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Difesa personale

by Rosario Gallardo | giovedì 22 maggio 2014

Due omaccioni grossi, tatuati, pelati e con la barba mi afferrano, uno è davanti e l’altro è dietro. Ansimiamo già, è una colluttazione, le nostre braccia si contorcono, sono sei, siamo la dea Kālī. Provo a divincolarmi, sembro un’anguilla scoordinata. Tirano indietro la testa per non farsi ammaccare il naso sotto le mie testate, hanno il collo gonfio; in realtà ne vedo solo uno, ma sono certa si tratti di una situazione speculare, mi domando com’è successo che sono finità così nella morsa quando sento il loro busto aderire al mio. Non so se sono bella, se le mie ascelle puzzano, se ho qualcosa della cena ancora rimasto tra gli incisivi. La mia borsa ha smesso di roteare, metà del suo contenuto è in terra, mi si sfila una scarpa. A questo punto ho una sola certezza: sono stata presa, come si fa con la tazza del caffè; presa per bere, sono oggetto di un desiderio incivile. Sono come una tazza, è un fatto. Ore di meditazione per ipotizzare un istante senza io e ora, d’un tratto, non sono che un battito cardiaco. Quindi a questo punto cosa posso fare? Anzi, sarà pure il caso che sappiano loro cosa fare di me. Io vorrei che mi svestissero quanto basta e che abusassero dei miei orifizi, anche lì quanto basta. Mi piacerebbe sentirli ansimarsi uno sul muso dell’altro mentre si dimenticano che è solo un’esercitazione. Anzi, è quello che io vorrei fosse l’esercitazione nel corso di difesa personale al quale mi sono iscritta.

Non ho paura d’essere aggredita. Esco poco, quasi mai senza Nicola, e anche quando i miei usi erano più a rischio ho sempre provato gusto nel tirare la corda e forse questo mi ha sempre posto sul versante dei lupi piuttosto che su quello degli agnellini. Tranne una volta. In effetti era un periodo di merda e mi ha salvato un sogno e la serietà con cui considero la mia attività onirica. La storia si svolge in un villaggio turistico in Calabria, circa dieci anni fa. Stendo un velo pietoso sul perché mi trovassi lì. I protagonisti siamo io e due operatori adetti a intrattenere i clienti per il tempo libero: l’istruttore di tennis e quello di fitness.
L’istruttore di fitness posa gli occhi su di me e pensa bene, geniaccio che non è altro, di farmi bere un drink con una droga di quelle che favoriscono la socializzazione senza freni inibitori. Avete presente quando da piccoli ti dicono di non accettare caramelle dagli sconosciuti ché possono essere drogate? Ecco. Essere drogati a tradimento è un’esperienza indimenticabile, per una narcofila come me è stato interessante ricostruire a posteriori l’effetto che una sostanza ti fa quando non sai di averla assunta, quanto è fastidioso contemplare il buco nella memoria. Fa testo ritrovare le mutandine intonze al loro posto quando la memoria ha ripreso a prender nota. Ricordo che mentre sono ancora sciutta  mi rammarico per il giovane attleta che vorrebbe tanto perdere la sua verginità stagionata con me, ma disdegno l’onore. Lui insiste. Ah, dimenticavo: l’istruttore di fitness è basso, ha la faccia da rana, la voce acuta, le gambe storte, gli occhi ottusi e le mani palmate (la sua presunta verginità pare plausibile) e io non ho mai amato gli incontri occasionali. Mi rendo conto che si è fatta notte fonda, che eravamo rimasti soli e seduti sulla stessa sdraio, solo mentre sto risalendo la scaletta della piscina. Sgocciolo acqua. Ho ancora le scarpe coi tacchi e la borsetta con dentro il cellulare e la carta magnetica per tornare in camera a tracolla e soprattutto le mutande. Tre sere prima ero andata a mangiare il cornetto con l’istruttore di tennis, un ragazzino più giovane di me, educato, con una padronanza della lingua dignitosa e un buon senso dell’umorismo. In macchina lui mi posa la testa sulle ginocchia e io gliela accarezzo. Mi dice che si sente stranamente in confidenza, per me è lo stesso così gli racconto che l’ho perfino sognato. Sono solo due giorni che prendo lezioni di tennis per ammazzare il tempo, nemmeno ho ancora imparato il suo nome, e lo sogno. Nel sogno lui mi salva. Io grido aiuto e lui mi salva. “Che buffa ‘sta cosa!”
Dopo che il rospo ballerino ha abusato, con l’inganno chimico, della mia socialità nell’improbabile tentativo di farsi sverginare salgo su un regionale per la tratta Regio Calabria-Milano. Mi barrico nella cabina-letto vintage col manuale dei test di ingresso all’università e, di test in test, si fa largo in me la certezza dei postumi della droga mentre ricostruisco i fatti. Arrivata a Roma ho capito, ho pronto un film in moviola coi movimenti avvenuti attorno al mio bicchiere di spumante: “Un brindisi per salutarti” “Si, solo un sorso, sto andando a dormire. Grazie”.  D’essere stata gettata in piscina dall’istruttore di tennis l’ho saputo solo a Bologna. Non ho alcuna memoria della sua incursione, ma ho un cellulare asciutto, prestato da un amico che, avendo indagato sull’incidente, mi riporta dalla direzione dell’albergo che “l’istruttore di tennis la sera prima gettava in piscina una cliente durante l’orario di chiusura della piscina stessa e degli spazi adiacenti”. Credo si sia accollato le ire di molti. Non ho mai imparato a giocare a tennis e col fitness faccio schifo, però mi piacciono i treni e do peso ai miei sogni, come dicevo

