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L’Expo passa ma la MayDay resta: difendiamo il Primo Maggio #SupportScalaWorkers

| giovedì 19 febbraio 2015

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di Andrea Cegna, Rob Maggioni, Alex Foti e la Reda di MilanoX

Il 1° maggio apriranno i cancelli dell’Expo milanese. Ci sarà anche Mattarella. Ma il Primo Maggio non è un giorno come tutti gli altri. E’ una data con una storia mondiale dal significato universale: giorno di riposo per rivendicare i diritti di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha. In Italia la festa dei lavoratori, abolita dal fascismo, così come da ogni altra dittatura, è tornata a essere un simbolo potente grazie alla Liberazione e alle lotte operaie degli anni ’60 e ’70.

Tanti indizi ci davano la prova che dietro ad Expo 2015 si nascondessero tentativi, nemmeno troppo celati, di ristrutturazione del lavoro. L’obiettivo è concentrare anni di attacchi legislativi e soprattutto culturali al mondo del lavoro con la legittimazione del lavoro gratuito e volontario (che porta ad estremo compimento la filosofia dello stage cui sono sottoposti centinaia di migliaia di studenti) e la normalizzazione del lavoro interinale e precario con il consenso dei sindacati e la collaborazione di Manpower: la totalità del personale di Expo avrà contratti precari. Ma all’annientamento dei diritti di chi lavora nella città più moderna d’Italia mancava un pezzo: lo scalpo del Primo Maggio.

La lotta dei lavoratori della Scala per non lavorare il Primo Maggio, come legge e tradizione sindacale impongono (solo polizia, ospedali e lavoratori trasporti devono lavorare il 1° maggio), non riguarda evidentemente solo loro. È una lotta dall’enorme valore culturale. È una lotta per difendere l’esistenza e il significato del Primo Maggio a Milano e nel resto d’Italia. I nostri simboli vanno difesi e rivendicati.

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Renzi ha invocato misure eccezionali per fermare “i boicottatori” dell’Expo. Cosa vuole fare? Abolire il Primo Maggio per comandare al lavoro le maestranze della Scala? L’anatema è esteso evidentemente anche a tutti coloro che per un ragione (corruzione, mafia, incapacità gestionale) o per l’altra (speculazione, precarietà, opere dannose al territorio) non amano Expo e in generale a tutti quante e quanti intendano celebrare le ragioni del 1° maggio (meno orario, più salario, maggiori diritti sociali) nella tradizionale MayDay Parade a dispetto di EXPO 2015, che Fiera, governo e sindacati hanno deciso dovesse partire proprio il giorno della festa mondiale dei lavoratori.

Dal 1945 a oggi, con la singola eccezione dell’era Reagan, nessuna Expo universale si è aperta il 1° maggio. L’ultima Expo Universale, quella di Shanghai, ha aperto il 30 aprile. E nel 1906, la volta precedente che Milano fu sede della Fiera Universale, l’Expo non si aprì certo il Primo Maggio, anche perché avrebbe incontrato la risoluta opposizione del popolo milanese (che per domarlo ci vogliono le cannonate) nella città dove il partito socialista di Turati dava alle celebrazioni del Primo Maggio grande importanza.

Il 1° maggio è nato a Chicago nel 1886 e commemora i martiri di Haymarket, gli 8 anarchici mandati al patibolo dal governo USA in rappresaglia contro il crescente movimento sindacale e rivoluzionario americano. Per commemorarli, la Seconda Internazionale dominata dalla socialdemocrazia tedesca di Bebel, Kautsky, Clara Zetkin e Rosa Luxemburg proclamò per il 1890 il primo 1° maggio universale della storia, che unificò il proletariato internazionale da Londra a Sydney, da Milano a Buenos Aires, da Parigi a New York. Da allora la festa rossa è il giorno di riposo e celebrazione dei lavoratori e delle lavoratrici di tutto il mondo con manifestazioni, Dopo la prima guerra mondiale divenne festività legale in tutti i paesi europei. L’avvento del fascismo e del nazismo portò alla sua temporanea abolizione mentre i sindacalisti venivano imprigionati, torturati e uccisi al pari degli altri oppositori del regime. In Nordamerica, la guerra fredda portò il governo federale a istituire il Labor Day (il primo lunedì di settembre) in contrapposizione al primo maggio comunista di URSS e Cina. Ma la tradizione del May Day rimase viva nella sua patria di origine, fino a giungere a noi con l’Occupy May Day che ha paralizzato Oakland e altre città americane nel 2012.

La ripresa delle lotte operaie in occidente negli anni ’60 e ’70 del XX secolo infuse nuova linfa alla festività dei lavoratori, lontano dalle mummificazioni dei regimi comunisti. Per esempio, la rivista Primo Maggio, redatta a Milano, era fra i riferimenti della nuova stagione di insubordinazione delle fabbriche, che sembrava riprendere il consiliarismo del biennio rosso (1919-1920).

A partire dagli anni ’80 e poi con l’avvento del capitalismo neoliberista globale, il richiamo del Primo Maggio prese ad appannarsi e sindacati socialisti e cattolici lo celebravano in Europa con sempre maggiore stanchezza. Nel 1986 a Milano, per celebrare il centenario del primo maggio, non si tenne il tradizionale corteo della mattina, ma i segretari confederali si rinchiusero in un teatro con Wojtyla e Cossiga a strologare di valori del lavoro.

