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Leftism

Eataly: Farinetti del suo sacco

| lunedì 13 ottobre 2014

farisetti

by Red Proof

Eataly viene raccontata come una success story dell’imprenditoria vicina a Renzi. A partire dal lancio avvenuto al Lingotto nel 2007, la catena di cibi d’alta gamma posseduta da Farinetti ha sfondato negli USA grazie ai megastore di New York (2010) e Chigago (2013). La forsennata espansione dell’azienda dell’amico di Renzi nasconde però diverse magagne: i bilanci sono segreti, perché la società non è quotata in borsa, e soprattutto i dipendenti dei punti vendita sono spremuti peggio di un tarocco siciliano.

Dopo lo sciopero del 30 e 31 agosto all’Eataly store di Firenze, e la pubblicazione di un documento d’accusa contro l’altissimo tasso di precarizzazione dei contratti, gli straordinari coatti e la completa assenza di rappresentanza sindacale, i lavoratori di sei Eataly dello Stivale più quello di New York sulla 23ma, coordinati dal collettivo precario Clash City Workers, hanno indetto picchetti di protesta:

“I lavoratori di Firenze, galvanizzati dalla mobilitazione, si riuniranno oggi in due assemblee successive per eleggere i propri rappresentanti sindacali ed aprire una vertenza con l’azienda, per estendere finalmente l’accordo siglato lo scorso 4 settembre. Questo vuol dire, contro tutte le balle raccontate da Farinetti, che chi si è esposto non è isolato, e che la lotta non si arresta con quattro boutades televisive! I lavoratori stanno dimostrando che una menzogna ripetuta mille volte resta pur sempre una menzogna!”

Quanto al Farinetti nel sacco di Renzi, esso ha minacciato, urlato, dato delle teste di cazzo agli scioperanti, rigettando ogni addebito: “L’80% degli assunti nelle varie filiali lavora a tempo indeterminato con punte del 90%,” fa sapere a mezzo velina aziendale: “Negli store di recente apertura risultano maggiori apprendisti e dipendenti precari in via di stabilizzazione. A Roma la percentuale è del 50% e arriveremo all’80% entro gennaio. A Bari siamo già oltre l’80%. A Milano e Firenze sarà del 50% entro il 2014 e l’80% entro la fine del 2015”.

Ma al di là della propaganda, nei fatti – gli unici realmente a contare e a non trarre in inganno, basta guardarli dritti in faccia – Eataly non ha mai reso noto i propri organici, come denunciato dalle lavoratrici e dai lavoratori di Clash City Workers, riusciti a risalire al numero di precari grazie alle fotocopie dei turni. E alla fine Farinetti ha dovuto farsi sbollire l’incazzatura e trattare un percorso d’intesa che porti alla stabilizzazione di un centinaio di lavoratori dello store di Firenze.

Intanto a Milano, là dove una volta sorgeva il Teatro Smeraldo, gli attivisti noexpo hanno ripetutamente protestato di fronte al megastore di Piazza XXV aprile, l’ultima volta sabato scorso. Perché Eataly rappresenta il pacco di Expo 2015 alla perfezione: gastronomia per ricchi, invece della sovranità alimentare che davvero nutrirebbe il pianeta; lavoro sottopagato invece che occasione di arricchimento professionale per i giovani, che in maggioranza rischiano di essere pagati a salario zero.

Prodotti del territorio, a km zero, del commercio equo e solidale: alimenti intrisi di qualità, nel rispetto dell’ambiente e delle virtù, attenzione verso le tradizioni locali e le persone; belle parole, che lontano dalle sedie dei talk-show, dalla favolistica spettacolarizzata e dalle domande addomesticate di chi conduce le trasmissioni, mascherano una realtà di segno opposta, all’insegna dello sfruttamento e del profitto a ogni costo. La morale? Un capitalista equo non esiste. Farinetti credeva di passarla liscia perché è uno dei più grandi amici di Renzi. Si sbagliava. La forza lavoro precaria dopo un decennio di flessiibilità e uno di crisi non è più disposta a subire in silenzio. E lo farà vedere a tutto il mondo durante i sei mesi (Expo apre il Primo Maggio prossimo..) in cui la fiera internazionale dell’agribusiness e dei supermercati sarà aperta a Rho-Pero.