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Leftism

Delusione Renzi al Governo

| domenica 23 febbraio 2014

La squadra di Renzi, 16 ministri metà donne

di Andrea Colombo, dal manifesto

Tre ore o quasi chiuso in camera con Gior­gio Napo­li­tano. Poi un tweet, «Arrivo». Invece ci vuole ancora una mezz’ora buona. Poi Mat­teo Renzi, felice come un bam­bino in pastic­ce­ria, può pre­sen­tare il suo governo, che chie­derà la fidu­cia lunedì. Se il pre­mier scio­glie la riserva, il capo dello Stato con­cede la sua bene­di­zione con tutte le riserve del caso. «E’ il pre­si­dente inca­ri­cato a pro­porre i mini­stri, e que­sta pre­ro­ga­tiva è stata rispet­tata», sot­to­li­nea. Lo fa per parare l’accusa di aver messo becco nella for­ma­zione del governo. Però lo fa anche per chia­rire che que­sto è tutto e solo il governo di Renzi. Suo il trionfo se andrà bene. Sua la respon­sa­bi­lità se sten­terà a marciare.

Come squa­dra, a conti fatti, è abba­stanza delu­dente. Renzi salva le appa­renze ma sacri­fica la sostanza. Dopo una mara­tona pro­se­guita per tutta la gior­nata può van­tare una squa­dra di appena 16 mini­stri, «solo il terzo governo De Gasperi aveva fatto di meglio, ma non è una gara e non voglio cerco para­go­narmi». Metà squa­dra è al fem­mi­nile, e il nuovo pre­si­dente del con­si­glio lo rimarca quanto più pos­si­bile. E ci sono tanti gio­vani, età media 47 anni, segno di spe­ranza per la gene­ra­zione più disperata.

La rap­pre­sen­tanza della società civile è esile. Fede­rica Guidi, Con­fi­du­stria, allo Svi­luppo e Giu­liano Poletto, Coop, al Lavoro. La rap­pre­sen­tanza del Pd è invece fol­tis­sima, con tanto di mini­stero degli Affari regio­nali asse­gnato a sor­presa a una civa­tiana, Maria Car­mela Lan­zetta. E’ lecito sospet­tare che un pen­sie­rino ai poten­ziali voti in dis­senso dei civa­tiani ci sia entrato qual­cosa. Di certo c’è entrata parec­chio una sorta di Cen­celli interno al par­tito: un mini­stero ai Gio­vani tur­chi (Orlando alla Giu­sti­zia), uno ai ber­sa­niani (Poletto al Lavoro), uno a Fran­ce­schini e uno ai fran­ce­schi­niani (Moghe­rini agli Esteri). Di ren­ziani doc, oltre a Gra­ziano Del­rio, ci sono Maria Elena Boschi, Riforme e Rap­porti con il par­la­mento, e Marianna Madia, una sor­presa per tutti, alla Pub­blica ammi­ni­stra­zione e semplificazione.

Sin qui le appa­renze, che certo con­tano parec­chio. Nella sostanza il bilan­cio è meno roseo. L’incontro not­turno tra Renzi e Alfano si è con­cluso con una vit­to­ria dei «diver­sa­mente ber­lu­sco­niani». Renzi batte i pugni sul tavolo e impone che Ange­lino scelga tra la carica di vice­pre­mier e la con­ser­va­zione del Vimi­nale. Come se fosse pos­si­bile avere dubbi. Nel corso della mat­ti­nata gli eterni ragazzi dell’Ncd stre­pi­tano, ma solo per blin­dare l’accordo. E’ lo stesso Alfano a sedarli: «Mai chie­sto il dop­pio inca­rico». In realtà gli è andata di lusso: hanno man­te­nuto tutti e tre i loro pesan­tis­simi mini­steri. Resta al suo posto anche Mau­ri­zio Lupi, che Renzi sognava di slog­giare per libe­rare Expo 2015 dall’ipoteca di Cl. Nes­suno sosti­tui­sce Alfano al vice­pre­mie­rato, così anche quella peral­tro lieve ferita viene per metà sanata. Per­sino sul fronte delle riforme qual­che aper­tura gli ex azzurri la strap­pano. La legge elet­to­rale rischia il con­ge­la­mento fino all’eliminazione del Senato. Sto­ria lunga.

Il pre­mier si è rifatto con gli altri par­ti­tini. Sc deve accon­ten­tarsi della Pub­blica istru­zione per Ste­fa­nia Gian­nini. I capi­gruppo Romano e Susta spe­ra­vano in qual­cosa di più ed escono dal Naza­reno scuri. L’Udc incassa l’Ambiente per Gian­luca Gal­letti. I Popo­lari di Mauro Mauro restano a bocca asciutta. Il lea­der con­tava di tenersi il mini­stero della Difesa, e quando si appa­lesa che dovrà lasciare il posto a Roberta Pinotti, Pd, a qual­cuno dei suoi sal­tano i nervi e arriva a minac­ciare la sfi­du­cia. Poi il capo­gruppo Del­lai corre ai ripari e assi­cura che non ci sarà pro­blema. Del resto ci sono ancora da defi­nire i sottosegretariati.

Non è che sia finita benis­simo nep­pure la trat­ta­tiva con Napo­li­tano, che il pre­si­dente natu­ral­mente esclude tas­sa­ti­va­mente («Non c’è stato nes­sun brac­cio di ferro» e se il col­lo­quio è durato tanto è per­ché il pre­si­dente sbri­gava le sue fac­cende men­tre il pre­mier limava la squa­dra. Una bar­zel­letta). In realtà due dei nomi pre­vi­sti dal baby-premier non incon­tra­vano il gra­di­mento dell’anziano pre­si­dente. Uno, quello di Nicola Grat­teri, troppo rigido, è stato depen­nato a favore di Orlando. Sull’altro, Fede­rica Moghe­rini agli Esteri, Renzi l’ha invece spun­tata. Napo­li­tano avrebbe pre­fe­rito man­te­nere Emma Bonino, in nome della con­ti­nuità. Ma il futuro pre­mier non voleva una mini­stra così auto­noma e del tutto incon­trol­la­bile da palazzo Chigi. Sarà cer­ta­mente più disci­pli­nata la gio­vane Pd che vanta uno stage negli Usa ed è tanto amica della moglie di Kerry.

La par­tita dell’Economia si era chiusa prima ancora che Renzi var­casse la soglia della reg­gia. Padoan era par­tito in tutta fretta da Syd­ney, annun­ciando che cor­reva a fare il mini­stro dell’Economia. Di tutti i can­di­dati sui quali ha pun­tato in que­sti giorni Renzi, è quello che più si avvi­cina all’identikit pre­fe­rito sul Colle. Non è Sac­co­manni, è vero, ma non è nep­pure Del­rio, tor­nato nella casella ori­gi­na­ria di sot­to­se­gre­ta­rio alla pre­si­denza del Consiglio.

Con que­sta squa­dra, Mat­teo Renzi gioca la par­tita chiave della sua vita poli­tica. Un bell’azzardo.