Quando nel 2000 fece irruzione anche in Italia il movimento No Global, dai centri sociali di Milano, perseguitati dalle amministrazioni di destra, sorse l’idea di una grande parata nel pomeriggio del primo maggio che unificasse tutti i giovani precari e le giovani precarie della città, secondo una logica creativa, antirazzista e queer. La MayDay Parade portò prima in piazza le/i precari/e di tutta Milano, poi di tutta la Lombardia, quindi di tutta Europa, trasformandosi in EuroMayDay.

Da allora la tradizione del primo maggio ha avuto un rinascimento a Milano (te capì, Renzi?): il Primo Maggio oggi è la MayDay, vale a dire decine decine di migliaia di giovani che ogni anno portano per le strade della metropoli il loro rumoroso rifiuto pieno di sarcasmo e scherno per denunciare un sistema che li vuole precari a vita e/o disoccupati a tempo indeterminato. Nel 2005, i lavoratori della Scala in lotta issarono lo striscione nero MAYDAY sulla torre del Botta appena eretta dietro il Teatro settecentesco. Sono gli stessi delegati e lavoratori contro cui oggi si scaglia l’intero establishment, dall’autoritario Renzi al più suadente Pisapia, ma la sostanza non cambia: dovete lavorare il primo maggio; la patria lo vuole, Expo lo richiede, i diritti dei lavoratori e la loro festa laica non valgono più niente.

Già: Expo 2015, ultima ciambella di salvataggio del fiorentino, abilissimo manovratore di palazzo ma incapace di far ripartire l’economia e tagliare la disoccupazione giovanile. Anche i giornali amici della fiera della diplomazia economica e delle corporations globali notavano che alla Bicocca è stata la prima volta che si è parlato dei contenuti di Expo, invece che di scandali, arresti, corruzioni, speculazioni, contestazioni, rinvii e una figura di merda dopo l’altra.

Il movimento No Expo che questa testata online sostiene fin dalla sua nascita si appresta a convocare una manifestazione studentesca vs Expo il 30 aprile e una MayDay NoExpo contro il lavoro gratuito, Sì, perché si lavora gratis per un ente profit (Expo spa) con il consenso dei sindacati confederali, gli stessi che hanno firmato per la limitazione del diritto di sciopero durante i sei mesi della kermesse: visto che Renzi ha dichiarato all’Hangar Bicocca che il diritto di sciopero non è in discussione, ci si augura che i precari di Expo abbiano l’intelligenza di scioperare durante l’evento per assicurarsi una paga e condizioni migliori di quelle imposte senza consultarli. Il movimento No Expo è già stato ampiamente criminalizzato e additato come nemico pubblico, fino ad arrivare alla recente serrata isterica dell’Università Statale a opera del Rettore Luca Vago, lo stesso che vorrebbe rilevare le aree Expo per spostare le facoltà scientifiche da città studi (dove resterà solo il Politecnico) con l’avallo della Regione di Maroni, quello che in nome di Expo fa convegni sulla famiglia tradizionale con preti pedofili e organizzazioni omofobe e dà dei “quattro pirla” agli attivisti per i diritti civili che s’indignano per l’oscurantismo provincialista di chi vorrebbe gestire un evento globale.

Anche se avevamo tifato Smirne contro la Moratti (poi estromessa da Formigoni a sua volta sostituito da Maroni), è indubbio che Milano sarà attraversata da un botto di gente di ogni cultura e religione (i musulmani non troveranno comunque una moschea ad accoglierli). Inoltre bambini e ragazzi sono eccitati dall’idea di Expo ed è da fondamentalisti negare che, visto che i padiglioni li fanno le singole nazioni, mica Sala (se no, aiuto), un salto a Rho lo faranno un po’ tutti, se troveranno un biglietto scontato o meglio ancora omaggio.

Di sicuro di sovranità alimentare e agricoltura sostenibile si parlerà assai poco, meno ancora si tradurranno in fatti concreti i paroloni spesi, visto che gli ispiratori della cosiddetta Carta di Milano sono gente come Barilla (pure omofobo), mentre “il supermercato del futuro” (della Coop) è fra le principali attrazioni di questa fiera mondiale, che celebra la prosperità dell’agribusiness e il fighettismo foodie, condita da un po’ di commiserazione ipocrita per la fame nel mondo (e con l’austerity la fame è arrivata anche qui, a Milano). Insomma il greenwashing la farà da padrone ed expo sarà una grande abbuffata in tutti i sensi, soprattutto per chi il magnamagna è anni che lo fa su questo e altri grandi eventi.

Gran parte della gente Milano era inizialmente exponeutrale ed era in attesa di vedere di che si trattava. Poi dopo le tangenti e la mafia, i cantieri commissariati, il canale della Via d’Acqua sventra-parchi archiviato grazie alla protesta dei comitati No Canal e No Expo, il numero degli exposcettici è cresciuto. Il movimento No Expo non è maggioranza in città, ma rappresenta una significativa minoranza di milanesi, quelli che prima di tutti avevano detto che Expo sarebbe stata la fiera della ‘ndrangheta e del lavoro precario, del debito, del cemento e della spartizione. E hanno avuto ragione.

Questo attacco frontale al primo maggio nella città che lo ha reinventato contro i suoi esponenti più fieri, i lavoratori della Scala, non farà che ingrossare la schiera degli ostili ad Expo e aumentare il numero di precarie e precari che celebreranno il Primo Maggio quest’anno.

Perché l’Expo passa, ma la MayDay resta.