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Fabbrica Vapore vs Acqua Potabile, due forum paralleli su giovani e città

| lunedì 30 settembre 2013

La Fabbrica del Vapore ha ospitato da venerdì a domenica il primo forum delle politiche giovanili del Comune di Milano, con l’intento di instaurare un dialogo tra i giovani, le istituzioni e le realtà che lavorano sul territorio. Durante la tre giorni sono stati affrontati diversi macro temi: l’aggregazione, il lavoro, lo studio e l’abitare. Ma questi macro temi sono un po’ come i sette nani, ce n’è sempre uno che viene dimenticato; sarà stato il caso o la fretta, questa volta è rimasto fuori il tema degli spazi autogestiti.

Lo spazio lasciato vuoto, però, è stato subito riempito. Venerdì pomeriggio, mentre alla Fabbrica del Vapore si parlava di crisi, innovazioni, trasformazioni e politiche giovanili, il collettivo Zam ha occupato l’ex Acqua Potabile di piazza Carbonari, vecchia conoscenza dei milanesi passata ormai da diversi anni dalle glorie del reggae alla muffa e alla ruggine.

Insomma, un week end denso, c’era da sdoppiarsi; qualche somiglianza tra le tematiche affrontate di qui e di là, ma i linguaggi parlati piuttosto diversi.

 

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La kermesse della Fabbrica del Vapore è nata con l’intento di avvicinare l’istituzione ai bisogni concreti dei cittadini, per ascoltarne le esigenze reali e trovare delle soluzioni.

Si è aperta venerdì con un pomeriggio dedicato agli adolescenti dei centri di aggregazione giovanile; mentre all’interno si svolgeva il dibattito, nel cortile c’erano laboratori di writing, skate, partite di calcio e djset.

Molti degli educatori presenti erano gli stessi che nei giorni seguenti sono passati in piazza Carbonari a partecipare a un’assemblea o a sentire dj Gruff. Secondo molti di loro l’idea del comune di lanciare questa tre giorni, seppure in linea di principio positiva, è arrivata un po’ troppo tardi. E che se a parole sembra che qualcosa si muova, sul lato pratico è difficile vedere dei cambiamenti di rotta coraggiosi.

L’idea sarebbe quella di trovare nuove soluzioni che rispondano davvero alle esigenze di chi lavora sul territorio, e di cambiare quegli strumenti che hanno mostrato la loro inadeguatezza. Uno tra tutti il sistema dei bandi che, spacciato inizialmente come panacea al problema degli spazi vuoti, non è stato in grado di affrontare la complessità della realtà milanese.

 

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All’Acqua Potabile, nel frattempo, si parlava di che tipo di città vorrebbero vivere davvero i giovani, quelli che resistono alla logica delle grandi opere e che, non solo a Milano, si organizzano per contrastare l’avanzata della TAV, della TEM, dell’Expo o della distruzione del parco Pagiannunz di Abbiategrasso.

Si è parlato di lotte territoriali ma anche di modi alternativi di vivere la città e di riappropriarsi degli spazi. Domenica pomeriggio c’era il sole, e sopra il tetto dell’Acqua Potabile c’era gente venuta da Bologna (TPO, Làbas), Pisa (Colorificio), Roma (Astra), Napoli (Insurgencia, Mezzocannone) e da diverse altre città per raccontare le pratiche di autogestione e le esperienze portate avanti nelle proprie realtà. Scambi di idee e nuovi spunti, discussioni, confronto. Dagli occupanti duri e puri a chi ha seguito un processo di regolarizzazione, c’erano molti esempi di declinazioni possibili delle pratiche di autogestione.

L’incontro, che voleva valorizzare i punti in comune più che le divergenze, è finito con un invito a tessere reti di solidarietà a livello nazionale per ridare vigore al movimento dei centri sociali che è in continua evoluzione, alla ricerca di nuove forme per far sentire la propria voce.