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Tutte le volte che Omar, nel suo corso di difesa personale, descrive le possibilità di un aggressione, io visualizzo scenari pornografici. Ricordo bene quanto è amaro smaltire una sostanza stupefacente che non sapevi d’aver assunto e che sarebbe stata indigeribile se accompagnata da sperma e saliva, tanto meno da lividi (ben diversi da quelli ludici fatti dal frustino sul culo).
C’è differenza tra livido e livido. C’è differenza tra lo stupro che mi arrapa e quello che non ha davvero nulla di sexy. Innanzi tutto da un lato ho una fantasia e dall’altro c’è una sgradita imposizione troppo simile allo sfruttamento della terra, al macello, all’industria dei materiali inquinanti, alla colonizzazione dei territori eccetera. Imposizioni senza via di scampo, cose sulle quali non riesco a masturbarmi. Probabilmente erotizzare la violenza è un espediente umano per metabolizzare in maniera vitale il dato di fatto che la violenza è parte della vita ed erotizzarla è un processo di trasformazione necessario. O forse è la riminiscenza di una dimensione sociale nella quale eravamo oggetti sessuali gli uni per gli altri senza alcuna pretesa di controllare chi si infila dentro cosa o quando. Oppure sono le vestigia di un’antica pratica di gestione gerarchica che alla fine si sposa male con la cultura contemporanea, ma bene con delle memorie più profonde. Io non lo so. So che però c’è modo e modo. C’è differenza tra il sadomasochismo e l’abuso, tra lo stupro per godere e quello che non ci è piaciuto. Anche per le botte, c’è differenza tra le mazzate che piacciono e quelle che non piacciono. Sono stata educata che non si picchia mai, che la violenza è il male e va repressa con le missioni di pace, quelle coi droni e gli stupratori in divisa. Negli autobus mi viene suggerito di denunciare mio marito perché se è uno violento lo stato lo deve poter giudicare e punire. Mi è stato insegnato a chinare la testa davanti al più forte e ad alzare la voce se il “giusto” ci autorizza, ma nessuno ci insegna a godere. Vi assicuro che, se vi si bagna la patata, anche il più stronzo degli eventi diventa il vostro “oggetto” di masturbazione. E’ come una magia: il lupo si fa dildo per il vostro orgasmo. La vostra enorme fica può inglobare l’intero pianeta.

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A un’educazione moralista io preferisco una lussuria sfrenata. La violenza è come il temporale: esiste. Quando piove se voglio mi bagno, altrimenti prendo l’ombrello; starmene lì a fare la morale al diluvio sarebbe un gesto folle. Esplorare l’ambito ludico dell’aggressività o delle dinamiche di dominazione è un’ottima ricerca identitaria e sociale. Capire i propri limiti e portare gusto e piacere in dinamiche altimenti raggelanti è un ottimo strumento rigenerativo. Quando godi nemmeno la morte ti può fare più del male. Reprimere l’aggressività sociale è un gesto violento di per se, mentre godere dell’immaginario sulla violenza è una pratica catartica e liberatoria. E aiuta a entrare in relazione coi propri mostri interiori: dando loro vita nell’arena della lussuria forse ne avremo di meno nella gestione abusiva delle vite altrui.

Ho invitato il mio maestro di difesa personale alla serata di Marco Malattia di domenica prossima. Vorrei si metterreso d’accordo lui, Marco, Nicola per organizzarmi un bel servizietto a tradimento: commissiono nel dettaglio il mio stesso annientamento a scopo orgiastico. Sono un osso duro, non è facile, ma con questa fantasia credo che potrei masturbarmici almeno una settimana. Non so, sento che c’è un nesso tra il saper apprezzare un film come “No Vaseline” e il corso di difesa personale. Dovrei invitare a venire tutte le mie colleghe, come tappa della formazione.

Vi aspetto, cattivissimi e brutali, alle 18.00 del 25 Maggio al Muscle Sound di Senna Comasco, in Via Roma 60.