impossibile.

(Colson Whitehead da La Ferrovia Sotterranea)

Un ruolo fondamentale nello schema era assunto dalle canzoni. Il loro scopo era di avvisare gli schiavi, tramite indicazioni nascoste nei versi, dell’arrivo di una guida – uno scout più che un Mosè – che li avrebbe portati in salvo attraverso sentieri nascosti. Esistevano ballads consolatorie per chi non ce l’aveva fatta a scappare. Alcune songs allertavano lo schiavo lungo la strada, di stare in campana al rintocco di determinati punti della via di fuga. Altre canzoni come Follow the Drinkin’ – che suggeriva di filarsela seguendo l’Orsa Maggiore – avevano la funzione di mappa.

Non c’entrerà un cazzo, con il resto dell’articolo, ma voglio scriverlo lo stesso.

La funzione centrale delle canzoni, nella tradizione dell’altra America, la ritroviamo anche nelle lotte operaie all’inizio del xx secolo. I canti del movimento anarchico e operaio giungevano nei luoghi di lavoro e sfruttamento prima degli agitatori Wobbly, come a volerne annunciare l’arrivo. E ancora prima che il sindacato I.W.W. (Industrial Workers of the World) proclamasse lo sciopero dando inizio al picchettaggio davanti i cancelli per impedire l’entrata ai crumiri.

La Ferrovia Sotterranea

Il nuovo lavoro dello scrittore afroamericano Colson Whitehead

Un idea le si fece avanti nella testa come un’ombra: che quella stazione non fosse l’inizio della linea ma la sua fine. I lavori di costruzione non erano iniziati sotto la casa ma all’altro capo del buco nero. Come se nel mondo non fossero posti in cui andarsi a rifugiare, solo posti da cui scappare.”

Colson Whitehead da La Ferrovia Sotterranea (edito da SUR)

L’ultimo romanzo di Colson Whitehead La Ferrovia Sotterranea nel 2017 ha sbancato negli Stati Uniti i maggiori premi letterari. Lo scrittore afroamericano ha realizzato il triplete aggiudicandosi il Premio Pulitzer, il National Book Award e – anche se non è un romanzo di fantascienza – l’Arthur C. Clarke per la science fiction.

Colson Whitehead nato a New York il 6/11/1969 (il suo cognome sembra una presa per il culo per un nero che porta i dreadlocks) con La Ferrovia Sotterranea – romanzo che Barack Obama ha detto pubblicamente di avere letto in vacanza questa estate – ha riportato interesse intorno alla storia, quella non insegnata, sulla rete segreta Underground Railroad. Era dall’uscita nel lontano 1852, del libro La capanna dello Zio Tom di Harriet Beecher Stowe, che la Ferrovia Sotterranea non ritornava all’attenzione dei lettori americani.

Il merito di questa riscoperta non è legato solo al libro di Whitehead ma anche alla serie tv Underground prodotta dal network televisivo WGN – non vi parlerò di questa serie in quanto ho visto le prime due puntate in stato catatonico intorno alle sei del mattino del primo gennaio – e al videogioco di fantascienza Fallout IV (videogioco tra i più venduti nel 2017) in cui il giocatore, dopo essersi associato a un gruppo denominato The Railroad, aiuta a fuggire i robot perseguitati dagli umani.

Il romanzo La Ferrovia Sotterranea ha una narrazione dal taglio cinematografico ricco di colpi di scena e rivelazioni e la scrittura dell’autore è tipicamente americana: dialoghi brevi e frasi non troppo lunghe riescono a descrivere accuratamente lo scenario e il contesto storico. Altrettanto i personaggi sono costruiti, delineati con linee essenziali in modo da cogliere i contorni. Colson in poche righe è capace di rappresentare il carattere, il profilo del soggetto. Come nel caso di Caesar, lo schiavo che, entrato in contatto con gli agenti della Underground Railroad, propone a Cora – la protagonista del romanzo – di fuggire insieme.

L’uomo ispira ai lettori immediatamente fiducia. Lo scrittore in breve rende chiaro, a chi legge, che non siamo di fronte a un “negro da cortile”.

Whitehead nella Ferrovia, contrariamente al suo precedente lavoro Zona Uno (Stile Libero Big Einaudi) che racconta di una pandemia che ha colpito il pianeta trasformando gli umani in zombie, tratta la violenza senza enfasi. In una storia che narra della schiavitù non ha ritenuto necessario rendere più crude o esagerate le scene di brutalità. All’autore è bastato basarsi sulle testimonianze degli ex schiavi, raccolte con un duro lavoro in biblioteche e archivi, per stampare la fotografia della violenza subita da Cora nella piantagione in Georgia.

Colson in questo libro si prende piu’ di una licenza storica. Una di queste libertà gli è valsa la vittoria al premio letterario Arthur C. Clarke per la science fiction. Nella sua narrazione la Underground Railroad è realmente una rete ferroviaria sotterranea con tanto di binari, treni a vapore, banchine e stazioni segrete.

-Avete due alternative. C’è un treno parte fra un’ora e un altro fra sei ore. Non sono comodissimi, come orari. Sarebbe bello che i passeggeri potessero pianificare più adeguatamente il loro arrivo, ma lavoriamo in condizioni un po’ difficili(….) Si scoprono nuove stazioni di continuo, certe linee vengono dismesse. E’ impossibile sapere cosa vi aspetta in superficie finché il treno non si ferma.” (Colson Whitehead da La Ferrovia Sotterranea)

In una intervista Whitehead dice: “Quando ero piccolo, come molti bambini, anche io ascoltavo le storie sulla mitica Ferrovia Sotterranea e, probabilmente come tutti gli altri bambini, me la immaginavo come una vera ferrovia e non come un semplice nome attribuito alla rete che aiutava gli schiavi a liberarsi. Prima di mettermi a scrivere avevo in mente quello, non personaggi specifici, e nemmeno un plot. Volevo semplicemente trasformare il mio immaginario da bambino in realtà. Solo dopo sono venuti i personaggi, prima di tutto Cora.”

Whitehead ha pubblicamente affermato che mentre lavorava al libro ha riletto Cento Anni di Solitudine. Per scrivere questo capolavoro della letteratura contemporanea il realismo magico di Gabriel Garcia Màrquez è stato fondamentale.

La ricetta vincente di La Ferrovia Sotterranea è stata, da un lato, quella di avere raccontato la violenza dei bianchi attraverso l’oggettivo racconto di chi l’aveva subita. Dall’altro, la capacità di non limitarsi a narrare realisticamente la situazione degli schiavi d’America nell’ottocento, per riuscire ad instaurare un dialogo proficuo con la storia. Perché inserire nelle pagine un elemento fantastico e surreale permette a La Ferrovia Sotterranea di essere qualcosa in più di un libro di storia.

Senza la genialata della “fuga in metropolitana” questo romanzo non sarebbe stato nulla. Non avrebbe fatto centro come una freccetta sul tabellone dell’immaginario collettivo.